Dolcissimo e meraviglioso Papa Benedetto!
Grazie infinite per la tua splendida e toccante testimonianza umana, un autentico “dono” che ci rende partecipi e pronti a condividere quell’ultimo tratto del tuo cammino da pellegrino su questa terra, forse quello più difficile, perché sguarnito dell’antico vigore nel corpo e soprattutto nello spirito!
L’apostolo Paolo affermava: «Quando sono debole è allora che sono forte …» ed è per questo che il coraggio della tua scelta di “lasciare”, ma comunque di “restare” ai piedi di quella Croce, scandalo e delizia dell’Umanità, ti svela quale Tu sei veramente, come espressione unica e irripetibile della tua essenza semplicemente e straordinariamente umana: un anziano saggio Papa che merita, da parte del suo Popolo, un rapporto fatto di fiducia, Amore, rispetto e riverenza, per la tenera e delicata essenza che Ti contraddistingue.
Permettici di dirti quanto Ti sentiamo, oggi più che mai, vicino a quella schiera di uomini e donne di buona Volontà, desiderosi di amare, perché, con sofferenza, fatica e sacrificio, hanno guadagnato innanzitutto l’Amore di se stessi, la propria autostima, che prima o poi, sicuramente, se è già scritto da sempre nel libro della vita, ha trovato e troverà il suo valore di “senso” nell’Unione con Dio e con i Fratelli, i nostri “compagni di viaggio” per eccellenza, con i quali ricercare, in piena comunione d’intenti, il significato dell’esistenza della Chiesa, senza però annullarsi, senza diventare altro da noi, senza vivere drammaticamente in dipendenza dei nostri “cambiamenti” fisici, psichici, spirituali, che inevitabilmente l’età comporta!!!
Caro Papa, Tu ami la Chiesa e i tuoi sentimenti restano immutati, anzi, risultano migliorati e affinati dal “crogiuolo della prova”, accettata con serenità.
E quanto, ora, dalla tua assenza/presenza potrebbe scaturire di valido, di costruttivo e di positivo per tutti noi, poveri Cristiani in cammino, è intanto la riscoperta di aspetti e di qualità della Tua personalità e della Tua anima grande: in piena coscienza, caro Papa Benedetto, apprezziamo di Te, più che mai, ancora la guida e l’assunzione responsabile di gioie e dolori, che derivano dalla tua paternità, perché tappa irrinunciabile del tuo cammino vocazionale di Vicario di Cristo sulla terra, per sempre …
Del resto, caro Papa Benedetto, fin dall’inizio di quella sorprendente “avventura” sul soglio di Pietro, iniziata otto anni fa or sono, avventura che si chiama Amore, hai scelto di amare Dio e il suo Gregge in un’accettazione consapevole, che si basa sul rispetto della realtà, ossia di luci e di ombre, di verità aperte e nascoste, di fatti e di situazioni non sempre facili e risolvibili, proprio perché spesso negate, non adeguatamente affrontate e considerate irrazionalmente “non fatti”, non esistenti come tali, a incominciare dalle ferite vergognose della pedofilia, dello strapotere vaticano, del dialogo sofferto tra le diverse confessioni religiose … E altro, altro, altro ancora …
Caro Papa Benedetto, anche Tu ne hai pagato lo scotto altissimo! Forse, pure con il rischio di una totale confusione di ruoli, affetti e legami: è tristissimo chiamarti “Papa emerito” ed è ancora più infelice domandarsi o almeno avere semplicemente il dubbio sull’effettiva presenza di un autentico spirito collegiale accanto a Te! Dove erano tutti gli Eminenti Cardinali nell’ora del Getsemani? Forse dormivano!
Ci hai comunque insegnato, ancora una volta, da sapiente esegeta e biblista quale sei, che il sapersi tirare indietro nel momento opportuno, potrebbe essere quello il giusto e corretto atteggiamento per sperimentare che cosa significhi acquisire il senso vero della vita, di una particolare condizione di vita, e dei rapporti, che nel suo corso si intrecciano secondo un «ordine discreto» dei sentimenti del cuore, come sostiene il profano cantautore De André!
Eppure, caro Papa Benedetto, come ci piace immaginarti tranquillo e sereno nel riposo delle mura domestiche di Castel Gandolfo, magari mentre sorseggi una birra bavarese o suoni il tuo amato pianoforte o ti dedichi alle tue letture predilette …
Papa carissimo, ripuliti da ogni forma di burocratismo clericale, ci piacerebbe ancora vederti, stringerti la mano, salutarti e non pensarti nascosto agli occhi indiscreti del mondo, al di là del muro!
Di Te, ci rimarranno, comunque e sempre, i tuoi preziosi scritti, i sentimenti di Amore e di Amicizia che ancora nutriamo per Te: quelle sono le “perle” preziose, il vero “balsamo” dello spirito, che renderanno, per il momento e il più a lungo possibile, la tua persona viva e presente tra di noi!
Grazie Caro Padre! Ti auguriamo di essere sempre fiducioso e aperto a tutte le belle novità che ogni giorno può offrirti. Apprezza, più di ogni altro bene, la salute fisica e la tua serenità di spirito! Ti Vogliamo un Mondo di Bene!!! Grazie! Grazie! Grazie!
Ai Signori Cardinali, come li chiami Tu, auguriamo: «Buon Conclave!»
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DANIELA VILLA da Montanaso Lombardo.
giovedì 7 marzo 2013
sabato 2 marzo 2013
IL PAPA E LA CHIESA CHE VORREI.
HO LETTO SU "ADISTA".
Cambiare sì, cambiare no
...alcuni ecclesiastici si sono espressi più chiaramente... l’arcivescovo di Vienna, il card. Christoph Schönborn. In un’intervista al settimanale Profil (17/2) sostiene che qualcosa «è possibile cambiare», distinguendo fra ciò che è «Tradizione» - ovvero «insegnamenti di Gesù» e «trasmissione della fede» - e ciò che è tradizionale. Immagina poi un «potenziale miglioramento» nella «collaborazione dei vertici della curia», perché la «guida della Chiesa mondiale» è «una responsabilità indivisibile» del suo «più alto pastore» e tale è ogni vescovo nella propria diocesi. Allora, secondo l’arcivescovo viennese la domanda è: «chi deve decidere cosa: il singolo vescovo, la comunità di tutti i vescovi o il papa?». Qui qualcosa è da «risistemare».
L’arcivescovo di Lisbona, il card. José Policarpo (Ecclesia, 12/2), pensa che «noi cardinali dovremmo eleggere un uomo più nuovo». «Il nostro sforzo deve essere quello di identificare la persona» che, indipendentemente dalla nazionalità, sia capace di dirigere la Chiesa. «Questo periodo è importante» per discutere il futuro della Chiesa. «È bene che la gente - aggiunge riferendosi agli uomini del futuro conclave, che definisce una «riunione formale» - conversi, si conosca, si ascolti». Policarpo ha già le idee chiare: «Ho alcune persone nella mia testa: la personalità segna molto la funzione».
