lunedì 3 agosto 2026

Parola di Vita - Agosto 2026

Nel primo capitolo del suo Vangelo, Luca ci offre l’unica pagina del Nuovo Testamento in cui le protagoniste sono due donne, Maria ed Elisabetta.

Elisabetta viveva in un villaggio vicino Gerusalemme, distante circa 150 km da Nazareth. Subito dopo aver ricevuto l’annuncio dell’angelo che sarebbe diventata la madre di Gesù (Lc 1,26-38), Maria affronta questo lungo viaggio. Non conosciamo i particolari del percorso, sappiamo soltanto che si diresse in fretta verso la montagna. Ma perché si reca fin là?

Maria va per partecipare questa gioia a chi, come lei, aveva ricevuto da Dio la grazia di aspettare un figlio, e per starle vicina e aiutarla durante gli ultimi mesi di gravidanza. È la storia di due donne, di due maternità impossibili. Chi meglio di lei poteva capirla per condividere questa esperienza? Da questo incontro sgorga il canto del Magnificat.

«L’anima mia magnifica il Signore».

 «Le sue parole sono l’espressione di un grande amore e di una vivissima gioia, ciò spiega perché il suo animo e la sua vita si elevano nello spirito. Maria non dice: Io magnifico Dio, ma l’anima mia; come se volesse dire: tutta la mia vita e i miei sensi sono come sorretti dall’amore di Dio […]»[1], scrive Martin Lutero nel suo commento al Magnificat.

Il verbo “magnificare”, rendere grande, rivela un senso di gioia suscitata dalla scoperta che Dio è più grande di quanto ci si aspettasse. A questa gioia fa eco una profonda umiltà e un senso profondo di gratitudine e di riconoscenza.

Come sottolinea Ermes Ronchi, «il Magnificat è il vangelo di Maria, la sua bella notizia che raggiunge tutte le generazioni». Per dieci volte la ragazza di Nazareth ripete: «È Lui che ha fatto…»[2], come una sorta di nuovo decalogo, di nuovi dieci comandamenti che ribaltano le logiche del mondo. 

Viene spontaneo chiedersi se abbiamo conservato il senso di stupore e di meraviglia nella nostra vita quotidiana e di preghiera, davanti a quanto Dio ha operato e continua a operare. Senza apertura alla novità e alle sue sorprese, senza stupore, la fede diventa una preghiera stanca che gradualmente si spegne e diventa un’abitudine sociale[3].

«L’anima mia magnifica il Signore».

Il cantico di Maria non è semplicemente una preghiera di lode intimista, ma una lode profetica, caratterizzata da un costante ricorso ai passi della Scrittura[4], che indica la direzione della storia secondo il cuore di Dio. Lodarlo significa schierarsi con i piccoli, credere che il mondo possa e debba cambiare.

Le parole di questo inno ci invitano a comprendere l’intervento salvifico di Dio nella nostra storia personale e comunitaria, dal proprio vissuto personale a quello universale, dall’attimo presente fino ai cieli nuovi e alla terra nuova che la rivoluzione sociale del Vangelo inaugura. 

«L’anima mia magnifica il Signore».

Queste parole invitano anche noi a fare della nostra vita una lode vivente, a riconoscere ogni giorno le “grandi cose”, a unire la nostra voce a quella di Maria per proclamare che Dio è fedele, che la sua misericordia si estende di generazione in generazione, e che il suo regno di giustizia e amore viene già realizzandosi tra noi. 

Chiara Lubich aveva colto questa dimensione rivoluzionaria del cantico di Maria quando scriveva ai giovani: «Leggi il Magnificat e vi troverai la prima e più potente pagina della dottrina sociale cristiana. Chi, e quando, la realizzerà compiutamente?»[5]

La domanda resta aperta e ci interpella. L’intervento di Dio non dovrebbe restare confinato nell’intimità del cuore, ma occorre che si manifesti nelle relazioni, nella vita comune, nella trama delle generazioni che verranno. 

A cura di Patrizia Mazzola e del team della Parola di Vita


[1]Martin Lutero, Commento al Magnificat, 1520, https://www.associazionealec.it

[2]Ermes Ronchi, Magnificat, una finestra aperta sul futuro, Avvenire, 12 agosto 2021.  

[3]Cfr. Papa Francesco, Angelus, Piazza San Pietro, Roma, 4 luglio 2021.

