Con una certa frequenza continuo a leggere articoli sul tema del fine vita. Ne ho pubblicati io stesso su questo mio blog. Il problema è molto delicato e presenta tutta una serie di riflessioni e di implicazioni morali, etiche e religiose che rendono ulteriormente complicato il parlarne. Forse dovremmo far parlare tutti coloro che si sono trovati faccia a faccia con familiari o persone care che necessitavano di assistenza per disabilità o malattie degenerative o perdita della propria fondamentale autosufficienza. Sono storie di dolore, di solitudine, di malattia, di difficoltà economiche. Ma c'è anche chi ha vissuto una "ribaltante storia d'amore". Come quella che mi ha raccontato una persona a me molto cara e che dopo anni è riuscita a mettere per iscritto. Vi invito a leggerla, per scoprire come un dolore devastante può riempire d'amore la vita delle persone, sia quelle che rimangono come quelle che devono partire!
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GRAZIE INFINITE GRANDE PIETRO, MIO ADORATO PAPÀ!
Penso sia arrivato il momento di raccontare una grande Storia d’Amore, perché semplicemente di Amore e soltanto Amore si tratta. Il 28 Settembre prossimo faranno diciotto anni in cui il mio Grande Pietro, Papà adorato, è partito per il Paradiso. Lungi da me il puntare il dito, con un facile e scontato giudizio nei confronti di chi ha operato scelte diverse dalle nostre, a cui va invece il massimo rispetto per la sofferenza patita ed espiata giorno dopo giorno, sia da parte di Chi è inchiodato sulla Croce (l’Ammalato/l’Ammalata) come da parte di Coloro che salgono il Golgota insieme con Lui/con Lei, aiutando a portare il peso della croce (i Familiari).
Dopo un lungo silenzio, prevale però il desiderio cauto e sofferto, di raccontare un cammino condiviso di gioia, bellezza, passioni, interessi e disperato attaccamento alla Vita. Sembrerebbe paradossale, ma così è stato ... Indelebile è la memoria preziosa di un periodo non solo della vita del Grande Pietro, ma anche della nostra esistenza, rivoltata come un “calzino”, spartiacque tra il prima e il dopo. Non sono serviti cinque mesi di ricovero in ospedale e noi, io e la Mamma, “ospedalizzate” con Papà, l’andirivieni in terapia intensiva, il supporto di una ventilazione polmonare tramite un respiratore con mascherina, integrato da ossigeno, il tentativo di una riabilitazione in un centro specializzato, la dedizione generosa del personale medico e paramedico, a cui per sempre andrà la nostra riconoscenza … Tutto è rimasto appeso alla precarietà di un filo fragilissimo! Purtroppo nulla è servito, nel senso che non è bastato.
Un'insufficienza respiratoria totale, dovuta ad un importante fibrotorace, che è una grave forma di fibrosi pleurica in cui lo spazio tra i foglietti della pleura viene invaso da tessuto cicatriziale rigido, ha limitato il movimento dei polmoni del Grande Pietro, imprigionandoli in una "corazza" senza scampo.
L’altro passo decisivo di Papà, è stata l’accettazione in consapevolezza e con consenso informato (ci ha pensato la Mamma con delicatezza a farlo), in merito alla scelta di vivere per tre anni attaccato ad una ventilazione meccanica forzata per tracheostomia. In parole povere, il respiro del ventilatore, che arriva nelle basse vie respiratorie tramite una cannula tracheostomica cuffiata Shiley, l’alternativa più libera, si fa per dire, al polmone d’acciaio.
Ricordo il ritorno a casa, era il 21 Giugno 2006, ma soprattutto ricordo la forza incredibile del Grande Pietro di tenere duro … Da lì, la nostra casa si è aperta a tecnici del ventilatore e del bombolone dell’ossigeno, fisioterapisti, infermieri per le medicazioni e medici rianimatori del 118, prodighi nel darci utilissimi consigli su come districarci tra tubi, filtri antibatterici, antivirali e umidificatori, broncoaspiratore e sondini monouso, campana umidificante … E altro, altro ancora ...
Eppure la nostra casa risuonava di tanta bella musica, delle risate dei film di Totò, delle scene di opere teatrali e di rivista, di documentari storici e di una voce narrante, la mia, di libri classici di ogni genere: Papà è sempre stato un accanito Lettore, anche costantemente aggiornato in tempo reale sulle ultime notizie e sugli eventi globali, quindi, bisognava seguire più telegiornali e giornali per non lasciarsi sfuggire le informazioni dell'ultimo minuto su cronaca, politica internazionale, economia, tecnologia, sport e cultura. E il difficile, anzi l’impossibile, in quel 2006, è stato tenergli nascosta o almeno provare ad edulcorare la storica battaglia legale e pubblica di Piergiorgio Welby per il diritto di rifiutare l'accanimento terapeutico e di interrompere i trattamenti di sostegno vitale in Italia. Comunque, è proprio lì che ho compreso la risolutezza del mio Papà nel riconoscere una condizione di patire comune, la dolcezza nel rassicurarmi che aveva capito, sapeva e rispettava, ma il suo caparbio attaccamento a quelle gocce di “felicità” superava ogni limite.
