martedì 3 novembre 2026

Idea del Mese - Novembre 2026

Ammettiamolo: nel panorama storico in cui viviamo e di cui riceviamo notizie ogni giorno più allarmanti, parlare di coraggio ci appare quasi “stonato”. Tutto infatti ci porta a scoraggiarci, intrappolati tra l’insicurezza di situazioni più grandi di noi e aspettative di prestazione che ci condizionano.

Ma avere coraggio non significa non provare paura, dolore o impotenza. A volte significa semplicemente non lasciarsi sopraffare e trovare la forza per andare avanti. E spesso questa forza nasce proprio quando non affrontiamo da soli ciò che ci accade.

Scrive Chiara Lubich: «Se c’è una realtà misteriosa nella nostra vita è il dolore. […] Anche chi ci è accanto e ci vuole bene è spesso incapace di aiutarci a risolverlo; eppure a volte ci basta che qualcuno lo condivida con noi, magari in silenzio»[1].

La parola chiave è proprio questa: “condividere”. Perché ci vuole coraggio anche per uscire da noi stessi, avvicinarci agli altri e non restare indifferenti di fronte a ciò che vivono.

Anche nei momenti più bui, cerchiamo di trovare la forza per vincere il male con il bene. Non chiudiamoci in noi stessi, ma restiamo aperti agli altri, prendendoci cura di loro con piccoli gesti concreti, tanto nelle azioni quotidiane quanto nell’impegno sociale per costruire il bene comune.


A volte, il coraggio di una persona è reso possibile da altre che, nel momento del bisogno, scelgono di non voltarsi dall’altra parte. Lo mostra la storia raccontata da Mario Calabresi del suo incontro con Alì, un sarto molto apprezzato che lavora in un piccolo negozio di una città del Nord Italia. “Una vita che stupisce chiunque voglia allontanarsi dalle semplificazioni del nostro tempo. Pensate a quante se ne potrebbero applicare ad Alì, riducendolo a un numero, uno dei tanti: “profugo”, “clandestino”, “illegale arrivato su un barcone”, “richiedente asilo”… Perché Alì è stato tutte queste cose(…).Alì è riuscito a conquistarsi una vita serena e normale, quella che sognavano i suoi genitori, perché ha trovato persone che nei momenti più difficili hanno allungato una mano e non l’hanno lasciato affondare. È accaduto quando nel bosco al confine con la Bulgaria una voce gli ha detto di cambiare direzione per non essere colpito dalle guardie di frontiera; è successo quando l’amico Ahmad lo ha trascinato sulla coperta della barca che li stava portando in Italia, per evitare che soffocasse”. E poi è proseguito quando un sindaco di una piccola città del sud dell’Italia lo ha ospitato nella casa di una vecchia zia da poco scomparsa e quando due professori in pensione di un paesino dell’altro estremo dell’Italia, nel nord, gli hanno aperto la casa perché non dormisse alla stazione, o al parco. E quando un gruppo di amici ha garantito con l’agenzia per l’affitto del negozio. Conclude Calabresi: “Il suo racconto mi dice che gli altri possono fare la differenza. Gli altri siamo noi”[2].

Forse il coraggio è anche questo: andare avanti grazie alla mano che qualcuno ci tende e, quando tocca a noi, avere il coraggio di tenderla agli altri.

L’IDEA DEL MESE è attualmente prodotta dal “Centro del Dialogo con persone di convinzioni non religiose” del Movimento dei Focolari. Si tratta di un’iniziativa nata nel 2014 in Uruguay per condividere con gli amici non credenti i valori della Parola di Vita.

[1] C. Lubich, Parola di vita marzo 2005, in eadem, Parole di Vita, a cura di Fabio Ciardi, (Opere di Chiara Lubich 5), Città Nuova, Roma, 2017, pp.745-746.

[2] Mario Calabresi, Ricucire la vita: https://mariocalabresi.com/ricucire-la-vita-2 

lunedì 2 novembre 2026

Parola di Vita - Novembre 2026

Ammettiamolo: nel panorama storico in cui viviamo e di cui riceviamo notizie ogni giorno più allarmanti, questa Parola ci appare quasi “stonata”. Tutto infatti ci porta a scoraggiarci, intrappolati tra l’insicurezza di situazioni più grandi di noi e aspettative di prestazione che ci condizionano.

È proprio in un contesto simile che il vangelo di Giovanni ci parla: gli apostoli sono intorno a Gesù, durante l’ultima cena. In questa scena si alternano drammaticamente fraternità e tradimento, dono di sé e oscurità del male. Gesù fa loro un ultimo discorso, per prepararli alla prova della passione, ma assicurando che tornerà. Egli stesso li mette in guardia: “nel mondo” potranno essere travolti da tempeste e delusioni, ma in lui troveranno sempre pace e pienezza di vita.

Le sue parole sono una promessa che dà speranza:

«Abbiate coraggio: io ho vinto il mondo!».

Se le circostanze esterne e le nostre fragilità ci provocano paura e sofferenza, Gesù ci invita ad affidarci a lui, a riconoscere i segni della sua presenza nella nostra vita anche oggi, per avere uno sguardo nuovo sulla realtà.