«Innanzitutto credo che debba continuare quello che ha fatto Benedetto XVI: insegnare il contenuto della fede», dice a Vatican Insider (19/2) il card. Jean-Louis Tauran (in quanto “cardinale protodiacono” annuncerà il nome del nuovo pontefice), ma aggiunge «ci vorrà anche un papa molto aperto al dialogo con le culture e le religioni, che possa effettuare una riforma della Curia verso un maggiore coordinamento nella vita e nelle decisione della Chiesa universale».
Piuttosto precisi i contorni disegnati per il prossimo papa in un’intervista al Corriere della Sera (20/2) dal card. Walter Kasper, già presidente del Pontificio Consiglio per la Promozione dell'Unità dei Cristiani: il nuovo pontefice dovrà vedersela con questioni quali il “primato di Pietro” («questione centrale, nodale nei rapporti ecumenici con gli altri cristiani e in particolare con le chiese ortodosse: non solo "sì" o "no", ma "come" il Papa governa concretamente la Chiesa universale») e la riforma della Curia romana («è fondamentale che sia organizzata in modo più adatto ad affrontare le sfide del nostro tempo. Ci vuole un migliore coordinamento tra i dicasteri, più collegialità e comunicazione»; «e poi bisogna riflettere anche sul ruolo dei sinodi» - che, ricordiamo, sono solo consultivi -, «molti vescovi sono delusi per come vanno» e i temi sono «troppo generici»).
L’agenzia Ecclesia (12/2) ha raccolto anche l’opinione del portoghese card. José Saraiva Martins, già prefetto della Congregazione per la causa dei santi: il prossimo papa deve continuare «il magistero di Benedetto XVI» che è stato «molto chiaro e molto fermo»; deve poi essere «vigoroso», «tra i 60 e i 70 anni», cioè «non vecchio».
Per il card. Antonio Cañizares, prefetto della Congregazione per Culto Divino e la Disciplina dei Sacramenti, intervistato dal quotidiano conservatore spagnolo ABC (18/2), è bene che il futuro papa sia «uomo di fede, di preghiera e adorazione, un amico forte di Dio», che «valorizzi moltissimo la liturgia», «promuova e approfondisca il rinnovamento chiesto dal Concilio Vaticano II», che «segua le orme dei suoi predecessori e dia un deciso impulso alla nuova evangelizzazione».
L’indicazione del card. Oswald Gracias, arcivescovo di Mumbai e presidente della Conferenza episcopale indiana, è quella di «continuare l'eredità di Benedetto XVI, a partire dalla nuova evangelizzazione», egli ha lasciato «un chiaro programma», «l'unico modo per affrontare le sfide specifiche di questa epoca: il fanatismo, il materialismo, e anche il relativismo». «Posso ipotizzare – aggiunge – che il prossimo papa sarà più giovane di Benedetto XVI, ma in questo momento la cosa più importante è che sia una persona unica, dalla salda e profonda guida spirituale. E che proclami il Vangelo al mondo senza paura» (AsiaNews, 13/2).
L’arcivescovo di Parigi, card. André Vingt-Trois, ritiene che il prossimo pontefice dovrà avere «soprattutto la capacità di accogliere e comprendere le differenti culture», perché, spiega parlando con Vatican Insider (18/2), «viviamo un paradosso: la globalizzazione si sviluppa, ma proprio per questo rilancia i particolarismi locali. Ci vuole qualcuno di grande apertura di spirito per gestire questa contraddizione».
Secondo il card. Severino Poletto di Torino, la rinuncia di Benedetto XVI segnerà anche i prossimi papati: «Obbligherà i papi del futuro – ha detto a Vatican Insider (18/2) - a coraggiosi esami di coscienza se dovessero invecchiare molto». A parte questo, «la vera sfida urgente che non solo il papa ma tutta la Chiesa deve affrontare – ha sostenuto – è l’affievolirsi della fede nel nostro mondo occidentale. Quando io dico fede non intendo soltanto “credere che Dio c’è”, o “andare a Messa la domenica”, ma conformare al Vangelo, ai comandamenti, alla legge naturale, alla legge positiva divina e alla legge della Chiesa tutti gli aspetti della nostra vita di cristiani».
L’attuale presidente della Conferenza episcopale brasiliana, card. Raymundo Damasceno, si esprime sulla “rosa dei papabili” con la previsione: «esiste la possibilità che il prossimo papa sia brasiliano». Al di là della nazionalità, «credo – ha detto in un’intervista telefonica all’Ansa (12/2) – che l’America Latina sia matura per avere un papa. Siamo una chiesa forte, dinamica».
Intanto, nel dibattito pre-conclave, si sentono affermazioni tipo “il prossimo papa non potrà essere ancora di lingua tedesca”, “non potrà essere di nuovo europeo”, “è il momento di un cardinale del sud del mondo”, “dopo due papi stranieri, sarà il caso di tornare ad un italiano”, e via congetturando. Stoppano questo toto-papa alcuni ecclesiastici, fra cui mons. Juan Antonio Martínez-Camino, segretario della Conferenza Episcopale spagnola, che, sentito dall’agenzia AciPrensa (17/2), si dice convinto che il conclave eleggerà «il migliore» per succedere a papa Ratzinger, senza tener conto di «ragioni circostanziali», ovvero continenti, razza e lingua; e l’arcivescovo di Lima, card. Juan Luis Cipriani (Perù 21, 16/2), secondo il quale «bisogna trovare una persona con l’aiuto di Dio» al di là di «considerazioni geografiche o politiche», ché «stanno fuori del Conclave».
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...SICURAMENTE,AL DI LA DEL FRONTE CHE ELEGGERA' IL NUOVO PAPA,SI TROVERA' DI FRONTE AD UNA MAREA DI PROBLEMI. IO PENSO CHE SARA' IMPORTANTE CHE INNANZITUTTO FACCIA EMERGERE IL SUO PERSONALE "CARISMA" CHE DOVRA' CAMMINARE A BRACCETTO CON LA PRESENZA "COLLEGIALE" DI VESCOVI E CARDINALI,MA SOPRATTUTTO CON L'ASCOLTO DELLA PAROLA DI DIO CHE MAI ZITTISCE ATTRAVERSO LA PRESENZA COSTANTE E FRATERNA DEL "POPOLO DI DIO"!!...E CHE LO SPIRITO NON S'ADDORMENTI AL MOMENTO OPPORTUNO!!
AGOSTINO.
