Lettera del Ministro dell’Istruzione e del Merito in occasione dell’inizio dell’Anno Scolastico 2026/2027
Giuseppe Valditara
Ministro dell’Istruzione e del Merito
Il 21 settembre 2026 si celebra la Giornata internazionale della Pace, istituita dall’Assemblea Generale delle Nazioni Unite nel 1981 e, a partire dal 2001, dedicata alla promozione della nonviolenza e del cessate il fuoco. La Giornata rappresenta un’occasione per riaffermare l’impegno della comunità internazionale nella costruzione della pace e nella prevenzione dei conflitti.
Il tema scelto dalle Nazioni Unite per il 2026 è “Invest in Peace – For Everyone, Everywhere, Every Day” (“Investire nella pace – Per tutti, ovunque, ogni giorno”). Il tema richiama l’importanza di considerare la pace non soltanto come assenza di guerra, ma come una condizione fondata sulla sicurezza, sulla dignità, sulle opportunità, sulla cooperazione e sul rispetto dei diritti umani nella vita quotidiana.
In un contesto internazionale segnato da conflitti armati, instabilità e profonde disuguaglianze, le Nazioni Unite sottolineano la necessità di rafforzare gli sforzi di prevenzione dei conflitti e di costruzione di società pacifiche e inclusive. La pace richiede infatti un impegno continuo volto ad affrontare anche le cause strutturali della violenza, tra cui povertà, disuguaglianza e discriminazione.
La costruzione della pace è strettamente collegata alla promozione e alla protezione dei diritti umani. La prevenzione della violenza, la lotta contro le discriminazioni, la promozione dell’uguaglianza e la partecipazione democratica costituiscono elementi essenziali per la costruzione di società pacifiche e sostenibili. In questa prospettiva, il Peacebuilding Fund delle Nazioni Unite sostiene iniziative in diversi Paesi nel campo della prevenzione dei conflitti, della giustizia, della riconciliazione, dei diritti umani e dell’uguaglianza di genere.
La Giornata internazionale della Pace invita quindi governi, istituzioni, organizzazioni della società civile e singoli cittadini a riconoscere il proprio ruolo nella costruzione della pace. Tra le azioni promosse dalle Nazioni Unite rientrano il sostegno alle comunità, la partecipazione al dialogo, la promozione di iniziative di solidarietà e l’utilizzo della propria voce per favorire cambiamenti positivi.
Il 21 settembre rappresenta pertanto un momento per riflettere sulla responsabilità condivisa di costruire una cultura della pace fondata sulla dignità umana, sull’uguaglianza, sulla solidarietà e sul rispetto dei diritti fondamentali. Il tema del 2026 richiama l’idea che la pace non sia un obiettivo distante, ma un processo quotidiano al quale ogni persona può contribuire, ovunque si trovi.
Mi ha molto scosso il tragico fatto accaduto mese scorso a Roma di quella coppia che ha deciso di porre fine alla propria vita insieme e a quella della propria figlia affetta da grave disabilità. Alcune associazioni che si occupano di solidarietà e di accompagnare famiglie con figli disabili si sono lasciate interrogare da questo drammatico episodio e hanno pubblicato un testo molto intenso e che vale la pena di leggere per tentare di dare qualche risposta a un fatto così inumano.
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Luca, Valentina e Bianca erano una famiglia di Roma. Bianca era una bambina disabile, e i suoi genitori Luca e Valentina, pare sopraffatti dalla solitudine e dal dolore, hanno deciso di porre fine alla loro vita e a quella della loro figlia. È un fatto tragico e misterioso, di fronte al quale è impossibile non provare un senso di smarrimento, di infinita tristezza, di sconfitta, di paura. Nelle nostre opere di solidarietà incontriamo tante famiglie con figli con disabilità, e succede talvolta di trovarsi di fronte a situazioni veramente dure, difficili da sostenere, che sembrano esaurire qualunque capacità di sopportazione e negare qualunque spiraglio di felicità.
In questi giorni, in tanti hanno puntato il dito contro l’insufficienza dei servizi sociali e sanitari, che dovrebbero stare più vicino alle situazioni come quelle di Luca, Valentina e Bianca. È una preoccupazione giusta: le condizioni in cui si trovava questa famiglia erano difficilissime, ed è difficile affrontarle da soli. Noi oggi vogliamo lasciarci interrogare da quanto accaduto. Non vogliamo formulare giudizi affrettati su questo fatto di cronaca; sarebbe impossibile, irrispettoso e superficiale. Le ragioni profonde di questo gesto disperato sono, e resteranno, misteriose e incomprensibili.
Si può amare in modo pieno, vero, incondizionato – qualunque cosa succeda, qualunque sia la situazione? Soprattutto, si può imparare ad amare così?
