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Il Coordinamento Emergenze del Movimento dei Focolari ha avviato una raccolta fondi straordinaria in sostegno della popolazione del Venezuela, attraverso Azione per un Mondo Unito (AMU) e Azione per Famiglie Nuove (AFN). I contributi versati verranno gestiti congiuntamente da AMU e AFN per far arrivare alle popolazioni colpite dal terremoto del 24 giugno 2026 aiuti di prima necessità per l’alimentazione, le cure mediche, la casa e l’accoglienza in diverse città del Paese anche in collaborazione con le Chiese locali.
Ogni contributo permetterà di portare sollievo immediato e immaginare, insieme, percorsi di speranza e ricostruzione.
Si può donare online:
Azione per un Mondo Unito ETS (AMU) IBAN: IT 58 S 05018 03200 000011204344 presso Banca Popolare Etica Codice SWIFT/BIC: ETICIT22XXX
Azione per Famiglie Nuove ETS | Banca Etica – filiale 1 di Roma – Agenzia n. 0 | Codice IBAN: IT 92 J 05018 03200 000016978561 | BIC/SWIFT: ETICIT22XXX
Causale: Emergenza Venezuela
Per tali donazioni sono previsti benefici fiscali in molti Paesi dell’Unione Europea e in altri Paesi del mondo, secondo le diverse normative locali. I contribuenti italiani potranno ottenere deduzioni e detrazioni dal reddito, secondo la normativa per gli ETS
Due forti terremoti di magnitudo 7.1 e 7.5 hanno colpito il nord del Venezuela, causando danni estesi e lasciando migliaia di persone senza casa e senza accesso ai servizi essenziali.
L’impatto riguarda centinaia di migliaia di persone e mette a rischio oltre 6 milioni di abitanti, inclusa la capitale Caracas.
Le infrastrutture sono gravemente danneggiate: oltre la metà di ospedali, strade e collegamenti nell'area del sisma risultano compromessi.
Si prevedono centinaia di migliaia di sfollati con bisogni immediati di acqua potabile, cibo, cure mediche e riparo. In un Paese già segnato da una grave crisi, la situazione è critica.
AVSI è presente in Venezuela dal 2000 ed è attiva fin dalle prime ore dell’emergenza.
Il team sul campo è indenne ed è in contatto costante con le comunità colpite e sta valutando i bisogni più urgenti, insieme alla situazione dei 140 bambini sostenuti a distanza.
Sono in preparazione interventi per:
“Siamo pronti a distribuire cibo, kit sanitari, beni di prima necessità e a dare assistenza a migliaia di persone che hanno perso tutto”
Fiammetta Cappellini, responsabile emergenze umanitarie AVSI
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È possibile aderire alla raccolta fondi direttamente sul sito di AVSI nella sezione dedicata alla campagna Emergenza terremoto in Venezuela.
PATTO
Preambolo
Siamo i responsabili delle confessioni e tradizioni religiose che abitano in Italia, che partecipano al Tavolo interreligioso nazionale. Abbiamo deciso di stendere questo Patto per dare continuità e prospettiva al nostro lavoro insieme e per dare ufficialità a questa esperienza di dialogo. Il documento vuole essere rispettoso nelle parole, responsabilizzante nei contenuti, pragmatico e coraggioso nella sua concretezza e nella sua visione.
Riconosciamo che ogni tradizione religiosa porta con sé valori, radici, esperienze, pratiche, comportamenti e una ricerca del Sacro nei quali si dà spazio alla centralità di Dio, ai messaggi profetici, ai testi sacri, all’esperienza della Trascendenza e alle diverse forme di senso ultimo dell’esistenza; il loro ascolto può contribuire a sviluppare un clima di rispetto e di reciproca comprensione e a creare occasioni di incontro e collaborazione.
Condividiamo il valore e la complessità di essere persone credenti e praticanti di diverse fedi in una società post-moderna secolarizzata, multiculturale e plurireligiosa, ferita da conflitti ed estremismi, anche pseudo-religiosi, derivanti da posizioni etnocentriche, prevaricanti, di chiusura e di colonizzazione culturale ed economica, e condividiamo l’importanza di agire insieme per il Bene comune, certi della rilevanza del dialogo interreligioso per lo sviluppo della società italiana.