Scrive Chiara Lubich: «Se c’è una realtà misteriosa nella nostra vita è il dolore. […] Anche chi ci è accanto e ci vuol bene è incapace spesso di aiutarci a risolverlo; eppure a volte ci basta che qualcuno lo condivida con noi, magari in silenzio.

Questo ha fatto Gesù: è venuto vicino ad ogni uomo, ad ogni donna, fino a condividere tutto di noi. Più ancora: ha preso su di sé ogni nostro dolore e si è fatto dolore con noi, fino a gridare: “Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?” (Mt 27, 4). […] Ogni dolore fisico, morale, spirituale mi ricorda Lui, è una sua presenza, un suo volto. Posso dire: “In questo dolore amo te, Gesù abbandonato. Sei tu che, facendo tuo il mio dolore, vieni a visitarmi. Allora te voglio, te abbraccio!”. Se siamo poi attenti ad amare, a rispondere alla sua grazia, a volere ciò che Dio vuole da noi nel momento che segue, a vivere la nostra vita per Lui, sperimentiamo che, il più delle volte, il dolore sparisce. E ciò perché l’amore chiama i doni dello Spirito: gioia, luce, pace»[1].

«Abbiate coraggio: io ho vinto il mondo!».

Lasciamo che, anche nel momento dell’oscurità, sia lui stesso in noi a vincere il male con il bene, a superare la tentazione di chiudere il cuore, a farsi prossimo ai fratelli, servendoli con amore nelle piccole azioni quotidiane come nell’impegno sociale a favore del bene comune.

Anche l’amore reciproco nella comunità dà testimonianza della vicinanza del Signore e ci incoraggia. È l’esperienza vissuta dal giovane Javier, della Repubblica Dominicana: 

«Ero in visita da mio cugino e ho deciso di arrampicarmi su un muro nel cortile, ma è crollato su di me, schiacciandomi la gamba destra. All’ospedale ho detto ai miei genitori che non riuscivo a sopportare il dolore. Mio padre mi ha detto con dolcezza: “È come condividere la sofferenza di Gesù: cerca di abbracciarlo”. Quando mi sono svegliato, mi sono reso conto che la mia gamba non c’era più. All’inizio ho pianto molto, ma a poco a poco ho sentito una calma interiore, confidando che Dio avesse un piano per me.

Grazie all’amore e al sostegno dei giovani della nostra comunità e di altre persone in tutto il mondo, ora ho una protesi provvisoria e tra qualche mese ne riceverò una permanente. La vita a casa è gradualmente tornata alla normalità. Aiuto nelle faccende domestiche, sto vicino alla mia famiglia e sono riuscito persino a finire la scuola con ottimi voti. Tutti – la mia famiglia, i miei amici e il personale dell’ospedale – sono stati colpiti dalla calma e dall’atteggiamento positivo che ho cercato di mantenere».

A cura di Letizia Magri e del team della Parola di Vita

[1] C. Lubich, Parola di vita marzo 2005, in eadem, Parole di Vita, a cura di Fabio Ciardi, (Opere di Chiara Lubich 5), Città Nuova, Roma, 2017, pp.745-746. 

domenica 1 novembre 2026

IL FUTURO E' UNA PROMESSA

Il volantino degli universitari di Comunione e Liberazione dopo le violenze scoppiate a Milano nel weekend del 17 ottobre.

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Tanti commenti sono stati scritti in questi giorni per cercare di decifrare episodi che ci ha ferito vedere: ragazzi molto più giovani di noi, alcuni addirittura dodicenni, che sfasciavano le vetrine dei negozi e andavano allo scontro con la polizia in piazza Duomo a Milano. Sono emersi fattori sociologici (emarginazione delle seconde generazioni di immigrati), politici (opposizione al governo), economici (il carovita), pedagogici (assenza della famiglia e della scuola); c’è chi ha parlato anche di aspetti fisiologici (lo sviluppo del lobo frontale impedirebbe, nell’adolescenza, una consapevolezza adeguata delle conseguenze delle proprie azioni). Sono tutti elementi reali, che si intrecciano. Tuttavia, nessuno di questi è emerso come ragione esaustiva della violenza esplosa.

Sono scesi in piazza in centinaia, ma non stavano dicendo o costruendo qualcosa insieme: ognuno era lì nel tentativo ingenuo e in fondo disperato di affermare sé per qualche istante, anche a costo di compiere il male. Come nei testi delle canzoni trap che vanno di moda, e che nello scorso fine settimana hanno preso forma reale per qualche ora; alcuni cantanti non hanno mancato di rilevarlo.

Non conosciamo la vita di quei ragazzi, ma dobbiamo riconoscere il male delle loro azioni, senza pretendere che questo basti a dire chi sono. Il loro volto era coperto; noi vorremmo poterlo vedere. Ci piacerebbe prendere sul serio quei ragazzi, poterli guardare in faccia e chiedere a ciascuno di loro: è davvero questo quello che cerchi?

