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Una delle immagini più frequenti della nostra quotidianità sono le persone che smartphone alla mano hanno occhi e cervello incollato allo schermo e scorrono immagini, notizie, giochi, e tanto altro. Se le guardiamo con attenzione ci accorgiamo che alcune volte hanno dei sobbalzi perché sono apparse domande molto particolari e anche un po' fastidiose. Si leggono forse distrattamente ma non ci accorgiamo che ci stanno per restare addosso più del previsto. Oppure le lasciamo da parte perché non è il momento, ma poi scatta la curiosità e anche se non siamo molto esperti di psicologia, siamo attratti da quelle domande perché parlano di lavoro, relazioni, scelte rimandate o lasciate in sospeso, insomma parlano della e alla nostra vita quotidiana.
Gli studiosi le hanno inquadrate nel pensiero di Carl Gustav Jung psichiatra, psicoanalista, antropologo e filosofo svizzero, una delle principali figure intellettuali del pensiero psicologico, psicoanalitico e filosofico, e le hanno chiamate le “ cinque domande di Jung”. Jung ha passato la vita a studiare ciò che mostriamo e ciò che nascondiamo, quello che diciamo di essere e quello che invece ci muove sottotraccia. Le famose domande che oggi gli vengono attribuite non spuntano dal nulla: poggiano su concetti che chiunque abbia mai avuto una crisi esistenziale riconosce al volo.
1)In quali ambiti della tua vita reciti un ruolo ogni giorno? Questa domanda affonda le radici nel concetto di persona, la maschera sociale che Jung descrive in Two Essays on Analytical Psychology. Studi successivi in psicologia della personalità hanno mostrato che una forte discrepanza tra identità pubblica e bisogni autentici è associata a stress cronico e senso di alienazione.
2)Cosa accadrebbe nella tua vita se il tuo dolore scomparisse? Qui il riferimento è al processo di individuazione, centrale nel pensiero junghiano. Ricerche contemporanee che analizzano l’individuazione come percorso di sviluppo della personalità evidenziano come l’identificazione con il trauma possa ostacolare la crescita emotiva e l’autonomia psicologica.
3)Cosa fai ogni giorno anche se non è ciò che desideri davvero? Questa domanda richiama il conflitto tra adattamento e autenticità. La psicologia moderna conferma che vivere a lungo in contrasto con i propri valori interni aumenta il rischio di ansia, depressione e burnout.
4)Perché continui a restare lo stesso anche quando sai cosa ti limita? Jung parlava apertamente di resistenze inconsce. Oggi la ricerca le collega a schemi appresi, attaccamento insicuro e paura della perdita di identità. Cambiare non è solo una scelta razionale, ma un processo emotivo complesso.
5)Quale parte di te stai ignorando o negando? È la domanda più direttamente legata al concetto di ombra. Numerosi articoli pubblicati su riviste di psicologia analitica sottolineano che l’integrazione dell’ombra è fondamentale per ridurre le proiezioni, migliorare le relazioni e aumentare la consapevolezza di sé.
Attenzione però. Diciamolo chiaramente: queste domande non servono a diagnosticare nulla. Non misurano, non classificano, non danno risultati da condividere. E forse è per questo che continuano a circolare.
In un periodo storico in cui tutto deve essere veloce, ottimizzato, produttivo, queste domande fanno l’opposto. Non promettono di “aggiustarti”. Ti chiedono di fermarti un attimo. Di ascoltare. Di tollerare risposte confuse, incomplete, magari contraddittorie.
E non è poco, anzi a pensarci bene potrebbe essere l'inizio di una rivoluzione.
(Liberamente tratto da un articolo di Ilaria Rosella Pagliaro )
A seguito di una donazione di 300 euro, raccolta da alcuni bambini di Roma per l’Istituto di riabilitazione audio fonetico (IRAP) situato ad Aïn, alla periferia di Biakout, a nord di Beirut, questi hanno ricevuto una lettera di ringraziamento davvero toccante, che ci ricorda il vero valore della solidarietà e la responsabilità a cui ciascuno di noi è chiamato: essere semi di speranza e pace anche nel buio.
“È molto toccante che i bambini di Roma pensino all’IRAP (Istituto di riabilitazione audio fonetico). Questa somma è preziosa, soprattutto per il gesto che nasce dal cuore dei bambini.