Per quanto premesso, ci impegniamo a garantire la nostra presenza al Tavolo: l’opzione per il dialogo è una scelta da percorrere con determinazione anche quando le posizioni divergono e quando le pressioni interne o esterne alimentano fratture e dissidi tra noi e potrebbero dividerci.
Nella circostanza in cui lo sviluppo del dialogo dovesse apparire difficile da mantenere, ci si impegna comunque a che i valori fondamentali condivisi nel Patto vengano preservati.
Tale impegno intende superare i confini del Tavolo e trovare libera espressione all’interno di ogni Comunità, accogliendo le diversità.
Per agire insieme e promuovere il Bene comune, siamo consapevoli di voler assumere una responsabilità reciproca nel costruire un sodalizio di religioni che promuova la coesione sociale, la dignità della vita e il senso di Comunità, rafforzando il rapporto tra le realtà religiose e tutte le istituzioni nello spazio pubblico.
L’impegno
Ci impegniamo quindi a:
A. Incontrarci, nel rispetto e nell’ascolto reciproco, in uno spazio in cui la libertà di parola si coniuga con la chiarezza, la sincerità e l’onestà delle intenzioni, dei pensieri, dei sentimenti e delle posizioni di tutte le persone coinvolte, escludendo ogni altro fine;
B. Educare le nostre Comunità al dialogo: non solo informare bensì proporre e sostenere la conoscenza reciproca attraverso occasioni di formazione, incontro ed esperienze di condivisione accessibili a tutte e tutti, nel rispetto della diversa sensibilità di ciascuna Comunità;
C. Collaborare per il Bene comune: al di là delle differenze e specificità, condividiamo valori etici e morali fondamentali – come ad esempio Pace, giustizia, carità, dignità, compassione, solidarietà, cura della vita e dell’ambiente, educazione, inclusione, libertà religiosa – che rendono possibili azioni congiunte per affrontare le sfide sociali, ambientali e umanitarie senza lasciare indietro nessuna e nessuno;
D. Impegnarci, all’interno delle nostre Comunità di fede, a coltivare il dialogo e la collaborazione interreligiosa per affrontare e superare le difficoltà che ne ostacolano il perseguimento, operando insieme affinché la violenza non abbia mai l’ultima parola;
E. Condividere un linguaggio comune delle culture e religioni del Mediterraneo e dell’ampio orizzonte di tutte le altre tradizioni presenti, che costituiscono un patrimonio per l’Italia da porre in risalto nel contesto europeo;
F. Contrastare ogni forma di pregiudizio, oppressione, discriminazione ed estremismo: prendere posizioni nette e chiare, sia all’interno delle nostre Comunità di fede che all’esterno, contro l’odio e le persecuzioni per motivi religiosi, come ad esempio l’antisemitismo, l’islamofobia e ogni altra forma. Allo stesso modo, promuovere narrazioni autentiche, responsabili e rispettose, impegnandosi a vigilare sull’uso del nostro linguaggio anche all’interno del Tavolo stesso;
G. Promuovere una cultura della Pace fondata sulla giustizia, sulla compassione e sull’interdipendenza tra i popoli, riconoscendo che la famiglia umana è una sola. L’impegno per la Pace significa anche disponibilità a ricercare la verità attraverso la conoscenza della storia, un approccio attento e sensibile alle diverse tipologie di conflitti nel mondo, l’attenzione ad individuare informazioni false e tendenziose;
H. Impegnarci per la salvaguardia della vita sul Pianeta, sostenendo con determinazione ogni sforzo volto al disarmo nucleare e al contrasto del cambiamento climatico, nella consapevolezza che la Pace e la tutela dell’ambiente e degli ecosistemi sono responsabilità comuni e imprescindibili;
I. Promuovere la pari dignità di ogni religione di fronte allo Stato attraverso un dialogo critico e costruttivo sul rapporto tra religione, laicità e politica nel contesto italiano, nella consapevolezza del contributo che le religioni possono offrire al progresso materiale e spirituale della società [“Ogni cittadino ha il dovere di svolgere, secondo le proprie possibilità e la propria scelta, un’attività o una funzione che concorra al progresso materiale o spirituale della società” (art. 4, co. 2, Cost.) e cfr. art. 17 del Trattato sul funzionamento dell’Unione Europea (TFUE) e Libro Bianco sul Dialogo Interculturale del Consiglio d’Europa (2008)].
