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“Solo chi cade può rialzarsi” dice un proverbio. Un esempio che al tempo stesso trasmette tenerezza e coraggio è quello dei bambini nelle prime fasi dello sviluppo. Quanta forza di volontà, nei primi passi incerti, nel rialzarsi ogni volta con determinazione, fino a prendere sicurezza e iniziare con movimenti sempre più sicuri… il cammino della vita!
Man mano che uno cresce, tra sfide e difficoltà, rialzarsi ogni volta si fa più difficile. Le prove della vita ci appesantiscono, la paura di perdere le nostre sicurezze (nell’incontro con chi è diverso o non pensa come noi) ci frenano. Non sempre basta la forza di volontà e neanche il desiderio sincero di essere coerenti con i valori e le scelte. In questi momenti difficili poter contare su una mano amica può darci l’impulso di ricominciare senza paura e fare nel profondo della coscienza un silenzio autentico tale da “ricostruirsi” interiormente.
Dice Chiara Lubich: “Chi non passa attraverso la prova? Essa assume i volti del fallimento, della povertà, della depressione, del dubbio, della tentazione […] Fa paura anche la società materialista e individualista che ci circonda, con le guerre, le violenze, le ingiustizie…”. Chiara lo ha mostrato con la sua stessa vita: è proprio in quei momenti di buio e di fatica che è più importante trovare la forza di “ricominciare”, innanzitutto dentro di noi, con la fiducia che “ancora tutto puoi sperare”.
È quello che è successo a Emilia della Terra Santa. Lavora come dirigente di un settore del Governo insieme ad ebrei, cristiani, mussulmani e drusi. Dopo il 7 ottobre 2023 capisce che l’amore è l’unica risposta possibile a quel grande dolore e si impegna ad amare tutti coloro che le sono attorno, soprattutto con l’ascolto per poter accogliere nel suo cuore l’altro. Ascoltare con amore e umiltà e capire cosa l’altro ha da dire: sia arabo, che ebreo. Così, con una grande parte dei suoi colleghi, sono arrivati ad essere così reciprocamente aperti da poter parlare liberamente della situazione e questo ha dato coraggio ad altri colleghi di esprimere le proprie paure e dolori mantenendo il gruppo unito e rimanendo nella pace.
Sono tante le storie di comunità ferite che non si arrendono, che trovano giorno per giorno, vivendo la reciprocità del condividere tutto, la forza di credere che l’odio non può avere l’ultima parola.
Anche se non saremo noi a vedere i frutti del nostro impegno, ogni volta che ci rialzeremo contribuiremo a formare “uomini nuovi” perché -come diceva Bonhoeffer dal carcere poco prima di morire – “Per chi è responsabile, la domanda ultima non è come me la cavo eroicamente in questo affare ma: quale potrà essere la vita della generazione che viene”.
Il giudizio è una componente essenziale della conoscenza: ci aiuta a orientarci, a prendere posizione, a dare un nome a ciò che accade. Ma mentre giudico, un frammento di realtà tende a cristallizzarsi dentro di me come verità assoluta. Un gesto o una parola dell’altro si irrigidiscono in una etichetta o peggio in una intenzionalità che assegno arbitrariamente. La complessità si riduce, tutto appare più chiaro, più gestibile.
Condannare è un passo ulteriore: non mi limito a interpretare, fisso l’altro nel mio sistema interiore e lo rendo funzionale al mio equilibrio. Lo immobilizzo. Se è definito una volta per tutte, non potrà più sorprendermi né mettermi in discussione. Ma ogni volta che congelo l’altro in uno schema, congelo anche me stesso. Aumenta la mia sicurezza, diminuisce la mia libertà. E spesso rivesto la mia lettura parziale con la maschera dell’“oggettività”, cercando conferme che rafforzino l’etichetta che ho già costruito.
Perdonare non è dimenticare né giustificare. È lasciare che l’altro continui ad avere una vita propria dentro di me, anche quando mi destabilizza. È accettare che la relazione resti uno spazio aperto, capace di farmi crescere. La misericordia è questo: non ridurre la complessità per difendermi, ma restare disponibile al movimento destabilizzante. Con il giudizio conosco; con il perdono divento sapiente. Il perdono è la forma più alta di conoscenza a cui possiamo tendere.