Abbiamo scelto di vivere questo trimestre all’IRAP cercando di essere “scintille di vita” nel cuore della morte che ci circonda. Questo dono è per noi proprio una scintilla di vita: ci fa sentire che non siamo soli e che, dietro a questo gesto, ci sono sforzi concreti, volti di bambini gioiosi, mani che si sono unite… Tutto questo è seme di vita e di fraternità che ci tocca profondamente. Grazie!
Stiamo vivendo momenti difficili, sì, ma continuiamo ad aggrapparci alla speranza e a scegliere sempre la vita. È davvero andare controcorrente rispetto a ciò che si vive oggi in Libano. Sono sforzi continui, che dobbiamo sempre ricominciare, perché nulla è mai acquisito.
Oggi la parola “pace”, in Libano, sembra perdere il suo significato. Molti non ci credono più, e a volte nemmeno noi. Anche il Time Out, il momento di preghiera quotidiano per la pace che coinvolge il mondo, a un certo punto mi sembrava inutile. Come continuare a crederci, se io stessa, non ci credevo più?
È stato necessario andare più in profondità per riscoprire il vero senso della pace: prima di tutto la pace interiore, che è una sfida in un contesto di guerra, violenza e ostilità. Non lasciarsi scivolare nell’odio verso il nemico, superare la rabbia davanti alle ingiustizie, strappare dall’anima tutto ciò che può corromperla… è una lotta continua.
Alla Risurrezione, il saluto di Gesù agli apostoli — “La pace sia con voi” — ha risuonato in modo nuovo nella mia anima, e ho riscoperto che è Lui la nostra vera pace.
L’impegno attivo per gli altri è una via d’uscita: ci libera dall’isolamento e ci rende più forti”.
IRAP (Institut de Rééducation Audio-Phonétique)
Dopo essere apparso a Maria di Magdala il mattino di Pasqua, la sera di quello stesso giorno il Risorto si rende presente per la prima volta fra i suoi discepoli. La loro reazione immediata è la gioia, arricchita dalla pace, quella vera che solo lui può dare[1]: «Pace a voi» (v. 21). Gioia e pace sono frutti dello Spirito[2]. Difatti Gesù dice subito loro: «Ricevete lo Spirito Santo» (v. 22).
«”Come il Padre ha mandato me, anche io mando voi”. Detto questo soffiò su di loro e disse: ”Ricevete lo Spirito Santo”».
Lo Spirito Santo non solo abilita i discepoli alla stessa missione di Gesù data dal Padre, ma li “ricrea” quale umanità nuova. Il gesto del Risorto che soffiò su di loro è lo stesso che il Creatore fece nelle narici dell’uomo plasmato con polvere del suolo[3]. Come la creazione è opera continua dell’amore del Padre che sostiene l’intero universo, così la nuova creazione operata dal Risorto nello Spirito Santo continuamente sostiene l’umanità in cammino verso il Regno.
La Parola di Vita di questo mese ci ricorda che nella nostra esistenza abbiamo una grande possibilità: diventare “altri Gesù”. E questo è vero per ciascuno singolarmente, ma ancora di più comunitariamente. Gesù parla al plurale ai suoi discepoli: solo insieme, infatti, tutte le membra, con le loro specificità, possono “ripetere” il corpo mistico di Gesù.
«”Come il Padre ha mandato me, anche io mando voi”. Detto questo soffiò su di loro e disse: ”Ricevete lo Spirito Santo”».
In quanto figli nel Figlio, abbiamo dunque la stessa vocazione di Gesù: usciti dal seno del Padre, siamo chiamati a ritornare a Lui, ripetendo nel mondo i suoi gesti e le sue parole, accompagnati dalla grazia dello Spirito Santo. Se ci apriamo a questo dono, anche noi possiamo affermare con Paolo: «Non sono più io che vivo, ma Cristo vive in me»[4].
Questa Parola, dunque, ci invita ad approfondire il nostro rapporto con lo Spirito Santo, sia nella preghiera che nella vita di ogni giorno, “ascoltando quella voce”, e ricordandoci che: «Senza lo Spirito Santo Dio è lontano, Cristo rimane nel passato, il Vangelo è lettera morta, la Chiesa è una semplice organizzazione, la missione una propaganda.
