“Prima di tutto, polemiche e dibattito che si sta delineando, voglio esprimere la mia vicinanza alla persona che ha compiuto questa scelta, a coloro che gli sono stati vicini, accompagnandolo in questa situazione così complicata. Perché mi pare importante ricordare che siamo davanti a una grande sofferenza: non siamo davanti a teorie, ma a persone”. A sottolineare la necessità di un approccio che non dimentichi “l’umano”, a fronte della notizia del primo suicidio medicalmente assistito interamente gestito, nella sua fase attuativa, del Servizio sanitario regionale lombardo, è don Tullio Proserpio, da anni cappellano dell’Istituto Nazionale dei Tumori di Milano, figura molto nota per i suoi studi sulla relazione di cura.
“Non so se assistiamo a una svolta, ma certamente si tratta di un cambiamento significativo”, avverte ancora don Proserpio. “Quando incontro, tra le corsie, le persone ammalate, il problema non è mai quale legge approvare, ma come accompagnarle in condizioni di così profonda fragilità. Questo è l’aspetto fondamentale troppo spesso messo in secondo piano”.
“A me sembra che, nei dibattitti, si parli troppo poco di uomini e donne reali, dei loro bisogni, della qualità delle relazioni che il malato, anche terminale, riesce a vivere. Siamo tutti troppo preoccupati delle nostre convinzioni. Tuttavia, credo che il Parlamento abbia l’obbligo di offrire risposte e un quadro normativo più chiaro a una questione tanto complessa ma che, per ora, rimane regolata dalle sentenze della Corte costituzionale”. “Ricordo che ogni persona malata può decidere di interrompere le terapie su di sé, anche questo è previsto dalla Costituzione. Ma chi stabilisce cosa sia la tanto proclamata qualità della vita? Mi permetto di osservare che sarebbe utile domandarci anzitutto quale società vogliamo costruire. Una società nella quale una persona malata si senta un peso, o quella in cui quella stessa persona continui a sentirsi riconosciuta e preziosa fino all’ultimo giorno della sua esistenza terrena? Questa è la base per un cammino da fare insieme, perché mi pare molto difficile decidere a priori cosa fare. Bisogna deciderlo insieme, tra malato, équipe curante, parenti, tenendo conto delle condizioni di ogni singola situazione”.
(Da un'intervista di Annamaria Braccini)
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