(Flavio Emanuele Bottaro SJ)
A quattro anni di distanza dallo scoppio del conflitto in Ucraina, c'è una storia di prossimità, un diario che narra l’immediatezza con cui è capace di muoversi la generosità. Una coppia della Bassa Austria riceve all’inizio di febbraio, una richiesta di aiuto da Kiev con la preghiera di fornire abiti invernali per le persone del Paese in grandi difficoltà. Ventisette ore dopo consegna, oltre una tonnellata di vestiti e scarpe raggiungono il punto di raccolta. Un’ondata di disponibilità e solidarietà li ha travolti. Di seguito ecco alcune pagine del loro diario.
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Giovedì 5 febbraio, ore 22:00
Christine Schneider-Heinz e Michael Heinz di Eggenburg, in Bassa Austria, leggono sul cellulare un breve messaggio: c’è urgente bisogno di abiti invernali per le persone in Ucraina. Da tempo i due si impegnano a favore dei rifugiati provenienti da diversi Paesi, hanno organizzato alloggi nella loro città e aiutato nella prima assistenza. Subito nascono le prime idee su chi poter coinvolgere.
Venerdì 6 febbraio – ancora prima del caffè del mattino
Partono i primi messaggi e le prime richieste, la prima a un’amica che lavora nella vicina fabbrica di scarpe e che più volte è riuscita a organizzare donazioni di calzature. Alle 10 arriva la conferma per 100 paia di scarpe invernali, compreso il trasporto fino a Eggenburg.
Venerdì 6 febbraio – ore 11:30
Viene pubblicato un messaggio nello stato di whatsapp e inviato un invito a tutti gli amici nei dintorni: consegnare abiti caldi e scarpe per le persone in Ucraina la sera, tra le 18:00 e le 20:00, presso la canonica della parrocchia cattolica.
Venerdì 6 febbraio – ore 18:00
Christine Schneider-Heinz e Michael Heinz hanno già controllato i propri armadi e si dirigono verso la canonica con i primi sacchi, muniti di etichette in inglese e ucraino per poter imballare ed etichettare tutto ciò che arriverà.
Quello che li aspetta è incredibile: assistono a uno spettacolo travolgente di solidarietà e disponibilità. La sindaca aveva condiviso l’appello sull’app comunale, la parrocchia tramite l’app parrocchiale, molti avevano diffuso il messaggio nel proprio stato e in vari gruppi.
Le persone arrivano con singole giacche, con scatole, sacchi e cartoni pieni. Alcuni portano le cose, altri le ricevono, le smistano, le imballano e le etichettano. Giovani di Kharkiv e dell’Afghanistan, donne di Kiev e di Eggenburg lavorano fianco a fianco.
Alcune famiglie tornano direttamente dalla settimana bianca e portano spontaneamente la loro attrezzatura da sci e la biancheria termica. Un uomo si toglie la sua pregiata giacca di piuma, la lascia lì e torna a casa in maniche di camicia. Molti non si conoscono affatto, restano per aiutare e tutti sono felici di poter dare un contributo. Alle 22:30 due minibus sono già carichi.



Sabato 7 febbraio, di primo mattino
I primi due minibus partono per Vienna, dove il materiale viene scaricato nel punto di consegna. Nella canonica di Eggenburg si continua intanto a smistare, etichettare e imballare. Alle 14 parte il terzo minibus verso Vienna.
Le donazioni arrivano da ogni parte e partecipano persone molto diverse tra loro: l’attuale sindaco e due ex sindaci, l’assistente pastorale e un insegnante di tedesco, un pizzaiolo afghano e altri commercianti, genitori con figli e pensionati.
Tra tutti si percepisce una grande cordialità: persone che si abbracciano, ma anche persone che lasciano timidamente le loro borse alla porta e se ne vanno in fretta.
Qualcuno scrive:
“Oh mio Dio, una cosa del genere fa sperare che l’umanità possa ancora raddrizzare la rotta. Si percepisce la volontà di aiutare dopo tutte le notizie da Kiev bombardata e gelida. Poi qualcuno inizia ad aiutare e improvvisamente accade un piccolo miracolo”.
Sabato 7 febbraio, ore 15:00
Più di una tonnellata è stata smistata, imballata, etichettata, caricata e consegnata al punto di raccolta per l’Ucraina. Sono passate 27 ore dall’appello. L’ingresso della canonica è vuoto e in ordine. È stato un sogno? No. Ma forse Eggenburg ha vissuto un piccolo miracolo.
