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Una delle domande che più pesa sul cuore e nella testa dell'uomo è: che cosa vogliamo essere o meglio, chi siamo veramente? Portatori di bene o portatori di male? Cosa sono realmente il bene ed il male? Quando un cuore è ricolmo di bene si riconosce dalla tranquillità che porta in ogni posto dove si trova; quando invece non lo è, porta scompiglio, inquietudine e forte turbamento. Ma cosa spinge un cuore a non scegliere il bene?
Un cuore che non sceglie il bene è un cuore che costruisce parole e gesti senza pensare alle conseguenze, è un cuore impaziente, che pensa che la via più facile per ottenere il proprio posto nel mondo sia quella di affossare gli altri con forza e senza sporcarsi le mani, per affermarsi, senza fare i conti con la propria coscienza.
Un cuore invece che sceglie il bene sa che ci vuole tempo e tanta pazienza per capire come stare al mondo, che porgere una mano all’altro è sempre la scelta giusta, che mettere una buona parola è sempre il miglior modo per costruire la pace, che ascoltare è la più alta forma dell’amore e che non per forza aggiungere qualcosa sia la scelta più corretta. Perché il cuore che sceglie il bene mette in conto che tutto e tutti hanno il loro tempo, che non è detto che un albero che quest’anno non dona frutti non possa essere il più prospero in futuro.
E' come se in ognuno di noi alloggiassero due lupi. E' un'antica leggenda Cherokeee, una delle tribù native americane più importanti e numerose degli Stati Uniti. Vi invito a leggerla e a fermarvi a riflettere.
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“Mentre i conflitti si intensificano nel mondo, rinnoviamo il nostro impegno a essere strumenti della pace di Cristo in un mondo sempre più frammentato e diviso”. Lo scrive mons. Paul S. Coakley, presidente della Conferenza episcopale degli Stati Uniti (Usccb), in una dichiarazione per il venticinquesimo anniversario degli attentati dell’11 settembre 2001. “Mentre ricordiamo nella preghiera quella tragedia, invito tutti i cattolici a unirsi a me nella preghiera per le vittime che ci sono state strappate da atti di violenza ingiustificabile venticinque anni fa al World Trade Center, al Pentagono e nelle campagne della Pennsylvania”, prosegue l’arcivescovo, che abbraccia nella preghiera i familiari e gli amici delle vittime, “che ancora piangono la perdita irreparabile dei loro cari”, insieme ai soccorritori, molti dei quali “hanno dato la vita in gesti di generoso coraggio”. In quel giorno terribile e nelle ore buie di paura e incertezza che seguirono, ricorda mons. Coakley, “la nostra fede ci ha sollevati e sostenuti”: come nazione, “ci siamo ritrovati a rivolgerci a Dio nella preghiera e a guardare alla nostra fede con una nuova intensità e un senso di unità”. Citando il messaggio di Papa Leone XIV per la Giornata mondiale della pace, il presule ricorda che la pace non è soltanto un obiettivo, ma una presenza e un cammino, e che anche dove restano solo macerie si incontrano persone che non l’hanno dimenticata. Di qui l’invito a implorare lo Spirito Santo perché ci conformi sempre più all’immagine di Gesù, Principe della pace, per costruire insieme “una civiltà dell’amore e della fraternità universale”.
(Da agensir.it)
Quanto mi sarebbe piaciuto stringergli la mano. Sedermi ai suoi piedi e ascoltare le sue sagge e profetiche parole. Un santo? No! Un cristiano. Un uomo che ha scelto di ascoltare, comprendere e seguire il Maestro, Gesù il Cristo. Alcuni anni fa ho ricevuto un suo messaggio personale attraverso una piattaforma social dove si complimentava per le mie letture giovanili e mi invitava a proseguire, a tenere sempre aperta una porta perché lo Spirito soffia e ci invita al dialogo, alla misericordia, al perdono e al cammino. Non tantissime parole ma profonde, incisive e soprattutto spronanti ad essere un uomo in cammino.
In un articolo da Lui scritto qualche anno fa ho ritrovato perfettamente delineata la sua figura e soprattutto la sua vocazione monastica e cristiana.