[4] Cfr. Gérard Rossé, Il Vangelo di Luca, Città Nuova, 1992, p.69.

[5] Detti Gen, Città Nuova, Roma 1969, p.57 (4a ed. 1974).

domenica 2 agosto 2026

UN'IDEA : LASCIARSI SORPRENDERE

Diceva il grande scienziato Louis Pasteur: «Meravigliarsi di tutto è il primo passo della ragione verso la scoperta».

Ce lo ricorda anche Luigi Ballerini scrittore per ragazzi e Medico Psicoterapeuta nel suo articolo che ci ha ispirato per quest’idea[1]: In fondo la meraviglia non è altro che una forma di fiducia […] È l’idea che esista ancora un mondo da scoprire, capire, incontrare. Ciò spiega perché la perdita della meraviglia sia così grave: senza di lei la vita si appiattisce nella ripetizione di uno sguardo stanco che non vede più niente. […] Se smarriamo la capacità di meravigliarci non diventiamo più realistici ed efficienti, perdiamo solo la possibilità di lasciarci ancora provocare dal reale, di riconoscere che noi stessi possiamo continuare a cambiare e migliorare dentro ciò che incontriamo”.  

La meraviglia ci ricorda che non tutto dipende da noi. È un invito ad accoglierle con il cuore aperto a riconoscere quello che la vita ci vuol dire ed esserne grati. La meraviglia richiama lo stupore, quella straordinaria capacità dei bambini di aprirsi alla vita e alle relazioni; dimensioni, queste, costitutive dell’essere umano, che da millenni sono una chiave dell’avventura del pensiero umano, insegnandoci a decentrarci per andare verso le persone che forse ci aspettano, che vivono le nostre stesse fatiche quotidiane e le nostre stesse speranze.

Oggi le sfide che provengono dai Social e dall’Intelligenza Artificiale sembrano spegnere questa capacità: abbiamo già visto tutto?  E soprattutto: ci stiamo abituando a tutto? Spesso sono i piccoli gesti quelli capaci di riaccendere lo stupore.

Stupirsi significa mantenere viva la capacità di meravigliarsi, di imparare dal nuovo e di riconoscere il valore delle persone e delle situazioni che incontriamo senza rassegnarsi all’indifferenza di fronte al dolore e alla sofferenza. Abbiamo il coraggio di guardare la realtà con attenzione e apertura, mettendoci nei panni degli altri, offrendo ascolto e sostegno senza giudicare e prendendoci cura di chi attraversa momenti importanti o complessi. 


Sono tante le storie quotidiane di fatica, di malattia, di vite che sembrano essere perdute o senza senso: eppure c’è sempre una possibilità che il finale non sia ancora scritto. Nelle famiglie, nei luoghi di cura, è possibile spesso osservare con meraviglia i segni della più potente rivoluzione, quella di un amore più grande capace di andare oltre ciò ci si potrebbe aspettare.  Lasciamoci sorprendere con vulnerabilità e umiltà per ciò che ci viene incontro e facciamo in modo che non resti confinato nell’intimità del cuore, ma si manifesti nelle relazioni, nella vita condivisa, nel tessuto delle generazioni che verranno.

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[1] https://www.avvenire.it/ideeecommenti/lasciarsistupiredallameravigliaquellocheiragazziciricordano_109483)

sabato 1 agosto 2026

I VESCOVI DELLA CONFERENZA EPISCOPALE DELL'EMILIA ROMAGNA SULLA LEGGE REGIONALE SUL SUICIDIO MEDICALMENTE ASSISTITO

La Conferenza Episcopale dell’Emilia-Romagna, presieduta da Mons. Giacomo Morandi, Presidente Ceer e Vescovo di Reggio Emilia-Guastalla, ha predisposto una dichiarazione, di cui si trasmette il testo, in merito all’approvazione della legge regionale sul suicidio medicalmente assistito.