L’esperienza ci suggerisce che un grande aiuto è non essere soli, cercare qualcuno che ci sostenga nelle fatiche, e ci sia compagno nella grande avventura di scoprire una possibilità di amore più grande che sia speranza per noi e i nostri figli. Noi abbiamo avuto la grazia di incontrare tante famiglie che, pur dentro mille difficoltà, vivono questo modo di amare profondamente e veramente. Spesso, sono famiglie che vivono nel silenzio la propria missione di amore, che dedicano le proprie energie, tempo, soldi ai propri figli (disabili e non) in un modo profondo e commovente. Stando con loro, condividendo qualche passo del loro cammino, abbiamo notato un tratto comune: sono famiglie che amano sacrificandosi.
Eppure, sono famiglie che dentro l’apparente contraddizione di una condizione imperfetta, vivono una gioia che si sperimenta concretamente, quando si trascorre del tempo assieme. Non è magia, né autoconvinzione: è l’esperienza di riconoscere che i propri figli sono un dono, e sono amati come sono. In questo senso, amare è un sacrificio, perché è donarsi all’altro (al proprio figlio) senza ritorni, gratuitamente.
Per amare i propri figli così, occorre fare l’esperienza di un Amore più grande che ce li ha donati. Nella nostra esperienza, nei nostri tentativi di azione, è la luce della fede. In modo sempre misterioso possiamo riconoscere che il vero bisogno di amore che abbiamo verso i nostri figli non si realizza attraverso la nostra forza, la nostra coerenza o intelligenza, la nostra bontà: ha bisogno, invece, di incontrare e riconoscere un Bene più grande, un Amore più grande che salvi i nostri figli (e noi stessi!), che prometta un bene eterno, che diventi vicino accompagnando il nostro cammino.
Le nostre attività di accompagnamento a bambini, ragazzi e adulti con disabilità, e alle loro famiglie, sono tentativi molto semplici e concreti: offriamo servizi di assistenza, momenti di convivialità, compagnia ordinaria nella quotidianità, accompagnamento al lavoro. Attraverso gesti semplici, intendiamo portare un piccolo segno di questo Amore grande, che ha voluto i nostri figli e ce li ha donati, che ha promesso di non abbandonarci mai. È questo il senso del nostro agire.
Vogliamo continuare a sviluppare le nostre opere di solidarietà per questo scopo, consapevoli che siamo imperfetti, al più siamo una “piccola goccia nel mare” (Madre Teresa) che, tuttavia, vuole essere segno umile dell’Amore perfetto.
Preghiamo per Luca, Valentina e Bianca perché possano abbracciare ora quel Bene eterno, che compia il loro desiderio di amare e di essere felici per sempre.
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Una delle domande che più pesa sul cuore e nella testa dell'uomo è: che cosa vogliamo essere o meglio, chi siamo veramente? Portatori di bene o portatori di male? Cosa sono realmente il bene ed il male? Quando un cuore è ricolmo di bene si riconosce dalla tranquillità che porta in ogni posto dove si trova; quando invece non lo è, porta scompiglio, inquietudine e forte turbamento. Ma cosa spinge un cuore a non scegliere il bene?
Un cuore che non sceglie il bene è un cuore che costruisce parole e gesti senza pensare alle conseguenze, è un cuore impaziente, che pensa che la via più facile per ottenere il proprio posto nel mondo sia quella di affossare gli altri con forza e senza sporcarsi le mani, per affermarsi, senza fare i conti con la propria coscienza.
Un cuore invece che sceglie il bene sa che ci vuole tempo e tanta pazienza per capire come stare al mondo, che porgere una mano all’altro è sempre la scelta giusta, che mettere una buona parola è sempre il miglior modo per costruire la pace, che ascoltare è la più alta forma dell’amore e che non per forza aggiungere qualcosa sia la scelta più corretta. Perché il cuore che sceglie il bene mette in conto che tutto e tutti hanno il loro tempo, che non è detto che un albero che quest’anno non dona frutti non possa essere il più prospero in futuro.
E' come se in ognuno di noi alloggiassero due lupi. E' un'antica leggenda Cherokeee, una delle tribù native americane più importanti e numerose degli Stati Uniti. Vi invito a leggerla e a fermarvi a riflettere.