Cambiare sì, cambiare no
...alcuni ecclesiastici si sono espressi più chiaramente... l’arcivescovo di Vienna, il card. Christoph Schönborn. In un’intervista al settimanale Profil (17/2) sostiene che qualcosa «è possibile cambiare», distinguendo fra ciò che è «Tradizione» - ovvero «insegnamenti di Gesù» e «trasmissione della fede» - e ciò che è tradizionale. Immagina poi un «potenziale miglioramento» nella «collaborazione dei vertici della curia», perché la «guida della Chiesa mondiale» è «una responsabilità indivisibile» del suo «più alto pastore» e tale è ogni vescovo nella propria diocesi. Allora, secondo l’arcivescovo viennese la domanda è: «chi deve decidere cosa: il singolo vescovo, la comunità di tutti i vescovi o il papa?». Qui qualcosa è da «risistemare».
L’arcivescovo di Lisbona, il card. José Policarpo (Ecclesia, 12/2), pensa che «noi cardinali dovremmo eleggere un uomo più nuovo». «Il nostro sforzo deve essere quello di identificare la persona» che, indipendentemente dalla nazionalità, sia capace di dirigere la Chiesa. «Questo periodo è importante» per discutere il futuro della Chiesa. «È bene che la gente - aggiunge riferendosi agli uomini del futuro conclave, che definisce una «riunione formale» - conversi, si conosca, si ascolti». Policarpo ha già le idee chiare: «Ho alcune persone nella mia testa: la personalità segna molto la funzione».
«Innanzitutto credo che debba continuare quello che ha fatto Benedetto XVI: insegnare il contenuto della fede», dice a Vatican Insider (19/2) il card. Jean-Louis Tauran (in quanto “cardinale protodiacono” annuncerà il nome del nuovo pontefice), ma aggiunge «ci vorrà anche un papa molto aperto al dialogo con le culture e le religioni, che possa effettuare una riforma della Curia verso un maggiore coordinamento nella vita e nelle decisione della Chiesa universale».
Piuttosto precisi i contorni disegnati per il prossimo papa in un’intervista al Corriere della Sera (20/2) dal card. Walter Kasper, già presidente del Pontificio Consiglio per la Promozione dell'Unità dei Cristiani: il nuovo pontefice dovrà vedersela con questioni quali il “primato di Pietro” («questione centrale, nodale nei rapporti ecumenici con gli altri cristiani e in particolare con le chiese ortodosse: non solo "sì" o "no", ma "come" il Papa governa concretamente la Chiesa universale») e la riforma della Curia romana («è fondamentale che sia organizzata in modo più adatto ad affrontare le sfide del nostro tempo. Ci vuole un migliore coordinamento tra i dicasteri, più collegialità e comunicazione»; «e poi bisogna riflettere anche sul ruolo dei sinodi» - che, ricordiamo, sono solo consultivi -, «molti vescovi sono delusi per come vanno» e i temi sono «troppo generici»).
L’agenzia Ecclesia (12/2) ha raccolto anche l’opinione del portoghese card. José Saraiva Martins, già prefetto della Congregazione per la causa dei santi: il prossimo papa deve continuare «il magistero di Benedetto XVI» che è stato «molto chiaro e molto fermo»; deve poi essere «vigoroso», «tra i 60 e i 70 anni», cioè «non vecchio».
Per il card. Antonio Cañizares, prefetto della Congregazione per Culto Divino e la Disciplina dei Sacramenti, intervistato dal quotidiano conservatore spagnolo ABC (18/2), è bene che il futuro papa sia «uomo di fede, di preghiera e adorazione, un amico forte di Dio», che «valorizzi moltissimo la liturgia», «promuova e approfondisca il rinnovamento chiesto dal Concilio Vaticano II», che «segua le orme dei suoi predecessori e dia un deciso impulso alla nuova evangelizzazione».
L’indicazione del card. Oswald Gracias, arcivescovo di Mumbai e presidente della Conferenza episcopale indiana, è quella di «continuare l'eredità di Benedetto XVI, a partire dalla nuova evangelizzazione», egli ha lasciato «un chiaro programma», «l'unico modo per affrontare le sfide specifiche di questa epoca: il fanatismo, il materialismo, e anche il relativismo». «Posso ipotizzare – aggiunge – che il prossimo papa sarà più giovane di Benedetto XVI, ma in questo momento la cosa più importante è che sia una persona unica, dalla salda e profonda guida spirituale. E che proclami il Vangelo al mondo senza paura» (AsiaNews, 13/2).
L’arcivescovo di Parigi, card. André Vingt-Trois, ritiene che il prossimo pontefice dovrà avere «soprattutto la capacità di accogliere e comprendere le differenti culture», perché, spiega parlando con Vatican Insider (18/2), «viviamo un paradosso: la globalizzazione si sviluppa, ma proprio per questo rilancia i particolarismi locali. Ci vuole qualcuno di grande apertura di spirito per gestire questa contraddizione».
Secondo il card. Severino Poletto di Torino, la rinuncia di Benedetto XVI segnerà anche i prossimi papati: «Obbligherà i papi del futuro – ha detto a Vatican Insider (18/2) - a coraggiosi esami di coscienza se dovessero invecchiare molto». A parte questo, «la vera sfida urgente che non solo il papa ma tutta la Chiesa deve affrontare – ha sostenuto – è l’affievolirsi della fede nel nostro mondo occidentale. Quando io dico fede non intendo soltanto “credere che Dio c’è”, o “andare a Messa la domenica”, ma conformare al Vangelo, ai comandamenti, alla legge naturale, alla legge positiva divina e alla legge della Chiesa tutti gli aspetti della nostra vita di cristiani».
L’attuale presidente della Conferenza episcopale brasiliana, card. Raymundo Damasceno, si esprime sulla “rosa dei papabili” con la previsione: «esiste la possibilità che il prossimo papa sia brasiliano». Al di là della nazionalità, «credo – ha detto in un’intervista telefonica all’Ansa (12/2) – che l’America Latina sia matura per avere un papa. Siamo una chiesa forte, dinamica».
Intanto, nel dibattito pre-conclave, si sentono affermazioni tipo “il prossimo papa non potrà essere ancora di lingua tedesca”, “non potrà essere di nuovo europeo”, “è il momento di un cardinale del sud del mondo”, “dopo due papi stranieri, sarà il caso di tornare ad un italiano”, e via congetturando. Stoppano questo toto-papa alcuni ecclesiastici, fra cui mons. Juan Antonio Martínez-Camino, segretario della Conferenza Episcopale spagnola, che, sentito dall’agenzia AciPrensa (17/2), si dice convinto che il conclave eleggerà «il migliore» per succedere a papa Ratzinger, senza tener conto di «ragioni circostanziali», ovvero continenti, razza e lingua; e l’arcivescovo di Lima, card. Juan Luis Cipriani (Perù 21, 16/2), secondo il quale «bisogna trovare una persona con l’aiuto di Dio» al di là di «considerazioni geografiche o politiche», ché «stanno fuori del Conclave».