Di Christine Schneider-Heinz
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4 anni di guerra in Ucraina, gli altissimi costi umani del conflitto: dolore, vite spezzate, aiuti umanitari, speranze
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Oh! Signore, fa di me uno strumento della tua pace:
dove è odio, fa ch’io porti amore,
dove è offesa, ch’io porti il perdono,
dov’è discordia ch’io porti l’Unione,
dov’è dubbio fa ch’io porti la Fede,
dove è l’errore, ch’io porti la Verità,
dove è la disperazione, ch’io porti la speranza.
Dove è tristezza, ch’io porti la gioia,
dove sono le tenebre, ch’io porti la luce.
Oh! Maestro, fa che io non cerchi tanto.
Ad essere compreso, quanto a comprendere.
Ad essere amato, quanto ad amare
Poiché:
Se è Dando, che si riceve.
Perdonando che si è perdonati;
Morendo che si risuscita a Vita Eterna.
Amen.
Chi non conosce questa "preghiera per la pace", citata e diffusa come la “preghiera semplice” attribuita a San Francesco d’Assisi. Ma forse non tutti sanno che questa invocazione vide la luce solo nel dicembre del 1912 quando fu pubblicata dal periodico devozionale francese “La Clochette”, grazie all’iniziativa del direttore, Esthet Auguste Bouquerel, che decise di proporla in forma anonima. Un testo breve, lineare, costruito come un programma di vita cristiana, che in pochi mesi iniziò a circolare ben oltre i confini della piccola rivista. La preghiera fu ripresa poi da “L’Osservatore Romano” – forse su impulso di papa Benedetto XV, informato sul testo dal card. Pietro Gasparri, allora Segretario di Stato della Santa Sede – e da altre testate cattoliche trovando immediatamente terreno favorevole nel Vecchio Continente, in quegli anni, attraversato da tensioni e conflitti. La diffusione aumentò ulteriormente quando il frate francescano cappuccino Étienne da Parigi decise di stamparlo sul retro di un’immagine del Poverello di Assisi, sostenendo che quelle parole “riassumevano meravigliosamente la fisionomia esteriore del vero figlio di san Francesco”. Da quel momento l’attribuzione al Santo d’Assisi si consolidò, favorita dalla perfetta sintonia tra il contenuto del testo e la spiritualità francescana: la scelta della mitezza, la ricerca della pace, la centralità del perdono. La spiritualità della preghiera, semplice e profonda, non rimase confinata al mondo cattolico. Negli anni successivi venne infatti adottata anche da altre confessioni religiose. Durante la Seconda guerra mondiale fu distribuita ai soldati americani come messaggio di speranza e, nel 1946, fu perfino letta al Senato degli Stati Uniti. La sua forza universale, capace di parlare al cuore di credenti e non credenti, la rese un riferimento morale nei momenti di crisi e ricostruzione. Madre Teresa di Calcutta la citò nel discorso per il Nobel per la pace del 1979, definendola una preghiera che “non finisce mai di sorprendermi”. Nello stesso anno Margaret Thatcher la richiamò nel giorno del suo insediamento a primo ministro inglese, il 4 maggio. Nel 1995 Bill Clinton la utilizzò per accogliere Giovanni Paolo II a New York, durante la visita all’Assemblea generale delle Nazioni Unite. E lo stesso Papa polacco la evocò nel 1986, in occasione del primo storico incontro interreligioso per la pace da lui promosso nella città del Poverello.
Oggi la Preghiera semplice continua a circolare in centinaia di versioni, traduzioni e adattamenti musicali realizzate in tutto il mondo. E poi la sua stringente attualità: “Dove è odio, ch’io porti l’amore; dove è offesa, ch’io porti il perdono”. Parole che, anche se non scritte da San Francesco ne interpretano il suo messaggio.
Voi che credete
voi che sperate
correte su tutte le strade, le piazze
a svelare il grande segreto…
Andate a dire ai quattro venti
che la notte passa
che tutto ha un senso
che le guerre finiscono
che la storia ha uno sbocco
che l’amore alla fine vincerà l’oblio
e la vita sconfiggerà la morte.
Voi che l’avete intuito per grazia
continuate il cammino
spargete la vostra gioia
continuate a dire
che la speranza non ha confini.
David Maria Turoldo