Quante corse all’impazzata in pronto soccorso, quante volte, io e la Mamma, lo abbiamo riacciuffato per il rotto della ”cuffia”, senza tregua, giorno e notte … Ormai, tutti ci conoscevano e conoscevano il Grande Pietro e Lui conosceva per nome Tutti. In emergenza sull’ambulanza, chiedeva di azionare il suono della sirena, in quanto l’uso dei lampeggianti non bastava e quando ci voleva, ci voleva per attraversare il paese … Almeno quella soddisfazione voleva togliersela, non certo dettata dalla paura di morire, perché Lui era sempre pronto e ogni attimo presente lo viveva come se fosse l’ultimo!
Una sera d’estate, sfinita, mi ero appisolata e mi aveva svegliato il suono acuto dell’allarme del respiratore, con la vista di Papà paonazzo e senza respiro. L’ho broncoaspirato e, una volta rientrato il pericolo, più per dare sfogo al mio spavento che per altro, mi ero permessa di rimproverarlo, chiedendogli perché non mi avesse avvisato, la sua risposta disarmante con un labiale intellegibile non si era fatta attendere: «Tu dormivi così bene e, poi, io volevo vedere in televisione chi avrebbe vinto il gioco … ». Ecco! Questo era, è e rimarrà per me il Grande Pietro, che per l’ultimo compleanno della Mamma, in quell’estate settembrina, si era premurato di raccomandarmi di acquistare i suoi fiori preferiti … Che non voleva pianti e commiserazione di amici e parenti in sua presenza … Che era soprannominato il “Piccolo Principe” dal suo amico parroco, che gli portava la Comunione ogni Domenica … Che aveva tutti i suoi Santi preferiti, messi in ordine sul ripiano del ventilatore, compagni di avventure durante le rocambolesche corse in extremis in ospedale, con la promessa, da me puntualmente mantenuta, che saremmo tornati a casa, costi quel che costi … Salvo poi riprendere, orario permettendo, il film di Totò interrotto … Che si vantava con gusto di pregare il Padre Nostro, la sua preghiera preferita … Che voleva essere sbarbato e profumato, curando con scrupolo un aspetto ordinato, gentiluomo di altri tempi garbato ... Che era l’Amico prediletto del piccolo Mauro, un bambino di sei anni nostro vicino di casa … Che mi aveva svegliato, quel primo giorno di scuola, al suono della sua inseparabile campanella, augurandomi un buon inizio d’anno con i miei studenti … Che amava i nostri animali, la sua cagnolona Giacomina, detta Giaky, e la micina Amanda Lear ... Che godeva della vista del cielo azzurro, del contatto sulla pelle con l’aria fresca e con il calore dei raggi del sole, persino nei tragitti di emergenza in ospedale, tanto frequenti in una settimana ... Che, da ultimo, ma non da ultimo, aveva auspicato a sua nipote di vincere alla partita di pallavolo quella sera e alla sua amata compagna di una vita, la Mamma, aveva espresso con un sorriso radioso il suo apprezzamento per il taglio fresco di capelli, prima di scivolare nel sonno profondo del coma …
La mia preghiera costante, in quegli anni, era che il Papà passasse al riposo eterno dei Giusti, senza soffocare, senza quel rumore assordante, acuto e penetrante dell’allarme: quante volte ci aveva risvegliato bruscamente nel cuore della notte, richiedendo interventi risolutori immediati e soprattutto rapidi. Ormai, io e la Mamma, eravamo abituate a un sonno vegliato, uno stato di dormiveglia continuo, che ancora oggi rende le mie notti leggere e insonni … Ma, il Buon Dio che tutto vede e sa, mi ha esaudita, ha esaudito il Grande Pietro, accompagnando il respiro assente dei suoi polmoni fino alla fine. Fino a quando, quella sera del 28 Settembre alle ore 22:10, dopo diagnosi di decesso accertato da un medico rianimatore del 118, ormai amico di casa, io stessa ho spento il ventilatore.
Grazie infinite Papà, Amore Assoluto, inesauribile nell’Amore, per tutto quanto mi hai insegnato, per tutto il Bene che mi hai trasmesso e perché, a supporto della mia desolazione, alla domanda: «Come mai proprio a Te, Papà?», rispondesti: «Per quale ragione a qualcun altro? Tu, Figlia mia, cerca di imparare come si deve vivere e anche morire, ricordati, non è uno scherzo!»
Continua a guardare giù da Lassù con la Mamma e proteggimi, proteggici.
Tua Figlia, orgogliosissima di esserlo
Daniela Villa