Le azioni
Nel percorso fatto insieme sono emersi alcuni nuclei tematici-prospettici sui quali è presente una convergenza e una certa urgenza per quanto riguarda un impegno condiviso presente e futuro. Siamo ora chiamati a decidere sulle modalità concrete delle nostre azioni, individuando le pratiche e dimostrando il valore della collaborazione interreligiosa.
Quali possibili azioni:
I. Istituire una giornata nazionale sul dialogo interreligioso: convergenza di iniziative aperte alla cittadinanza quali testimonianze del nostro dialogo e impegno comune;
II. Promuovere progetti condivisi di conoscenza delle nostre tradizioni e di educazione alla Pace e alla cittadinanza, contrastare il clima d’odio tra persone di etnie e religioni diverse;
III. Educare e promuovere il rispetto dei segni e dei simboli religiosi nello spazio pubblico;
IV. Promuovere occasioni di incontro e dialogo tra giovani delle diverse fedi e tradizioni, nel rispetto delle sensibilità e delle pratiche religiose di ciascuna Comunità;
V. Valorizzare il ruolo delle donne all’interno delle confessioni e tradizioni religiose;
VI. Promuovere iniziative di solidarietà e carità che alimentino una coscienza di dialogo interreligioso;
VII. Implementare attività in cui si esplorano le diverse espressioni artistiche e culturali delle varie tradizioni religiose per farne conoscere la ricchezza;
VIII. Creare reti locali e nazionali per affrontare insieme le sfide del nostro tempo: Pace, accoglienza, migrazioni, ecologia, giustizia sociale e cura della fragilità;
IX. Istituire un Fondo interreligioso comune per sostenere iniziative e progetti di utilità sociale tramite un comitato nominato dal Tavolo.
Coloro che aderiscono al Patto si impegnano ad agire con coerenza, per quanto intrapreso e proposto in contesti esterni al Tavolo, con prese di posizione ed iniziative che collimino con lo spirito delle iniziative menzionate e al fine di preservare sincerità di intenti.
ARA PACIS, Roma - 25 giugno 2026
Giuseppe Momigliano,Assemblea dei Rabbini d’Italia
Cristin Cappelletti,Assemblea Spirituale Nazionale dei bahá’í d’Italia
Naim Nasrollah,Centro Islamico Culturale d’Italia
Abu Bakr Moretta,Comunità Religiosa Islamica Italiana
Mustapha Hajraoui,Confederazione Islamica Italiana
Matteo Maria Zuppi,Conferenza Episcopale Italiana
Daniele Garrone,Federazione delle Chiese Evangeliche in Italia
Alberto Aprea,Istituto Buddista Italiano Soka Gakkai
Cenap Mustafà Aydin,Istituto Tevere
Polykarpos,Sacra Arcidiocesi Ortodossa d’Italia
Singh Jagjit,Sikhi Sewa Society
Filippo Scianna,Unione Buddhista Italiana
Livia Ottolenghi,Unione delle Comunità Ebraiche Italiane
Yassine BaradaiUnione delle Comunità Islamiche d’Italia
Franco Jayendranatha Di Maria,Unione Induista Italiana Sanatana Dharma Samgha
Tra il 1° gennaio e il 22 giugno 2026, l’Arabia Saudita ha eseguito 96 condanne di morte, di cui 61 per reati legati alla droga. Tra le persone messe a morte per questi reati, 39 erano cittadine e cittadini stranieri provenienti da Etiopia (7), Pakistan (7), Sudan (5), Giordania (4) e Siria (3), oltre che da altri paesi. Ventidue erano cittadini sauditi. L’ultima esecuzione è avvenuta il 18 giugno.
Dana Ahmed, ricercatrice di Amnesty International per il Medio Oriente, ha dichiarato oggi:
“Siamo a metà dell’anno e l’Arabia Saudita ha già messo a morte quasi 100 persone: un tragico traguardo che mette in luce il ricorso spietato e illegale delle autorità alla pena di morte. Delle 96 persone già messe a morte nel 2026, ben 61 lo sono state per reati legati alla droga; 39 erano cittadine e cittadini stranieri e 22 cittadini sauditi”.