L’Assemblea legislativa della Regione Emilia-Romagna ha approvato il 23 luglio 2026 il progetto di legge che disciplina l’accesso al Suicidio Medicalmente Assistito (SMA). La nostra Regione diventa così la terza in Italia, dopo Toscana e Sardegna, a dotarsi di una normativa specifica sul tema in assenza di una legge nazionale. Già il 29 febbraio del 2024, come Vescovi dell’Emilia-Romagna avevamo espresso la nostra grave preoccupazione per la proposta della Regione che, attraverso un decreto amministrativo, intendeva introdurre il SMA. La proposta è diventata progetto di legge ora approvato dall’Assemblea Regionale. In questo contesto vogliamo ribadire ciò che a suo tempo affermammo in quella nota del febbraio 2024: “Il valore della vita umana si impone da sé in ogni sua fase, specialmente nella fragilità della vecchiaia e della malattia. Proprio lì la società è chiamata ad esprimersi al meglio, nel curare, nel sostenere le famiglie e chi è prossimo ai malati, nell’operare scelte di politiche sanitarie che salvaguardino le persone fragili e indifese, e attuando quanto già è normato circa le cure palliative. Impegno, questo, che qualifica come giusta e democratica la società. Procurare la morte, in forma diretta o tramite il suicidio medicalmente assistito, contrasta radicalmente con il valore della persona, con le finalità dello Stato e con la stessa professione medica”.

Il progetto di legge approvato ora, pur riconoscendo la possibilità di un’obiezione di coscienza degli operatori sanitari, che dovrebbe essere estesa anche ai farmacisti, e l’importanza delle cure palliative – che in realtà dovrebbero essere una pre-condizione e non una semplice informazione data al paziente – non è la risposta al vero problema che la malattia e la sofferenza pongono all’essere umano. Al contrario, in questi momenti la persona ha bisogno di essere accompagnata e sostenuta da coloro che sappiano condividere questa fase della vita e i suoi interrogativi e anche da quelle cure palliative che, se fossero assicurate a tutti, garantirebbero sollievo e sostenibilità nella malattia e nel dolore.

La legge regionale apre, inoltre, la strada a prevedibili allargamenti e favorisce una cultura della “inutilità” della vita della persona sofferente e gravemente inabile. Il principio di autodeterminazione reso assoluto finisce per snaturare l’esistenza in una dimensione privata, isolata, che provoca solitudine e che priva la persona della relazione con gli altri, in un individualismo che rinnega il valore della vita come bene comune da difendere e custodire insieme.

Esprimiamo vicinanza, amore e preghiera per le persone in condizioni di fragilità, per tutti coloro, e i familiari, che stanno soffrendo per le drammatiche condizioni di salute.

In comunione con i nostri confratelli Vescovi della Regione Toscana ribadiamo che “la vita umana è un valore assoluto, tutelato anche dalla Costituzione: non c’è un ‘diritto di morire’ ma il diritto di essere curati e il Sistema sanitario esiste per migliorare le condizioni della vita e non per dare la morte” (Nota dell’Episcopato Toscano del 28 gennaio 2025).

Non possiamo, infine, non notare che la legge regionale è stata approvata il giorno della festa del Patrono della nostra regione, Sant’Apollinare, che ha dato la vita per la fede e per il popolo emiliano-romagnolo. Mentre celebriamo la Giornata Mondiale dei nonni e degli anziani, affidiamo a lui la fatica di vivere e la volontà di costruire un mondo in cui nessuno sia messo nelle condizioni di chiedere di interrompere la propria vita.

Conferenza Episcopale dell’Emilia-Romagna 

venerdì 31 luglio 2026

Emilia-Romagna, approvata la legge regionale sul suicidio medicalmente assistito

 “Questa legge non crea nuovi diritti né introduce condizioni diverse rispetto a quelle già definite dalla Corte costituzionale. Si limita a tradurre in procedure obiettive, imparziali e uguali per tutti i principi affermati dalla sentenza 242 del 2019, rendendoli concretamente applicabili e colmando un vuoto legislativo nazionale. Credo sia una legge rispettosa di tutte le sensibilità”.

Così il presidente della Regione, Michele de Pascale, intervenendo in Assemblea legislativa dove è stato approvato il progetto di legge regionale che disciplina le procedure per l'accesso al suicidio medicalmente assistito da parte delle persone che si trovano nelle condizioni individuate dalla Consulta. La legge, composta da dodici articoli e costruita sulla base del modello già adottato dalla Toscana, garantisce criteri omogenei, trasparenti e uguali su tutto il territorio regionale.