Ma nello Spirito Santo il cosmo è sollevato e geme nella gestazione del Regno, Cristo risorto è presente, il Vangelo è potenza di vita, la Chiesa significa comunione trinitaria, la missione è una Pentecoste»[5].
«”Come il Padre ha mandato me, anche io mando voi”. Detto questo soffiò su di loro e disse: ”Ricevete lo Spirito Santo”».
Andrea è un adolescente in piena crisi esistenziale: i dubbi sul senso della vita, la paura del futuro, le fragilità che sperimenta gli sembrano montagne insormontabili e si ritrova spesso scoraggiato e infelice. Qualcuno gli suggerisce di parlarne con Chiara Lubich. Poco prima di incontrarla, Andrea sente pronunciare da Chiara sottovoce la parola: «Spirito Santo» – e capisce che Chiara sta pregando.
Durante il colloquio si sente profondamente compreso, ascoltato e accolto così come è. E ritrova la pace: non perché i suoi problemi siano di colpo scomparsi, ma perché ora c’è qualcuno con cui condividerli.
«Da Chiara non solo ho ricevuto un aiuto concreto – confiderà anni dopo – ma ho anche imparato uno stile: farsi accanto a chi soffre, con delicatezza e comprensione, senza giudicare, proprio come farebbe Gesù».
Questo può realizzarlo solo lo Spirito Santo, se lo accogliamo e lasciamo operare in noi.
Claudio Cianfaglioni e il team della Parola di Vita
<<Riterrai difficile pregare, se non sai come fare. Ognuno di noi deve aiutare se stesso a pregare: in primo luogo, ricorrendo al silenzio; non possiamo infatti metterci in presenza di Dio se non pratichiamo il silenzio, sia interiore che esteriore. Fare silenzio dentro di sé non è facile, eppure è uno sforzo indispensabile; solo nel silenzio troveremo una nuova potenza e una vera unità. La potenza di Dio diverrà nostra per compiere ogni cosa come conviene; lo stesso sarà riguardo all'unità dei nostri pensieri con i suoi pensieri, all'unità delle nostre preghiere con le sue preghiere, all'unità delle nostre azioni con le sue azioni, della nostra vita con la sua vita. L'unità è il frutto della preghiera, dell'umiltà, dell'amore.
Nel silenzio del cuore, Dio parla; se starai davanti a Dio nel silenzio e nella preghiera, Dio ti parlerà. E saprai allora che non sei nulla. Soltanto quando riconoscerai il tuo non essere, la tua vacuità, Dio potrà riempirti con se stesso. Le anime dei grandi oranti sono delle anime di grande silenzio.
Il silenzio ci fa vedere ogni cosa diversamente. Abbiamo bisogno del silenzio per toccare le anime degli altri. L'essenziale non è quello che diciamo, bensì quello che Dio dice – quello che dice a noi, quello che dice attraverso di noi. In tale silenzio lui ci ascolterà; in tale silenzio parlerà alla nostra anima e udremo la sua voce.>>
Santa Teresa di Calcutta (1910-1997)
fondatrice delle Suore Missionarie della Carità
Dieci comandamenti per il XXI secolo
I
Non avrai altro pianeta al di fuori della Terra.
II
Non pensare invano che la Terra abbia risorse infinite.
III
Ricordati di contemplare la Natura.
IV
Onora le energie rinnovabili.
V
Non inquinare.
VI
Non sprecare.
VII
Non cementificare.
VIII
Non produrre così tanti rifiuti.
IX
Differenzia e ricicla i tuoi rifiuti.
X
Non desiderare la potenza altrui,
ma sii più sobrio ed efficiente.
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Decalogo presentato per l'iniziativa 2010.COMANDAMENTI in occasione di Torino Spiritualità
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Mi permetto di proporre questa riflessione sulle ragioni e le origini pasquali della speranza cristiana, che “osa” parlare ancora agli uomini di oggi, di Declan J. O’Byrne, teologo e rettore dell’Istituto Universitario Sophia.
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La speranza cristiana non è fuga dal reale. Nasce in un luogo senza luce, nella strettoia di una tomba murata, dove Dio ha già rovesciato il giudizio di questo mondo. Proprio per questo osa parlare in un tempo di guerre (Gaza, Kiev, il Darfur, Teheran) e di centinaia di milioni di persone che non sanno come arrivare a domani.
Le nostre giornate sono tessute di attese giuste: salute, un lavoro non precario, un po’ di pace, una giustizia che non sia solo parola. Quando però diventano tutto il nostro orizzonte o le sacralizziamo come idoli o, alla prima frattura seria, ci rifugiamo nel cinismo e nella rassegnazione.
La Pasqua non cancella queste speranze, le decentra. Le radica in un Altro e, proprio così, le preserva. L’amore più forte della morte non ci toglie il peso dell’agire; spezza piuttosto l’ansia di dover salvare il mondo con le nostre sole mani.
L’ultima parola sulla storia non è la nostra, né quella dei vincitori di turno. È la parola pronunciata sul corpo di Gesù. E la parola della Pasqua smentisce in anticipo ogni pretesa della morte di essere definitiva. Per Paolo, la risurrezione di Cristo non è un episodio isolato nella biografia di Gesù. È l’apertura di una scena nuova in cui l’umanità intera viene trascinata: «Come in Adamo tutti muoiono, così in Cristo tutti riceveranno la vita» (1 Cor 15,22). I Padri hanno seguito questa traccia senza attenuarla: la risurrezione è il compimento della natura umana nella sua interezza, non il privilegio di pochi fortunati. In Cristo, Dio contempla già la pienezza della famiglia umana: i volti dei rifugiati nel Mediterraneo, di chi attraversa il Sahara, dei civili nascosti nelle cantine del Darfur. Per questo ogni ferita alla dignità, ogni corpo scartato, non è solo ingiustizia sociale; è profanazione di un’umanità che è stata pensata e amata dentro la luce del Risorto stesso.
Paolo allarga ancora lo sguardo: «tutta la creazione geme e soffre le doglie del parto» (Rm 8,22). Non geme soltanto la coscienza umana, ma il suolo, l’aria, i mari. Nel 2026 il linguaggio delle “doglie” non suona come pio simbolismo: lo leggiamo nelle alluvioni, nei raccolti incerti, nei villaggi che devono spostarsi perché l’acqua è finita. Questo gemito ha la forma di una protesta; la creazione rifiuta di essere trattata come materiale usa e getta, e la Pasqua le dà voce. In Cristo risorto, ogni sfruttamento della terra appare già come ciò che è: una scelta contro il futuro di tutti.
Come si vive, allora, tra un compimento già inaugurato e una storia ancora attraversata da troppi fallimenti? Non con la paralisi né con l’ottimismo di facciata. Si vive sapendo che nulla di ciò che è autenticamente buono va perduto: un gesto di accoglienza, una scelta di rinuncia, un lavoro onesto portato avanti in condizioni storte. Benedetto XVI ricorda che «ogni agire serio e retto dell’uomo è speranza in atto» e include tra questi impegni anche il lavorare per un mondo più umano, sostenuto dalla grande speranza che poggia sulle promesse di Dio (Spe Salvi, 35). Possiamo dire di più: non è aggiunta esterna al Regno, ma ne è già un frammento visibile. Il compimento appartiene a Dio, e tuttavia Dio si ostina a passare anche attraverso di noi. Quando ci impegniamo per i profughi, per il disarmo, per condizioni di lavoro meno disumane, per una pace concreta e non retorica, non stiamo solo “preparando” qualcosa che verrà dopo. Stiamo lasciando che la vita del Risorto prenda forma, umile e fragile, dentro il nostro tempo.
La speranza pasquale non resta idea o sentimento; prende corpo. La risurrezione dice che le logiche di morte non hanno titolo per decidere l’esito finale, e per questo ogni guerra, ogni sistema di sfruttamento, ogni indifferenza lucida è già smascherata e privata di ultimo senso dalla tomba vuota. Nel sepolcro di questo mondo, qualcosa è già cambiato per sempre: la vita ha iniziato a risalire le crepe della storia. Non come consolazione vaga né come “ricompensa” in un altrove indefinito, ma come realtà che, in Cristo, è già stata consegnata all’umanità e alla creazione intera. Nel giudizio di Dio rivelato a Pasqua – un giudizio che libera, non che schiaccia – è deciso una volta per tutte che la morte non potrà vantarsi di avere l’ultima parola su nessuno e su nulla.
Questa è la grande speranza.
Buona Pasqua: una speranza che non si chiude in chiesa, ma mette le mani nella storia.