“In un momento in cui governi e istituzioni internazionali riconoscono sempre più la necessità di promuovere risposte ai problemi legati alla droga fondate sulle prove e rispettose dei diritti umani, l’Arabia Saudita continua a mettere a morte persone per reati che, secondo il diritto e gli standard internazionali, non dovrebbero mai essere puniti con la pena di morte. Anziché riflettere sul costo umano delle proprie politiche fortemente punitive, le autorità saudite continuano a eseguire condanne di morte a un ritmo allarmante, anche per reati legati alla droga”.
“Le persone straniere hanno pagato il prezzo più alto dell’implacabile ricorso dell’Arabia Saudita alla pena di morte per reati legati alla droga, spesso al termine di processi gravemente iniqui. È estremamente preoccupante che almeno 63 cittadini etiopi detenuti in un unico reparto del centro di detenzione di Khamis Mushait, nel sud-ovest dell’Arabia Saudita, possano essere a rischio imminente di esecuzione esclusivamente per reati legati alla droga. I timori per la loro sicurezza sono aumentati dopo che, all’inizio dell’anno, sette cittadini etiopi sono stati messi a morte, tutti con l’accusa di aver ‘trafficato hashish’”.
“L’ondata di esecuzioni in Arabia Saudita riflette una pericolosa tendenza globale, in cui politiche antidroga di carattere punitivo alimentano sempre più il ricorso alla pena di morte. La comunità internazionale deve condannare senza ambiguità queste esecuzioni illegali e l’Arabia Saudita deve introdurre immediatamente una moratoria sulla pena di morte, quale primo passo fondamentale verso la sua abolizione”.
L’Arabia Saudita continua a essere uno dei paesi che ricorrono maggiormente alla pena di morte nel mondo. Amnesty International ha registrato almeno 356 esecuzioni nel solo 2025, un numero quasi triplo rispetto al totale registrato nel 2024 (122).
Tra gennaio 2014 e giugno 2026, le autorità hanno messo a morte 2084 persone. Le persone straniere sono state colpite in modo sproporzionato: hanno rappresentato il 75 per cento delle esecuzioni per reati legati alla droga nel 2024 e il 78 per cento nel 2025.
Amnesty International si oppone incondizionatamente alla pena di morte in ogni circostanza e per qualsiasi reato, senza alcuna eccezione. L’organizzazione considera la pena capitale una violazione del diritto alla vita, una punizione crudele, inumana e degradante, e un’azione irrevocabile che rischia di colpire anche persone innocenti.
Sabato 20 Giugno Papa Leone XVI ha trascorso la sua serata tra la gente di Sant'Angelo Lodigiano con cui si è inginocchiato davanti alle sante spoglie mortali della Santa Francesca Cabrini, protettrice degli emigranti di tutto il mondo. A mio avviso una santa formidabile, poco conosciuta, ma con un messaggio di vita fortemente attuale. Vi invito ad incontrarla con me attraverso questa scheda che ho trovato in una rivista di alcuni anni fa. Buona lettura!
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«Nelle ultime settimane, donne di carnagione scura nelle vesti di suore della carità hanno percorso i quartieri italiani della Piccola Italia, arrampicandosi per scale strette e oscure, discendendo in sudici sotterranei e in caverne, dove neppure un poliziotto oserebbe mettere piede senza essere accompagnato. Capo di questa congregazione è la Madre Francesca Cabrini, donna con grandi occhi e un sorriso attraente. Non sa l’inglese, ma è donna di proposito» (New York Sun, 30 giugno 1889).
Francesca è sbarcata da pochi mesi nella metropoli americana, insieme a sette suore dell’ordine da lei fondato - le Missionarie del Sacro Cuore di Gesù -, e la sua presenza e la sua opera hanno già suscitato interesse. Ma chi è questa suora dall’aspetto esile, che nell’arco di trent’anni attraverserà 28 volte l’Oceano facendo fiorire, in Europa e nelle Americhe, orfanotrofi, collegi, scuole e ospedali? Allora come oggi ciò che colpisce è soprattutto una presenza, che, rispondendo ai bisogni concreti, rende visibile l’amore di Cristo all’uomo. Ultima di dodici figli, Francesca, nasce il 15 luglio 1850 a Sant’Angelo Lodigiano, nella bassa pianura lombarda. A undici anni ha già deciso cosa vuole fare nella vita: missionaria in Cina. Ha un carattere deciso, ma la sua salute è cagionevole, per questo vari ordini religiosi rifiutano la sua domanda di ammissione. Solo un certo dottor Morini a proposito della sua costituzione fisica commenta: «Dio aiuta i suoi santi e poi ci scherza».