“La nostra legge- ha continuato il presidente- non è in contraddizione con quanto abbiamo sempre sostenuto: resta infatti inaccettabile che su una materia così delicata come il suicidio medicalmente assistito possano esistere venti discipline diverse, una per ogni Regione. L'Emilia-Romagna non interviene per modificare le condizioni di accesso definite dalla Corte costituzionale, ma per garantire che, su tutto il territorio regionale, le procedure siano uniformi, trasparenti e rispettose dei diritti delle persone. La nostra ambizione è che l'Emilia-Romagna sia la Regione più forte e inclusiva nell'offerta delle cure palliative, affinché chi si trova in queste condizioni possa ricevere la migliore assistenza possibile. E, nei casi in cui, nel rispetto della legge e delle decisioni della Corte costituzionale, una persona scelga di richiedere il suicidio medicalmente assistito, vogliamo garantire un percorso improntato a umanità, trasparenza, professionalità e uguali diritti in tutto il territorio regionale. Ma- ha ribadito de Pascale- come ho sempre detto, il punto di arrivo non può che essere una legge nazionale, capace di garantire gli stessi diritti e le stesse tutele in tutto il Paese”.

“Desidero esprimere riconoscenza– ha concluso il presidente- sia alla maggioranza, che ha affrontato questa legge con grande senso di responsabilità, attenendosi rigorosamente al dettato costituzionale senza alcuna strumentalizzazione, sia alla minoranza. Pur in assenza di un voto trasversale da me auspicato ha contribuito al confronto senza ricorrere a forme di ostruzionismo. Sono però soddisfatto che sia stato raccolto il mio invito a confrontarsi sul merito del provvedimento, che è pienamente compatibile con visioni e opinioni anche profondamente diverse, le quali devono trovare la loro sintesi nel Parlamento e non nei Consigli regionali”.

Il provvedimento legislativo riguarda esclusivamente le persone affette da patologie irreversibili, fonte di sofferenze fisiche o psicologiche ritenute intollerabili, tenute in vita da trattamenti di sostegno vitale e pienamente capaci di assumere decisioni libere e consapevoli. Prima di ogni valutazione, il paziente dovrà ricevere un'informazione completa sulle possibilità terapeutiche disponibili, comprese le cure palliative, mentre la verifica dei requisiti sarà affidata alle strutture del Servizio sanitario regionale attraverso procedure rigorose e multidisciplinari.


Elemento centrale della legge è l'istituzione della Commissione di valutazione multidisciplinare (Covam), prevista su base territoriale di Area vasta e composta da medici specialisti, palliativisti, anestesisti-rianimatori, medici legali, psichiatri, farmacologi o farmacisti, psicologi e infermieri. La Commissione effettuerà anche una visita presso il luogo in cui si trova il paziente e potrà acquisire il contributo del medico di medicina generale o di un medico di fiducia indicato dall'interessato. Il procedimento si avvarrà inoltre del parere, non vincolante, del Comitato regionale per l'etica clinica (Corec).

Tutta la procedura sarà gratuita e le attività connesse all'eventuale attuazione del suicidio medicalmente assistito saranno svolte esclusivamente da personale che abbia dato la propria disponibilità su base volontaria. Restano centrali l'informazione completa, l'accesso alle cure palliative e la possibilità di revocare in qualsiasi momento la propria richiesta.

lunedì 27 luglio 2026

UN'ESPERIENZA COMMOVENTE E RIVOLUZIONARIA

Mi è successo qualcosa che mi ha fatto ricordare perché anni fa scegliemmo di essere “uomini nuovi” per un Mondo Unito.

Sono in un ospedale. Intravedo un ragazzo, giovane, piangeva da solo, lontano dal suo gruppo. Studia per diventare infermiere strumentista. Ultimo anno. A tre mesi dalla laurea.

Mi avvicino. Mi racconta che suo padre aveva perso il lavoro. Che andava all’università con una vecchia bicicletta di suo fratello, che alla fine si era rotta. Per quello doveva prendere quattro autobus al giorno e non aveva più i soldi per i biglietti. “Ho intenzione di mollare. Non ce la faccio più”, mi dice.

Volevo dargli dei soldi perché ricaricasse la sua tessera del pullman e tornasse a casa. Non voleva accettarli. Lo ha fatto a una condizione: che gli dessi il mio numero per ridarmeli. E ha mantenuto la promessa. Tre giorni dopo mi ha ridato quei soldi, ma allo stesso tempo mi ha confermato il peggio: avrebbe interrotto gli studi finché non ci fossero nuove condizioni per riprenderli.