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...SICURAMENTE,AL DI LA DEL FRONTE CHE ELEGGERA' IL NUOVO PAPA,SI TROVERA' DI FRONTE AD UNA MAREA DI PROBLEMI. IO PENSO CHE SARA' IMPORTANTE CHE INNANZITUTTO FACCIA EMERGERE IL SUO PERSONALE "CARISMA" CHE DOVRA' CAMMINARE A BRACCETTO CON LA PRESENZA "COLLEGIALE" DI VESCOVI E CARDINALI,MA SOPRATTUTTO CON L'ASCOLTO DELLA PAROLA DI DIO CHE MAI ZITTISCE ATTRAVERSO LA PRESENZA COSTANTE E FRATERNA DEL "POPOLO DI DIO"!!...E CHE LO SPIRITO NON S'ADDORMENTI AL MOMENTO OPPORTUNO!!
AGOSTINO.
domenica 24 febbraio 2013
domenica 17 febbraio 2013
IL NUOVO PAPA NON SARA' MIGLIORE!!
«I Cardinali creati da Wojtyla e Ratzinger sono tutti conservatori, chiusi nella tradizione identitaria e impauriti dal nuovo. Ci penseranno gli eventi del mondo a cambiare la Chiesa». Parla il Moderatore dei valdesi Eugenio Bernardini
( “Espresso” del 12 febbraio 2013)
Eugenio Bernardini Una Chiesa Cattolica «più trasparente e democratica», capace di meglio interpretare le esigenze di rinnovamento in campo etico e nei costumi sessuali dei fedeli. Un Papa più abile nel governo della Curia e che al contempo «costruisca ponti, invece di erigere muri». E’ di questo che avrebbe bisogno il Vaticano nel dopo-Ratzinger, dice a ‘l’Espresso’ il pastore Eugenio Bernardini, dall’agosto 2012 Moderatore della Tavola valdese (l’organo esecutivo dell’Unione delle chiese metodiste e valdesi). Sposato, tre figli, il papa valdese – massima autorità esecutiva ma non spirituale, riservata al Sinodo – è tuttavia scettico sulle reali possibilità di cambiamento alla guida dell’universo cattolico. A partire dal prossimo Pontefice. Che, afferma, rientrerà nel solco della difesa dell’identità e tradizione tracciato da Benedetto XVI.
Pastore Bernardini, come giudica il papato di Ratzinger?
«E’ sempre stato più uomo di studio che di governo, e quindi il suo ruolo come Pontefice ha sicuramente avuto questa caratteristica: molto insegnamento, anche da quella posizione, molti interventi sul piano del dialogo con la cultura moderna, con le altre religioni, l’Islam in particolare. Sempre con posizioni piuttosto ruvide, franche, aperte. Perché ha sempre dichiarato quello che pensava, che riteneva giusto. Ha continuato cioè a svolgere, anche come Papa, il suo servizio più efficace: quello che ha svolto come Prefetto della Congregazione per la Dottrina della Fede per tanto tempo prima di diventare Papa».
E sul piano del governo della Chiesa?
«E’ evidente che ha avuto molte amarezze, difficoltà. Non è riuscito neppure a iniziare quello che aveva in programma di fare. Tutto quello che ora si può pensare è che, a parte i problemi di salute molto comprensibili, nella sua scelta ci possa anche essere stato l’elemento dell’amarezza per questa difficoltà di governo. Mi sembra un’ipotesi più che comprensibile e attendibile».
E’ mancata a riforma della Curia?
«Non è riuscito nemmeno a iniziarla. Nel suo periodo non c’è stata più trasparenza, sono aumentati gli scontri. E’ stata una difficoltà di governo vera e propria. Sicuramente i problemi derivanti sia dalla crisi dello Ior, le polemiche sulla pedofilia in tutto il mondo hanno inciso. Però credo che proprio sul piano del governo della Chiesa, specifico del servizio del Pontefice, ci siano stati i problemi più grossi per lui.
Da questo punto di vista come si può rileggere la scelta di Ratzinger, in un momento storico come quello che stava attraversando la Chiesa al momento della sua elezione? Si sapeva che tipo di personalità avesse.
«Chi conosce veramente quello che accade negli equilibri interni del Conclave, l’alta dirigenza Cattolica, sa che in realtà queste nomine sono sempre frutto di mediazione. In fondo le sorprese le abbiamo avute noi e penso le abbiano avute anche le gerarchie cattoliche nella nomina degli ultimi papi. Ci si aspettava alcune cose, ne sono venute fuori altre. Il lungo papato di Wojtyla, Giovanni Paolo II, sicuramente ha sorpreso moltissimi, anche quelli che lo avevano eletto. E credo ugualmente sia successo con Benedetto XVI. Le attese forse erano altre, i risultati sono stati un po’ sorprendenti, nel bene e nel male.
Pensa che questo Papa abbia saputo interpretare le esigenze di cambiamento nella morale e nei costumi sessuali provenienti anche dai fedeli?
«Penso proprio di no. Ha rappresentato la tradizione, nel senso più preciso del termine. Anche se questo suo gesto, le dimissioni, motivate per essenzialmente motivi di salute, è forse quello di massima apertura alla modernità. E’ cioè il riconoscimento della fragilità umana, della necessità che per governare bisogna essere totalmente presenti a se stessi. Se pensiamo a tutto il dibattito sul fine vita e non solo, e lo rapportiamo a quanto accaduto era accaduto nell’esperienza di Giovanni Paolo II, viene da dire che sicuramente il mondo moderno si sente più vicino a questa scelta di Benedetto XVI, piuttosto che a quella di Wojtyla, che fino alla fine ha continuato a reggere il suo servizio.
Fabio Chiusi.
( “Espresso” del 12 febbraio 2013)
Eugenio Bernardini Una Chiesa Cattolica «più trasparente e democratica», capace di meglio interpretare le esigenze di rinnovamento in campo etico e nei costumi sessuali dei fedeli. Un Papa più abile nel governo della Curia e che al contempo «costruisca ponti, invece di erigere muri». E’ di questo che avrebbe bisogno il Vaticano nel dopo-Ratzinger, dice a ‘l’Espresso’ il pastore Eugenio Bernardini, dall’agosto 2012 Moderatore della Tavola valdese (l’organo esecutivo dell’Unione delle chiese metodiste e valdesi). Sposato, tre figli, il papa valdese – massima autorità esecutiva ma non spirituale, riservata al Sinodo – è tuttavia scettico sulle reali possibilità di cambiamento alla guida dell’universo cattolico. A partire dal prossimo Pontefice. Che, afferma, rientrerà nel solco della difesa dell’identità e tradizione tracciato da Benedetto XVI.
Pastore Bernardini, come giudica il papato di Ratzinger?
«E’ sempre stato più uomo di studio che di governo, e quindi il suo ruolo come Pontefice ha sicuramente avuto questa caratteristica: molto insegnamento, anche da quella posizione, molti interventi sul piano del dialogo con la cultura moderna, con le altre religioni, l’Islam in particolare. Sempre con posizioni piuttosto ruvide, franche, aperte. Perché ha sempre dichiarato quello che pensava, che riteneva giusto. Ha continuato cioè a svolgere, anche come Papa, il suo servizio più efficace: quello che ha svolto come Prefetto della Congregazione per la Dottrina della Fede per tanto tempo prima di diventare Papa».