Nel 1874 entra nell’Ospizio della Divina Provvidenza a Codogno di cui diventa superiora e nel 1881 il Vescovo di Lodi approva la Regola del suo ordine: le Missionarie del Sacro Cuore di Gesù. Proprio a Codogno apre la prima casa per ragazze, è la volta poi di una scuola elementare a Grumello, a Milano, a Casalpusterlengo, un convitto a Roma… Ma non è ancora la Cina. A Roma, Francesca conosce monsignor Giovanni Battista Scalabrini. Il Vescovo di Piacenza, ha da poco pubblicato L’emigrazione italiana in America, un opuscolo in cui emerge la situazione drammatica in cui versano gli immigrati italiani negli Stati Uniti. Per assisterli ha inviato a New York alcuni preti della congregazione di San Carlo Borromeo, da lui fondata. Ma non basta. C’è bisogno di suore che collaborino, soprattutto a livello educativo. L’ordine delle suore Missionarie è quello che cerca. Fa la proposta a Francesca. Lei per un po’ tergiversa, innanzitutto perché vuole che l’Istituto sia «libero da ogni legame materiale, morale o spirituale, e quindi del tutto indipendente» e poi, da donna concreta quale è, non vede un progetto preciso a cui collaborare.
Scalabrini ritorna alla carica quando da New York arriva la richiesta per la gestione della scuola che i sacerdoti vogliono aprire presso la chiesa di San Gioacchino. Francesca per decidere chiede udienza a papa Leone XIII. Il Pontefice conosce bene la situazione degli immigrati italiani e soprattutto è conscio che è in atto una vera e propria opera di scristianizzazione. Ci vogliono persone che con la loro presenza, con il loro agire mostrino che solo Cristo, dentro l’esperienza della Chiesa, è la via della salvezza. Per questo dice a Francesca: «Non a Oriente, Cabrini, ma a Occidente. L’Istituto è ancora giovane. Ha bisogno di mezzi. Andate negli Stati Uniti, ne troverete. E con essi un gran campo di lavoro. La vostra Cina sono gli Stati Uniti, vi sono tanti italiani immigrati che hanno bisogno di assistenza». Francesca non ha più dubbi e ubbidisce.
Il 31 marzo 1889, insieme ad altri 1.500 immigranti sbarca a New York. Ad attendere lei e sue suore… nessuno. Quella prima notte dormono in due stanze sudice in un albergo della Little Italy. Francesca non si perde d’animo, in ogni situazione difficile, e nella sua vita sarà sempre così, vede la mano di Dio, una possibilità in più che il Signore le offre per affermare la sua Presenza. Il giorno dopo comincia la sua opera. Insieme alle suore visita le famiglie, raduna i bambini per il catechismo. Con l’aiuto del Vescovo, in un primo momento titubante nei loro confronti, istituisce un orfanotrofio. E poi un asilo, una scuola. E i soldi? Fa la questua di porta in porta chi può dona soldi oppure… Frutta, verdura, mobili. Tutto serve. In breve tempo gli immigrati sanno che se sono in difficoltà - lavoro, famiglia, figli - hanno qualcuno a cui rivolgersi, ma soprattutto le suore li aiutano a riconquistare un aspetto fondamentale della loro identità: la fede cattolica.
Francesca è instancabile. Compra edifici e terreni, riesce a farsi fare prestiti anche da ebrei e dal… direttore del Metropolitan Museum. Nessuno le resiste. Dietro al suo sorriso c’è una testa da ragioniere, perché come le hanno insegnato, si può benissimo essere in grazia di Dio e far quadrare le partite doppie. È la sua presenza che quasi “impone” le donazioni. Ciò che la muove è la carità, l’amore a Cristo per ogni uomo e lo struggimento perché Cristo sia conosciuto. Una carità che fa sì che «i figli di Dio operino con più tenacia, accortezza e pazienza perché hanno consacrato le loro forze alla venuta del suo Regno e corrono per uno stipendio incorruttibile», scrive in una sua lettera. E che fa dire a un laico incallito come Filippo Turati: «Non siamo della stessa parrocchia, pure vi assicuro che l’opera della Cabrini io l’apprezzo grandemente».