“Perché ciò che mi interessa è l’umanità, quella reale che s’incontra qui e ora sulle diverse strade percorse insieme. E mi sembra di aver accompagnato un mutamento nella società e nella chiesa. Ho osservato eventi catastrofici inattesi: dalla pandemia all’acuirsi della crisi culturale in Europa, dalla rinascita della seduzione della guerra al naufragio della cristianità fino a rischiare di essere ridotta a patrimonio culturale nel nostro Occidente. Il paesaggio umano e religioso è cambiato, un mutamento destinato a continuare”. Ciò che non cambia, però, è la passione per l’uomo e la storia di cui la vicenda del cristiano deve essere nutrita, abbracciandone le contraddizioni, i limiti e le fragilità, accanto alle piccole e grandi gioie quotidiane: “L’esperienza di fede è esperienza di bellezza, di un incontro tanto reale quanto indicibile, di una presenza più intima a noi del nostro stesso intimo”.
Ora per Lui è venuto il momento di realizzare concretamente tutto ciò che con lo studio, la preghiera e la meditazione cercava di assaporare e di trasmettere agli uomini di buona volontà.
Grazie Fratello Enzo!
La chiamano «la Regola di platino». Tutti conoscono la grandezza della Regola d’oro (“fai all’altro quello che vorresti fosse fatto a te”) e proprio da questa nasce quella che può esserne una evoluzione persino più universale: “sforzati di capire che cosa l’altro vorrebbe che fosse fatto a lui: e di conseguenza agisci”.
Forse proprio qui possiamo riconoscere una delle forme più autentiche dell’amore: incontrarci da pari a pari, ciascuno con le proprie forze e le proprie fragilità, in un rapporto di reciprocità e di rispetto, riconoscendo il valore e la dignità di ogni vita anche nei contesti più difficili. Si tratta di guardare con attenzione chi ci sta accanto, senza ignorarlo.
“Il vero amore del prossimo – afferma Chiara Lubich – non opera alcun male”. Infatti, se amiamo, evitiamo ogni forma di male, sia verso noi stessi sia verso i nostri fratelli e le nostre sorelle. Il primo passo per amare il prossimo è, appunto, non fargli del male. Ma per arrivare ad amare pienamente è necessario essere creativi nell’amore: papa Francesco ci ricordava che non basta non fare il male al prossimo, ma occorre scegliere di fare il bene, cogliendo tutte le occasioni che si presentano.
Lo sappiamo, nessuno di noi può dare ciò che non ha e solo riconoscendo di essere stati prima di tutto amati possiamo liberare con pienezza i nostri doni verso gli altri.
Come vivere, allora, questa Idea del Mese? Rimettiamo l’amore al centro della nostra vita. Amiamo gli altri concretamente, con creatività e fantasia e soprattutto con un ascolto profondo, che viene “da dentro”, dal cuore.
In vista dell’XI giornata mondiale di preghiera per la cura del creato che ricorre il 1° settembre, Papa Leone XIV ha scritto un messaggio dal titolo “Forgeranno le loro spade in vomeri e le loro lance in falci” (Is 2,4).
È un testo da leggere più volte e meditare, partendo proprio dal titolo che riprende una delle immagini più celebri della Bibbia. Isaia immagina che l’oggetto costruito per la guerra viene trasformato in uno strumento agricolo. Ciò che serviva per distruggere diventa un arnese per la produzione della vita. È una descrizione molto bella per esprimere la pace. E si lega all’attualità. Oggi, infatti persistono rapporti delicati con conflitti armati che distruggono l’ambiente e minacciano la vita di milioni di persone.
Papa Leone richiama il profondo legame tra pace, cura del Creato e dignità umana, invitando a orientare le risorse verso la vita e la sostenibilità. “Oggi, però, vediamo troppo spesso accadere l’esatto contrario, mentre gli sforzi continuano a essere orientati alla violenza e alla guerra” scrive il Pontefice. La guerra “lascia dietro di sé una distruzione sociale ed ecologica che dura per generazioni. L’interazione tra conflitti armati e degrado ambientale, inoltre, crea spesso un circolo vizioso che distrugge gli ecosistemi, contamina risorse essenziali come l’aria e l’acqua e mina la sicurezza alimentare. Il che alimenta povertà, disuguaglianza e nuove tensioni sociali, che possono contribuire, a loro volta, all’insorgere di ulteriori conflitti”.