E sul piano del governo della Chiesa?
«E’ evidente che ha avuto molte amarezze, difficoltà. Non è riuscito neppure a iniziare quello che aveva in programma di fare. Tutto quello che ora si può pensare è che, a parte i problemi di salute molto comprensibili, nella sua scelta ci possa anche essere stato l’elemento dell’amarezza per questa difficoltà di governo. Mi sembra un’ipotesi più che comprensibile e attendibile».
E’ mancata a riforma della Curia?
«Non è riuscito nemmeno a iniziarla. Nel suo periodo non c’è stata più trasparenza, sono aumentati gli scontri. E’ stata una difficoltà di governo vera e propria. Sicuramente i problemi derivanti sia dalla crisi dello Ior, le polemiche sulla pedofilia in tutto il mondo hanno inciso. Però credo che proprio sul piano del governo della Chiesa, specifico del servizio del Pontefice, ci siano stati i problemi più grossi per lui.
Da questo punto di vista come si può rileggere la scelta di Ratzinger, in un momento storico come quello che stava attraversando la Chiesa al momento della sua elezione? Si sapeva che tipo di personalità avesse.
«Chi conosce veramente quello che accade negli equilibri interni del Conclave, l’alta dirigenza Cattolica, sa che in realtà queste nomine sono sempre frutto di mediazione. In fondo le sorprese le abbiamo avute noi e penso le abbiano avute anche le gerarchie cattoliche nella nomina degli ultimi papi. Ci si aspettava alcune cose, ne sono venute fuori altre. Il lungo papato di Wojtyla, Giovanni Paolo II, sicuramente ha sorpreso moltissimi, anche quelli che lo avevano eletto. E credo ugualmente sia successo con Benedetto XVI. Le attese forse erano altre, i risultati sono stati un po’ sorprendenti, nel bene e nel male.
Pensa che questo Papa abbia saputo interpretare le esigenze di cambiamento nella morale e nei costumi sessuali provenienti anche dai fedeli?
«Penso proprio di no. Ha rappresentato la tradizione, nel senso più preciso del termine. Anche se questo suo gesto, le dimissioni, motivate per essenzialmente motivi di salute, è forse quello di massima apertura alla modernità. E’ cioè il riconoscimento della fragilità umana, della necessità che per governare bisogna essere totalmente presenti a se stessi. Se pensiamo a tutto il dibattito sul fine vita e non solo, e lo rapportiamo a quanto accaduto era accaduto nell’esperienza di Giovanni Paolo II, viene da dire che sicuramente il mondo moderno si sente più vicino a questa scelta di Benedetto XVI, piuttosto che a quella di Wojtyla, che fino alla fine ha continuato a reggere il suo servizio.
Fabio Chiusi.
venerdì 15 febbraio 2013
FRANZONI:LA CHIESA? MONARCHIA ASSOLUTA!
Una riforma in nome della trasparenza, per avvicinare i fedeli alla Chiesa. Ne è convinto il teologo Franzoni, "dimissionato" dal Vaticano per le sue posizioni radicali in difesa dei poveri e contro il capitalismo. Oggi il problema non è l'addio di Benedetto XVI, ma il papato che definisce privo di partecipazione.
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"Ci vuole un annuncio evangelico chiaro e per fare questo ci vuole una Chiesa più pulita, più trasparente”. E’ questa la Chiesa che ci si aspetta dopo il 28 febbraio, la Chiesa che serve i fedeli, per i fedeli di tutto il mondo. Ne è fermamente convinto Giovanni Battista Franzoni, classe ‘28, un teologo e scrittore “scomodo” che ha fatto scelte “estreme”, all’interno dello stato clericale...
“Una Chiesa che apra le finestre e lasci entrare aria nel palazzo – continua Giovanni Franzoni - Che discuta del sacerdozio femminile e dell’abolizione dell’obbligo del celibato, che esiste ancora oggi, perché non si vuole che i figli dei preti che pure ci sono, non possano ereditare. L’imposizione del celibato che c’è sul clero di rito latino non è di diritto divino, ma viene da una pratica che è stata diffusa, si insinua, soprattutto per motivi finanziari, perché non si voleva che il clero avesse figli legittimi che potessero ereditare. Ci sono state delle ampie indulgenze o tolleranze nei confronti del clero concubinario, cioè di preti che convivono con una persona, magari mascherata da segretaria o perpetua, con cui ha anche dei figli non legittimati. Questo è un problema vivissimo su due fronti, perché è contro la dignità della donna che è costretta a nascondersi, a nascondere il suo amore e il suo ruolo davanti al suo uomo, toglie dall’asse ereditario i figli perché li rende tutti illegittimi. In secondo luogo viola anche il diritto del prete che vorrebbe sposarsi ma se lo fa perde la parrocchia e poi fa la fame. Questo problema va discusso apertamente e non nei corridoi e dietro le quinte. Bisogna che la Chiesa accetti il dibattito”.
Per tutti i commentatori le dimissioni di Benedetto XVI sono state un gesto umile e coraggioso, per lei?
“Le dimissioni devono essere ricondotte nella loro dimensione di normalità. C’è un rigonfiamento del ruolo del Papa nel mondo che secondo me è eccessivo. Sia che la causa principale sia stata la salute che le tensioni, gli scandali più o meno occultati all’interno dell’istituzione del Vaticano o che siano state queste due cose messe insieme. Il tutto deve essere ricondotto ad una dimensione terrena. Il fatto più importante in questo momento non sono le sue dimissioni o di chi sarà il successore. Tutto ciò sta infatti occultando un punto centrale: il problema non è il Papa ma il Papato. Un’organizzazione istituzionale antiquata, dove non c’è partecipazione. Una monarchia assoluta, neanche costituzionale che va avanti per successore, neanche naturale, organizzata con il sistema cardinalizio. Una organizzazione che va riformata con la collaborazione del successore. Non dico che si debbano organizzare le primarie, ma delle forme partecipate sì. E ci sono già stati in questi ultimi anni, vescovi, cardinali e laici, maschi e femmine, che hanno chiesto maggiore partecipazione nel discutere le cose. Si sono fatti anche dei Sinodi in cui si sono discussi argomenti come il celibato ecclesiastico obbligatorio, ma le conclusioni del dibattito sono state lasciate al Papa che poi le ha messe in un cassetto. Bisognerà vedere se il successore, conservatore o progressista che sia, se sarà disponibile ad aumentare la partecipazione della base. In tanti hanno notato infatti che la Chiesa si sta svuotando. Diminuisce sempre più il numero dei preti, quelli che ci sono non sempre si comportano bene, e diminuisce sempre di più la partecipazione dei fedeli alla vita della chiesa. A parte le manifestazioni con i papaboys e le grandi manifestazioni oceaniche, infatti la partecipazione al culto, al domenicale sta diminuendo di continuo. Le chiese si stanno svuotando perché manca l’interesse, il coinvolgimento.
Una crisi su due fronti, quello partecipativo e quello politico-istituzionale, se pensiamo agli ultimi scandali Vatileakes, la questione dei preti pedofili, lo Ior...
Sì, tra l’altro c’è chi sussurra che stia per esplodere un altro scandalo, che lega lo Ior al Monte dei Paschi. Pare che infatti dietro la crisi dell’Mps ci sia l'Istituto per le opere di religione. Qualcuno ha insinuato però che prima che esploda il Papa abbia preferito lavarsene le mani. Ratzinger ha tentato in tutti i modi di riformare la banca vaticana, deponendo il direttore, ad esempio.
Un bilancio dal suo punto di vista: cosa pensa del papato di Benedetto XVI?
Non sono stato un estimatore di Ratzinger. Quando si fece il processo per la beatificazione di Carol Wojtyla io testimoniai a sfavore. Che Giovanni Paolo II fosse una persona energica, importante e patriota, sí lo pensavo. Ma che fosse santo no. Mentre Wojtila operava il suo esecutore era Ratzinger, che allora era prefetto della congregazione della dottrina della fede. Dico questo per dire che se hanno fatto delle cose negative le hanno fatte insieme. Penso alla strage di teologi, decine e decine, come Stachelburg o Gutiérrez e tutte le donne che sono state suore, tutte falcidiate. Ratzinger è stato l’esecutore di tutto questo. Per non parlare dell’isolamento imperdonabile di Oscar Romero di cui Wojtyla fu responsabile. Altra cosa ancora è il fallimento del Banco Ambrosiano, l’assassinio di Calvi, le responsabilità gravissime di Marcinkus sul quale ci sono anche gravissime insinuazioni molto pesanti sulla scomparsa di Emanuela Orlandi. Tutto è da verificare, certo. Ma quando la procura di Milano chiese le rogatorie per potere interrogare Marcinkus, Giovanni Paolo II si è appellato alla extraterritorialità del Vaticano, salvando l’arcivescovo negli Stati Uniti. Una responsabilità gravissima. Per tutti questi motivi mi opposi
“Una Chiesa che apra le finestre e lasci entrare aria nel palazzo – continua Giovanni Franzoni - Che discuta del sacerdozio femminile e dell’abolizione dell’obbligo del celibato, che esiste ancora oggi, perché non si vuole che i figli dei preti che pure ci sono, non possano ereditare. L’imposizione del celibato che c’è sul clero di rito latino non è di diritto divino, ma viene da una pratica che è stata diffusa, si insinua, soprattutto per motivi finanziari, perché non si voleva che il clero avesse figli legittimi che potessero ereditare. Ci sono state delle ampie indulgenze o tolleranze nei confronti del clero concubinario, cioè di preti che convivono con una persona, magari mascherata da segretaria o perpetua, con cui ha anche dei figli non legittimati. Questo è un problema vivissimo su due fronti, perché è contro la dignità della donna che è costretta a nascondersi, a nascondere il suo amore e il suo ruolo davanti al suo uomo, toglie dall’asse ereditario i figli perché li rende tutti illegittimi. In secondo luogo viola anche il diritto del prete che vorrebbe sposarsi ma se lo fa perde la parrocchia e poi fa la fame. Questo problema va discusso apertamente e non nei corridoi e dietro le quinte. Bisogna che la Chiesa accetti il dibattito”.
Per tutti i commentatori le dimissioni di Benedetto XVI sono state un gesto umile e coraggioso, per lei?
“Le dimissioni devono essere ricondotte nella loro dimensione di normalità. C’è un rigonfiamento del ruolo del Papa nel mondo che secondo me è eccessivo. Sia che la causa principale sia stata la salute che le tensioni, gli scandali più o meno occultati all’interno dell’istituzione del Vaticano o che siano state queste due cose messe insieme. Il tutto deve essere ricondotto ad una dimensione terrena. Il fatto più importante in questo momento non sono le sue dimissioni o di chi sarà il successore. Tutto ciò sta infatti occultando un punto centrale: il problema non è il Papa ma il Papato. Un’organizzazione istituzionale antiquata, dove non c’è partecipazione. Una monarchia assoluta, neanche costituzionale che va avanti per successore, neanche naturale, organizzata con il sistema cardinalizio. Una organizzazione che va riformata con la collaborazione del successore. Non dico che si debbano organizzare le primarie, ma delle forme partecipate sì. E ci sono già stati in questi ultimi anni, vescovi, cardinali e laici, maschi e femmine, che hanno chiesto maggiore partecipazione nel discutere le cose. Si sono fatti anche dei Sinodi in cui si sono discussi argomenti come il celibato ecclesiastico obbligatorio, ma le conclusioni del dibattito sono state lasciate al Papa che poi le ha messe in un cassetto. Bisognerà vedere se il successore, conservatore o progressista che sia, se sarà disponibile ad aumentare la partecipazione della base. In tanti hanno notato infatti che la Chiesa si sta svuotando. Diminuisce sempre più il numero dei preti, quelli che ci sono non sempre si comportano bene, e diminuisce sempre di più la partecipazione dei fedeli alla vita della chiesa. A parte le manifestazioni con i papaboys e le grandi manifestazioni oceaniche, infatti la partecipazione al culto, al domenicale sta diminuendo di continuo. Le chiese si stanno svuotando perché manca l’interesse, il coinvolgimento.
Una crisi su due fronti, quello partecipativo e quello politico-istituzionale, se pensiamo agli ultimi scandali Vatileakes, la questione dei preti pedofili, lo Ior...
Sì, tra l’altro c’è chi sussurra che stia per esplodere un altro scandalo, che lega lo Ior al Monte dei Paschi. Pare che infatti dietro la crisi dell’Mps ci sia l'Istituto per le opere di religione. Qualcuno ha insinuato però che prima che esploda il Papa abbia preferito lavarsene le mani. Ratzinger ha tentato in tutti i modi di riformare la banca vaticana, deponendo il direttore, ad esempio.
Un bilancio dal suo punto di vista: cosa pensa del papato di Benedetto XVI?