A Parigi, davanti a migliaia di giovani - e meno giovani - assiepati in silenzio a Place de la Concorde per ascoltare le sue parole, il Papa ha detto: «Bisogna riconoscere che quaggiù nulla riesce mai a appagarci pienamente. Quando riteniamo finalmente concluso il nostro impegno e ricompensati i nostri sforzi, molto spesso il vuoto interiore riemerge, ancora più profondo. Allora, per colmarlo, può capitare che cerchiamo nuovi piaceri, che vogliamo possedere nuove cose, che facciamo di tutto per “divertirci” pur di non provare quel malessere interiore!» (Leone XIV, omelia a Place de la Concorde, 26 settembre 2026).

Ci ha colpito notare la differenza tra quelle due piazze. I ragazzi andati a incontrare il Papa non avevano il problema di farsi ascoltare: «Cercavano qualcuno da ascoltare. Qualcuno che parlasse loro con autorevolezza di vita, di morte, di speranza. La vera sfida è tutta qui: offrire risposte all’altezza di domande radicali, per quanto inconsapevoli o acerbe» (E. Boffi, “Il bluff dell’ascolto: proviamo a dire qualcosa ai giovani”, 20 ottobre 2026, Tempi.it).

Davanti a gesti che si esauriscono nella distruzione e nella violenza, senza esprimere una reale domanda, ci sembra di poter scorgere una forma di nichilismo latente. E allora, davanti a quei ragazzi che hanno il nostro stesso volto, ci chiediamo: c’è qualcosa per cui valga la pena vivere e costruire? È una domanda che ci accomuna e che desideriamo affrontare, insieme.

A noi è accaduto di incontrare dei volti nuovi, una compagnia in cui sperimentare una risposta vera, bella, all’altezza di quella domanda. Al Meeting di Rimini, Leone XIV ci ha detto che «il futuro è una promessa, non una minaccia» (Leone XIV, Discorso ai partecipanti al Meeting per l’amicizia fra i popoli, 22 agosto 2026). Desideriamo «mantenere un cuore aperto», come ci invita a fare il Papa, e invitare tutti a verificare con noi questa promessa.


Comunione e Liberazione Universitari


 

martedì 27 ottobre 2026

 

sabato 17 ottobre 2026

 

martedì 13 ottobre 2026

 

lunedì 12 ottobre 2026

TESTIMONIANZE : Quando l’altro entra nella nostra vita

Mettersi nei panni di chi percepiamo lontano, diverso, ci aiuta a comprenderne la storia, le difficoltà, ma anche la ricchezza che porta con sé.  Al contempo accogliere significa aprire il cuore a infinite possibilità, tra queste, quella di ricevere per primi doni in abbondanza e trasformarsi, senza saperlo, in una “casa”.

Rimango seduta nell’auto davanti alla stazione, in attesa del treno con mia fi­glia, quando mi si avvicina un uomo che mi mostra i suoi documenti: è un pale­stinese scappato dalla guerra.

Dal suo italiano stentato capisco che alloggia presso la Caritas. ed è ve­nuto qui a cercare lavoro come murato­re. Prima però deve regolarizzare la sua situazione e per questo ha bisogno di una marca da bollo e di quattro foto. Lo ascolto, con difficoltà cerco di interagire con lui, ma non rispondo alla sua richie­sta, pur salutandolo gentilmente.

Intanto il treno ritarda. Lo sguardo va al palestinese che, all’ingresso del­la stazione, attende a sua volta… chi? Qualcuno più caritatevole di me? Den­tro una forte spinta mi fa ritornare da lui, stavolta con la somma per la pratica da fare nella questura. Mentre arriva il treno, lui non finisce di ringraziarmi ca­lorosamente.

Al pensiero che bisogna essere sempre pronti all’incontro con Dio, concludo: dunque, è stato proprio Lui a incontrare me in quel palestinese.

(Barbara – Italia)

Io, medico pediatra, e Ursula, infermiera nello stesso reparto pediatrico dell’o­spedale, nei primi anni di matrimonio non ci eravamo quasi accorti che non nascevano figli propri, essendo concen­trati sui piccoli affidati alle nostre cure. Finché un mattino è stato ricoverato da noi un bimbo di tre mesi, nato da una mamma minorenne che non poteva oc­cuparsi di lui.

Dopo una lunga riflessione, abbiamo fatto ri­chiesta di adozione. È iniziato il periodo più bello della nostra vita. Ci avviavamo al lavoro insieme, col piccolo Marius in braccio, e una volta in ospedale, lo mettevamo in carrozzina là dove pote­vamo averlo sempre sott’occhio duran­te il lavoro. Due anni dopo è accaduto il caso analogo di un altro neonato per il quale si cercava una famiglia adottiva. Così Franz si è aggiunto a Marius: era­no molto diversi tra loro, come del resto accade anche con i figli naturali. Altri due anni e, sempre per circostanze ana­loghe, s’è aggiunta Elke. Sono anzitutto figli di Dio, ma a noi sembrano anche il frutto del nostro amore e del nostro la­voro per i bambini di tutti.

(J. e U. – Germania)

A cura di Maria Grazia Berretta tratto da Il Vangelo del Giorno, Città Nuova, anno XII – n.5 –settembre-ottobre 2026) 

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