Il creato è la «natura», ossia tutto ciò che ci circonda! E l’uomo non è un osservatore, ma ne è parte. E l’auspicio di Isaia si fa oggi appello a “trasformare ciò che è male in vita”. Una conversione che non può prescindere dal tornare non soltanto al cuore, ma a chi lo guarisce: il Signore. Perché lì dove il singolo si rinnova, si aprono nuove possibilità.
“Ciò che è stato usato per la distruzione può essere reindirizzato verso la vita, per la cura dei poveri, il nutrimento degli affamati e la salvaguardia del creato – afferma il Papa -. Questo è il cammino di un’autentica conversione ecologica, in cui gli effetti dell’incontro con Gesù Cristo si manifestano con evidenza nel rapporto con il mondo che ci circonda. La pace, quindi, comincia nel cuore e si riflette all’esterno nelle nostre relazioni, nelle comunità e più ampiamente nel mondo”.
Per decenni i social network sono stati progettati secondo un obiettivo molto semplice: catturare la nostra attenzione il più a lungo possibile, spingendoci a guardare contenuti, cliccare, scorrere continuamente e tornare sulle piattaforme. Qualcosa, forse, cambierà a partire da quanto succede in questi giorni perché Meta ha proposto di chiudere la causa intentata da 29 Stati americani sugli effetti di Facebook e Instagram sui minori con un accordo da 18 miliardi di dollari. Il colosso non ha riconosciuto alcuna responsabilità e l’intesa si fonda sulla normativa statunitense relativa alla tutela della privacy dei bambini. Oltre al denaro però Meta si impegna ad implementare alcuni cambiamenti nel proprio sistema. Nessuna di tali modifiche, prese singolarmente o nel complesso, sarà sufficiente a risolvere del tutto le criticità, e comunque riguardano per ora solo il mercato americano e solo i minori.
Tuttavia, esse mettono in discussione un principio che per anni ha guidato lo sviluppo dei social: l’idea che aumentare il più possibile il coinvolgimento degli utenti, sino di fatto alla dipendenza, sia un obiettivo socialmente accettabile. Se si può fare tecnicamente facciamolo. Nel caso dei minori, la necessità di introdurre tutele più forti appare evidente. Le aziende tecnologiche non dovrebbero poter scaricare interamente su genitori e ragazzi la responsabilità nell’uso di tali sistemi. La protezione dovrebbe essere incorporata direttamente nei prodotti, fin dalla loro progettazione e attivata automaticamente.
La questione, però, non riguarda soltanto i minori. Esiste infatti un problema più ampio che coinvolge anche gli adulti e su due fronti: il disegno stesso dei social che è la chiave del loro successo e la dieta mediale di tutti noi. Il primo è il nodo più complesso: queste tecnologie sono state costruite a partire da quello che l’umano è, da come l’umano si comporta, cioè il cervello umano, per poter interpretare la realtà e decidere consumando la poca energia che consuma, procede per salti, scorciatoie e vie traverse. Questo vale per chiunque di noi, non è questione di pigrizia, posture o cultura. Meta e non solo Meta oggi e domani non rinunceranno a questa architettura di base, perché rinuncerebbero a tutto. Ci saranno forse aggiustamenti, ma non di più. Meta, per stare in un paragone fatto in questi giorni con le cause alle lobby del fumo degli anni Ottanta e Novanta, non comincerà a produrre sigarette senza tabacco.
Resta la consapevolezza che i social sono indubbiamente uno strumento strepitoso di condivisione, socializzazione, conoscenza e quanto ciascuno di noi ha sperimentato in questi decenni. Ma sono parimenti tossici. Al tempo delle macchine intelligenti custodire l’umano non passa, come ha avvertito Papa Leone, dalle regole, dalle sentenze o dall’etica. Ma dalla bellezza di essere sì liberi, ma soprattutto capaci di responsabilità, capaci di decidere e volere. Scegliere e rinunciare.
Oggi non stiamo assistendo alla fine dei social media, ma forse possiamo entrare in un’era nuova, più consapevole, autentica ed umanamente significativa. Ove dalla massa torniamo al valore della persona, dalla moda alla vocazione, dal consumo per esistere, all’esistere scegliendo di non consumare a prescindere.
(Da un articolo di Luca Peyron su agensir.it)
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