Non sono stato un estimatore di Ratzinger. Quando si fece il processo per la beatificazione di Carol Wojtyla io testimoniai a sfavore. Che Giovanni Paolo II fosse una persona energica, importante e patriota, sí lo pensavo. Ma che fosse santo no. Mentre Wojtila operava il suo esecutore era Ratzinger, che allora era prefetto della congregazione della dottrina della fede. Dico questo per dire che se hanno fatto delle cose negative le hanno fatte insieme. Penso alla strage di teologi, decine e decine, come Stachelburg o Gutiérrez e tutte le donne che sono state suore, tutte falcidiate. Ratzinger è stato l’esecutore di tutto questo. Per non parlare dell’isolamento imperdonabile di Oscar Romero di cui Wojtyla fu responsabile. Altra cosa ancora è il fallimento del Banco Ambrosiano, l’assassinio di Calvi, le responsabilità gravissime di Marcinkus sul quale ci sono anche gravissime insinuazioni molto pesanti sulla scomparsa di Emanuela Orlandi. Tutto è da verificare, certo. Ma quando la procura di Milano chiese le rogatorie per potere interrogare Marcinkus, Giovanni Paolo II si è appellato alla extraterritorialità del Vaticano, salvando l’arcivescovo negli Stati Uniti. Una responsabilità gravissima. Per tutti questi motivi mi opposi
Eleonora Formisani
giovedì 14 febbraio 2013
I DUE PONTEFICI IN VATICANO
di Vito Mancuso, da Repubblica, 12 febbraio 2013
A partire da Pasqua la Chiesa cattolica avrà due papi, uno solo de facto, ma tutt’e due de iure? A parte il celebre caso di Celestino V e Bonifacio VIII alla fine del Duecento, una situazione del genere non si era mai verificata in duemila anni di storia, senza considerare che papa Celestino passò il tempo da ex-papa prima ramingo e poi imprigionato a molta distanza da Roma, mentre Benedetto XVI continuerà ad abitare in Vaticano a poche centinaia di metri dal successore.
Costituirà per lui un’ombra o una sorgente di luce e di ispirazione? Ovviamente nessuno lo sa, neppure lo stesso Benedetto XVI, il quale certamente è una persona discreta e assai rispettosa delle forme, ma il cui peso intellettuale e spirituale non può non esercitare una pressione su chiunque sarà a prendere il suo posto. Una cosa però deve essere chiara: a Pasqua non ci saranno due papi, ma uno solo, perché Joseph Ratzinger non sarà più vescovo di Roma ed essere papa significa prima di tutto ed essenzialmente essere “vescovo di Roma”….
L’inedita situazione determinata dalle dimissioni di Benedetto XVI è di grande aiuto per comprendere che cosa significa veramente fare il papa. Fino a ieri “essere papa” e “fare il papa” era la medesima cosa. Fino a ieri la persona e il ruolo si identificavano, non c’era soluzione di continuità, ed anzi, se tra le due dimensioni doveva prevalerne una, era certamente quella di “essere papa” a prevalere, facendo passare in secondo piano il fatto di avere o no le piene possibilità di poterlo fare. Tutti ricordano, ai tempi della conclamata malattia di Giovanni Paolo II, le ripetute assicurazioni della Sala stampa vaticana sulle sue condizioni di salute. Giovanni Paolo II non poteva più fare il papa, ma lo era, e ciò bastava. Prevaleva la dimensione sacrale, legata all’essenza, al carisma, allo status, all’essere papa a prescindere anche dal proprio corpo. E non a caso Giovanni Paolo II, quando qualcuno gli prospettava l’ipotesi delle dimissioni, era solito ripetere che «dalla croce non si scende». Benedetto XVI vuole forse scendere dalla croce? No, si tratta di altro, semplicemente del fatto che egli ha prima riconosciuto dentro di sé e poi ha dichiarato pubblicamente che il calo progressivo delle forze fisiche e psichiche non gli permette più di “fare il papa” e quindi intende cessare di “essere papa”. La funzione ha avuto la meglio sull’essenza, il ruolo sull’identità. Io aggiungo che la laicità ha avuto la meglio sulla sacralità.
Si è trattato infatti di una decisione laica, perché opera una distinzione, e laddove c’è distinzione, c’è laicità. La distinzione tra la persona e il ruolo introdotta ieri da Benedetto XVI con le sue dimissioni si concretizza in queste parole dette in latino ai cardinali: «Le mie forze, per l’età avanzata, non sono più adatte per esercitare in modo adeguato il ministero petrino». C’è un ministero, una funzione, un ruolo, un servizio, che ha la priorità rispetto all’identità della persona.
La parola decisiva nell’annuncio papale di ieri è però un’altra, la seguente: «Nel mondo di oggi». Ecco le sue parole: «Nel mondo di oggi per governare la barca di san Pietro è necessario anche il vigore sia del corpo sia dell’animo, vigore che, negli ultimi mesi, in me è diminuito». Nel mondo di ieri, fa intendere Benedetto XVI, la distinzione tra persona e ruolo poteva ancora non emergere e un Joseph Ratzinger indebolito avrebbe ancora potuto continuare a svolgere il ruolo di Benedetto XVI. Nel mondo di oggi, invece, non è più così. Io considero queste parole non solo una grande lezione di auto-consapevolezza e di laicità, ma anche una grande occasione di ripensamento per il governo della Chiesa. Le dimissioni di Benedetto XVI possono condurre a una riforma della concezione monarchica e sacrale del papato nata nel Medioevo, e riprendere la concezione più aperta e funzionale che il ruolo del papa aveva nei primi secoli cristiani?
È difficile che ciò avvenga, ma rimane l’urgenza di rimettere al centro del governo della Chiesa la spiritualità del Nuovo Testamento, passando da una concezione che assegna al papato un potere assoluto e solitario, a una concezione più aperta e capace di far vivere nella quotidianità il metodo conciliare. Non si tratta infatti solo delle condizioni di salute di Joseph Ratzinger che vengono meno. Occorre procedere oltre e giungere a porsi l’inevitabile interrogativo: “nel mondo di oggi” è in grado un unico uomo di guidare la barca di Pietro? Si obietterà che il papa non è solo, ma è circondato da numerosi collaboratori. Ma si tratta di collaboratori ossequienti, spesso scelti tra plaudenti yes-men e senza capacità di istituire un vero confronto e una serrata dialettica interna, condizioni indispensabili per assumere decisioni in grado di far navigare la barca di Pietro “nel mondo di oggi”. All’inizio però non era così. San Pietro aveva certamente un ruolo di guida nella prima comunità, come si apprende dal libro degli Atti, ma non esercitava tale funzione con potere assoluto, perché altrimenti non si capirebbe il concilio tenutosi a Gerusalemme verso l’anno 50 e l’aperta opposizione di San Paolo verso di lui nell’episodio di Antiochia.
L’annuncio papale di ieri è avvenuto nel contesto di alcune canonizzazioni, una delle quali riguardava i Martiri di Otranto, gli 800 cristiani uccisi dagli ottomani nel 1480 per non aver rinnegato la fede. Martirio è testimonianza. La tradizione della Chiesa però oltre al martirio rosso del sangue versato conosce il martirio verde della vita itinerante per l’apostolato e il martirio bianco per l’abbandono di tutti i propri beni. Nel caso di Benedetto XVI abbiamo a che fare con un martirio-testimonianza di altro colore, quello del riconoscimento della propria debolezza, della propria incapacità, del proprio non essere all’altezza. È la fine di una modalità di intendere il papato, e può essere la nascita di qualcosa di nuovo.