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“Mentre i conflitti si intensificano nel mondo, rinnoviamo il nostro impegno a essere strumenti della pace di Cristo in un mondo sempre più frammentato e diviso”. Lo scrive mons. Paul S. Coakley, presidente della Conferenza episcopale degli Stati Uniti (Usccb), in una dichiarazione per il venticinquesimo anniversario degli attentati dell’11 settembre 2001. “Mentre ricordiamo nella preghiera quella tragedia, invito tutti i cattolici a unirsi a me nella preghiera per le vittime che ci sono state strappate da atti di violenza ingiustificabile venticinque anni fa al World Trade Center, al Pentagono e nelle campagne della Pennsylvania”, prosegue l’arcivescovo, che abbraccia nella preghiera i familiari e gli amici delle vittime, “che ancora piangono la perdita irreparabile dei loro cari”, insieme ai soccorritori, molti dei quali “hanno dato la vita in gesti di generoso coraggio”. In quel giorno terribile e nelle ore buie di paura e incertezza che seguirono, ricorda mons. Coakley, “la nostra fede ci ha sollevati e sostenuti”: come nazione, “ci siamo ritrovati a rivolgerci a Dio nella preghiera e a guardare alla nostra fede con una nuova intensità e un senso di unità”. Citando il messaggio di Papa Leone XIV per la Giornata mondiale della pace, il presule ricorda che la pace non è soltanto un obiettivo, ma una presenza e un cammino, e che anche dove restano solo macerie si incontrano persone che non l’hanno dimenticata. Di qui l’invito a implorare lo Spirito Santo perché ci conformi sempre più all’immagine di Gesù, Principe della pace, per costruire insieme “una civiltà dell’amore e della fraternità universale”.
(Da agensir.it)
Quanto mi sarebbe piaciuto stringergli la mano. Sedermi ai suoi piedi e ascoltare le sue sagge e profetiche parole. Un santo? No! Un cristiano. Un uomo che ha scelto di ascoltare, comprendere e seguire il Maestro, Gesù il Cristo. Alcuni anni fa ho ricevuto un suo messaggio personale attraverso una piattaforma social dove si complimentava per le mie letture giovanili e mi invitava a proseguire, a tenere sempre aperta una porta perché lo Spirito soffia e ci invita al dialogo, alla misericordia, al perdono e al cammino. Non tantissime parole ma profonde, incisive e soprattutto spronanti ad essere un uomo in cammino.
In un articolo da Lui scritto qualche anno fa ho ritrovato perfettamente delineata la sua figura e soprattutto la sua vocazione monastica e cristiana.
“Perché ciò che mi interessa è l’umanità, quella reale che s’incontra qui e ora sulle diverse strade percorse insieme. E mi sembra di aver accompagnato un mutamento nella società e nella chiesa. Ho osservato eventi catastrofici inattesi: dalla pandemia all’acuirsi della crisi culturale in Europa, dalla rinascita della seduzione della guerra al naufragio della cristianità fino a rischiare di essere ridotta a patrimonio culturale nel nostro Occidente. Il paesaggio umano e religioso è cambiato, un mutamento destinato a continuare”. Ciò che non cambia, però, è la passione per l’uomo e la storia di cui la vicenda del cristiano deve essere nutrita, abbracciandone le contraddizioni, i limiti e le fragilità, accanto alle piccole e grandi gioie quotidiane: “L’esperienza di fede è esperienza di bellezza, di un incontro tanto reale quanto indicibile, di una presenza più intima a noi del nostro stesso intimo”.
Ora per Lui è venuto il momento di realizzare concretamente tutto ciò che con lo studio, la preghiera e la meditazione cercava di assaporare e di trasmettere agli uomini di buona volontà.
Grazie Fratello Enzo!
La chiamano «la Regola di platino». Tutti conoscono la grandezza della Regola d’oro (“fai all’altro quello che vorresti fosse fatto a te”) e proprio da questa nasce quella che può esserne una evoluzione persino più universale: “sforzati di capire che cosa l’altro vorrebbe che fosse fatto a lui: e di conseguenza agisci”.
Forse proprio qui possiamo riconoscere una delle forme più autentiche dell’amore: incontrarci da pari a pari, ciascuno con le proprie forze e le proprie fragilità, in un rapporto di reciprocità e di rispetto, riconoscendo il valore e la dignità di ogni vita anche nei contesti più difficili. Si tratta di guardare con attenzione chi ci sta accanto, senza ignorarlo.
“Il vero amore del prossimo – afferma Chiara Lubich – non opera alcun male”. Infatti, se amiamo, evitiamo ogni forma di male, sia verso noi stessi sia verso i nostri fratelli e le nostre sorelle. Il primo passo per amare il prossimo è, appunto, non fargli del male. Ma per arrivare ad amare pienamente è necessario essere creativi nell’amore: papa Francesco ci ricordava che non basta non fare il male al prossimo, ma occorre scegliere di fare il bene, cogliendo tutte le occasioni che si presentano.
Lo sappiamo, nessuno di noi può dare ciò che non ha e solo riconoscendo di essere stati prima di tutto amati possiamo liberare con pienezza i nostri doni verso gli altri.
Come vivere, allora, questa Idea del Mese? Rimettiamo l’amore al centro della nostra vita. Amiamo gli altri concretamente, con creatività e fantasia e soprattutto con un ascolto profondo, che viene “da dentro”, dal cuore.