Le vocazioni fioriscono, la sua opera viene richiesta in altre città americane: New Orleans, Seattle, Chicago… Ovunque la chiamano lei va e costruisce orfanotrofi, scuole, asili, ospedali. È lei l’esempio per le sue consorelle: insegna a cucinare, a riassettare, a tenere i libri contabili, a trattare con gli umili come con le persone altolocate. Dopo gli Stati Uniti è la volta del Sud America: dove ci sono tanti immigrati italiani. Nicaragua, Panama, Brasile, Cile fino all’Argentina, attraversando la Cordigliera delle Ande a dorso di mulo. Non ha un attimo di tregua eppure non c’è frenesia, ansia di fare nella sua opera, perché «se io mi occupassi solo delle cose esteriori, per buone e sante che siano, diverrei debole e languente col rischio di perdermi, qualora mi mancasse il sonno dell’orazione e se non cercassi di riposare e di dormire tranquillamente nel cuore del mio diletto Gesù. Dammi o Gesù in abbondanza di questo misterioso sonno». Questa è la sua forza: l’amore a Cristo. I suoi viaggi la riportano più volte anche in Europa dove fonda istituti in Spagna, Francia, Inghilterra, Portogallo perché, visto il carattere internazionale assunto dalla missione, le suore devono essere in grado di parlare e insegnare le lingue dei vari Paesi. La morte la sorprende il 22 dicembre 1917 a Chicago, seduta alla sua scrivania.
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Succede spesso di accorgersi che qualcosa nato per servirci finisce per governarci. Il telefono che controlliamo continuamente. Il lavoro che invade ogni spazio. Il bisogno di approvazione che orienta le scelte più delle convinzioni profonde. All’inizio sono solo strumenti. Poi, quando abbassiamo il livello di consapevolezza ed entriamo nell’abitudine, diventano criteri. Misuriamo il nostro valore da ciò che produciamo, possediamo o mostriamo. O per come veniamo considerati o riconosciuti. E' una vicenda quasi archeologica: Cesare o Dio, politica o religione? Forse bisognerebbe rifiutarla questa alternativa e spostare l’attenzione sull’appartenenza. L’uomo appartiene a entrambi, ma non allo stesso modo. Vive dentro la storia, con responsabilità concrete, relazioni, lavoro e istituzioni; e nello stesso tempo custodisce una profondità che nessun ruolo e nessun potere possono esaurire. Non esistono due vite separate. Ce n’è una sola, chiamata continuamente a ricomporre la tensione tra ciò che passa e ciò che rimane.
Il vero discrimine non passa tra il mondo e Dio, ma tra fini e mezzi. La moneta di Cesare è un mezzo. Serve agli scambi, all’organizzazione della convivenza, alla gestione della vita comune. Lo stesso vale per il prestigio, il potere, la tecnologia, perfino per le istituzioni. Hanno una funzione importante e necessaria. Il problema nasce quando chiediamo loro ciò che non possono dare. Quando il denaro diventa il significato della vita. Quando il prestigio diventa la misura del nostro valore. Quando la tecnologia pretende di dirci chi siamo. Oggi lo vediamo persino nei dati che lasciamo ovunque e nell’intelligenza artificiale che descrive i nostri comportamenti. Sono strumenti preziosi, ma restano strumenti. Un algoritmo può prevedere una scelta; non può contenere la libertà di chi sceglie. Un profilo digitale può rappresentare una persona; non può esaurirne il mistero. Quando perdiamo di vista questa distinzione, l’essere umano si riduce a oggetto tra gli oggetti.
«Date a Cesare quello che è di Cesare e a Dio quello che è di Dio» significa non confondere i piani. Non perché esistano due mondi separati, ma perché esiste un ordine della realtà da custodire. Ai mezzi va riconosciuto il loro posto; non di più. L’essere umano non è un mezzo. È una presenza unica nell’universo: ne è parte e, nello stesso tempo, lo contiene nella propria coscienza, nelle proprie domande, nella propria capacità di amare e di scegliere. Nessun potere, nessuna ricchezza, nessun successo possono reclamare ciò che egli è. La libertà comincia quando ogni cosa torna al proprio posto.
(Liberamente tratto da uno scritto di Flavio Emanuele Bottaro SJ)