(
Comunicato delle Cdb italiane sulle dimissioni del papa
Segreteria tecnica nazionale delle Comunità cristiane di base
c/o CdB di San Paolo – Roma
segreteria@cdbitalia.it - www.cdbitalia.it
|
Le dimissioni del papa rappresentano un evento di carattere epocale e implicano perciò una diversa serie di valutazioni che richiedono tempo e ponderazione. Tuttavia non possiamo fare a meno di segnalare almeno un aspetto che ci sembra degno di attenzione e presente oggi in molti commenti sulla stampa mondiale. Il modo appropriato in cui l’annuncio è stato dato e la sede, ricca di significato, sottolineano la sfiducia del papa nei confronti della Curia vaticana e costituiscono un messaggio implicito al conclave che la sostituzione sia trovata al di fuori delle sue manovre.
Lungo sarebbe elencare gli elementi di crisi che hanno evidenziato una lotta sorda, all’interno della Curia, di cui si sono solo intravisti i contorni che vanno dalla finanza agli scandali che hanno riguardato diverse chiese locali ed ai problemi dottrinali. La lotta interna alle gerarchie vaticane assume un significato assolutamente dominante, rispetto alla quale il “papa teologo” sembra essersi voluto chiamare fuori con le sue dimissioni.
Sul piano dell’ideale evangelico poi, altre sono le valutazioni ed i sogni delle comunità cristiane di base: dal ritorno del papa al ruolo originario di vescovo di Roma, “la Chiesa che presiede nella carità” (S. Ignazio di Antiochia), con la rinuncia al centralismo monolitico Vaticano a favore di una ampia e diffusa collegialità nelle decisioni, fino ad arrivare ad un rispetto del pluralismo e della libertà dei figli e delle figlie di Dio riuniti in comunità locali vive e non in strutture puramente dispensatrici di sacramenti.
c/o CdB di San Paolo – Roma
segreteria@cdbitalia.it - www.cdbitalia.it
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Le dimissioni del papa rappresentano un evento di carattere epocale e implicano perciò una diversa serie di valutazioni che richiedono tempo e ponderazione. Tuttavia non possiamo fare a meno di segnalare almeno un aspetto che ci sembra degno di attenzione e presente oggi in molti commenti sulla stampa mondiale. Il modo appropriato in cui l’annuncio è stato dato e la sede, ricca di significato, sottolineano la sfiducia del papa nei confronti della Curia vaticana e costituiscono un messaggio implicito al conclave che la sostituzione sia trovata al di fuori delle sue manovre.
Lungo sarebbe elencare gli elementi di crisi che hanno evidenziato una lotta sorda, all’interno della Curia, di cui si sono solo intravisti i contorni che vanno dalla finanza agli scandali che hanno riguardato diverse chiese locali ed ai problemi dottrinali. La lotta interna alle gerarchie vaticane assume un significato assolutamente dominante, rispetto alla quale il “papa teologo” sembra essersi voluto chiamare fuori con le sue dimissioni.
Sul piano dell’ideale evangelico poi, altre sono le valutazioni ed i sogni delle comunità cristiane di base: dal ritorno del papa al ruolo originario di vescovo di Roma, “la Chiesa che presiede nella carità” (S. Ignazio di Antiochia), con la rinuncia al centralismo monolitico Vaticano a favore di una ampia e diffusa collegialità nelle decisioni, fino ad arrivare ad un rispetto del pluralismo e della libertà dei figli e delle figlie di Dio riuniti in comunità locali vive e non in strutture puramente dispensatrici di sacramenti.
Le Comunità cristiane di base
martedì 12 febbraio 2013
Don Aldo Antonelli:IL PAPA E' UN ELETTO E NON UN CONSACRATO!
Diamo atto a Benedetto XVI di un gesto altamente significativo oltre che coraggioso. Il coraggio è patente: grazie a Dio (almeno in questo caso) l'attaccamento al potere non ha obnubilato la coscienza del dovere. Ma è ancor più interessante saper leggere nell'evento, veramente straordinario, la portata, diciamo, demistificatoria e desacralizzante della figura del Papa, sempre vista come una specie di "consacrazione" vita natural durante!
Si è voluto ipostatizzare la figura e la funzione del Papa all'interno di un ruolo "sacro", immune dai condizionamenti dell'età, della malattia e della salute. Ben venuto allora questo gesto a ricordarci che il papato è una "funzione" più che una "vocazione", una "elezione" e non una "consacrazione". C'è ancora un lungo cammino da percorrere per sottrarre il papato alla iconografia sacrale e riconsegnarlo alle dimensioni evangeliche del servizio.
A cominciare dallo stesso linguaggio che ancora negli anni del terzo millennio di cristianesimo continua a coniugare la figura del papa con il Voi Maiestatico e con appellativi che sono delle vere eresie. Per esempio il titolo di "Vicario di Cristo", che è quanto meno sconcertante. Nel diritto canonico la nozione di potestà vicaria è molto chiara. Mentre il potere delegato si può usare anche in presenza del delegante, il potere vicario si esercita in assenza di colui che esercita la potestà diretta e sovrana.
Dire che il papa è il vicario di Cristo pone i cattolici di fronte a un dilemma angosciante: o Cristo è presente nella Chiesa mediante lo Spirito e allora il potere del papa è praticamente nullo, o almeno strettamente amministrativo, oppure Cristo è assente dalla Chiesa, e allora sorgono gravi problemi teologici.
Si è voluto ipostatizzare la figura e la funzione del Papa all'interno di un ruolo "sacro", immune dai condizionamenti dell'età, della malattia e della salute. Ben venuto allora questo gesto a ricordarci che il papato è una "funzione" più che una "vocazione", una "elezione" e non una "consacrazione". C'è ancora un lungo cammino da percorrere per sottrarre il papato alla iconografia sacrale e riconsegnarlo alle dimensioni evangeliche del servizio.
A cominciare dallo stesso linguaggio che ancora negli anni del terzo millennio di cristianesimo continua a coniugare la figura del papa con il Voi Maiestatico e con appellativi che sono delle vere eresie. Per esempio il titolo di "Vicario di Cristo", che è quanto meno sconcertante. Nel diritto canonico la nozione di potestà vicaria è molto chiara. Mentre il potere delegato si può usare anche in presenza del delegante, il potere vicario si esercita in assenza di colui che esercita la potestà diretta e sovrana.
Dire che il papa è il vicario di Cristo pone i cattolici di fronte a un dilemma angosciante: o Cristo è presente nella Chiesa mediante lo Spirito e allora il potere del papa è praticamente nullo, o almeno strettamente amministrativo, oppure Cristo è assente dalla Chiesa, e allora sorgono gravi problemi teologici.
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