Quella notte non sono riuscito a dormire. Avevo in testa il suo volto. Pensavo a quanti ragazzi come lui fossero a un passo dalla resa, pronti a mollare.

Due giorni dopo mi arriva un lavoro extra che non mi aspettavo. La somma giusta. E mi è venuto in mente un pensiero chiaro, di quelli su cui non si discute: “E se Dio me l’avesse mandata proprio per lui?”.

Non ho esitato. Gli ho versato quanto gli serviva per tre mesi di biglietti del pullman e per finire gli studi. Quel giorno non ho avuto alcun eco.

Mi ha chiamato dopo 48 ore. Non riusciva a parlare. Piangeva. Piangeva come si piange quando ti viene restituita la speranza.

Poi passano due anni senza più sue notizie. Finché un giorno mi arriva un messaggio da un numero sconosciuto. Era una foto: la sua laurea da infermiere strumentista.

Accompagnata da una frase: “Questo diploma lo devo in parte a uno sconosciuto che mi ha dato una mano senza conoscermi”.

Mi sono commosso. Ho pianto di gioia. Ho pianto perché ho capito una cosa:

Il mondo unito non si fa con discorsi. Si fa con un biglietto del pullman. Con una bicicletta riparata. Con una mano tesa senza chiedere il cognome.

Infatti, quel ragazzo, il mio, non lo ha mai saputo.

Ciò che conta è che, per 90 giorni, abbia potuto proseguire i suoi studi. E che oggi ci sia un infermiere strumentista in più negli ospedali, a salvare vite umane, perché qualcuno ha creduto in lui quando lui stesso non ci riusciva più.

A volte pensiamo che per cambiare il mondo occorra fare chissà cosa.

Mentre il mondo cambia perché qualcuno può prendere quattro pullman.

Condivido questo non per me stesso, ma perché abbiamo bisogno di ricordarci che ciò che facciamo, forse non lo vediamo e magari fiorisce solo due anni dopo sotto forma di titolo di studio, di vita, di speranza.

Continuiamo a essere quegli “sconosciuti” che danno una mano.

Tito Ruiz Diaz (Paraguay)

domenica 26 luglio 2026

PICCOLO OSPEDALE ... GRANDE SANITA'

Primo giorno di vacanza. Finalmente si arriva alla casa in montagna. Si scaricano i bagagli e tutto l'occorrente per la vacanza. La prima cosa da fare è spazzare il terrazzo, aprire casa e controllare che tutto sia in ordine. Ma all'improvviso il risvolto dei pantaloni s'impiglia in una piccola e aguzza piastrella e ... un'incidente domestico banale! La spalla che fa malissimo, la corsa verso il Pronto Soccorso dell'Ospedale più vicino. Il seguito lo raccontano le due lettere che di seguito pubblico.

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Alla Cortese Attenzione del Direttore, Dott. Stefano Gasperin, e a tutto il Personale in servizio presso il Pronto Soccorso di Agordo.

Mi chiamo Daniela Villa e con la presente desidero esprimere il mio più sentito ringraziamento e il mio profondo apprezzamento per l'assistenza medica e umana ricevuta nel Vostro reparto.

Abito in provincia di Lodi, sono lombarda e sto trascorrendo un periodo di vacanza presso la mia abitazione nella Frazione di Matiuz, Comune di Sagron Mis (TN).

A causa di un banale incidente domestico, verificatosi in data Martedì 14 Luglio 2026 intorno alle ore 15.30, che mi ha procurato un doloroso trauma alla spalla destra, sono stata accompagnata d’urgenza da mio marito al vostro Pronto Soccorso.

Il dolore intenso si è poi rivelato, tramite gli opportuni accertamenti del caso, nella diagnosi “lussazione alla spalla destra “.

In quella situazione di forte vulnerabilità, ho riscontrato una professionalità eccellente e una tempestività esemplare, ma, soprattutto, il valore, aggiunto e mai scontato, di una straordinaria empatia e grande umanità da parte dell’intera Équipe medica ed infermieristica.

Mi sono sentita accolta, accudita, “Vista” e per tale ragione intendo menzionare:

Giorgia, Francesco, Linda, