In poche settimane abbiamo letto di estinzione dell’umanità, di sistemi capaci di provocare «un miliardo di morti» (l’ha detto Bill Gates, fondatore di Microsoft), di agenti che aggirano i limiti fissati dai loro stessi costruttori. L’intelligenza artificiale sembra correre più veloce della nostra capacità di capirla, e molti ne ricavano un’impressione precisa: le cose accadono sopra le nostre teste – a noi resta solo subirle – e corrono verso un destino apocalittico, in cui le macchine prenderanno il sopravvento sull’uomo. Con la rivoluzione industriale l’avevano già spogliato dei lavori manuali e ripetitivi, ora con quella tecnologica lo privano anche della fatica di pensare. E chi pone resistenza rischia di essere bollato come l’anticristo: lo ha fatto Peter Thiel, cofondatore di PayPal e Palantir, uno dei profeti della nuova era.
C’è chi reagisce con l’allarme, chi con l’entusiasmo, chi con una rassegnazione distratta. Sono tre volti dello stesso atteggiamento: lasciare che siano gli eventi a dettarci il modo di affrontarli. C’è un’altra strada: per conoscere un fenomeno occorre osservarlo nella totalità dei suoi fattori. Come spiega Fabio Mercorio nell'intervista pubblicata su Tracce di novembre, l’intelligenza artificiale è meno misteriosa di quanto sembri. Un modello linguistico prevede la parola più probabile; un agente persegue con ogni mezzo il compito che gli è stato assegnato. Gli “incidenti” che hanno fatto scattare l’allarme nascono qui: un obiettivo da raggiungere e nessun criterio per giudicare i mezzi. Il rischio che questi sistemi sfuggano al controllo è serio e chiede regole condivise.
Accanto a questo ce n’è un altro, più vicino e meno raccontato: la convinzione, che si diffonde senza rumore, che la macchina sia migliore di noi. Più imparziale, più paziente, sempre disponibile. In una parola, più giusta. Certi candidati preferiscono un colloquio con un avatar, certi ragazzi si confidano con un chatbot più che con un amico. Paradossalmente, la macchina appare perfino più umana.
La chiave allora è una domanda: che cosa, dell’umano, nessuna macchina può dare? Per sapere che cosa fare oggi non serve prevedere il futuro dell’IA. Serve guardare dove l’umano è custodito, a scuola, al lavoro, nelle amicizie, e offrire ai più giovani luoghi in cui farne esperienza. Papa Leone, nella Magnifica humanitas, lo dice con chiarezza: «Dobbiamo educarci a digiunare dall’IA e proteggere i nostri giovani dalla promessa della macchina perfetta, da quella seduzione sottile che fa sembrare inutile il pensiero umano proprio quando è più necessario» (n. 140). Tra i fattori da considerare per un giudizio, il primo siamo noi: ciò che di umano nessuna macchina può sostituire.
(Stefano Filippi su TRACCE di Novembre)








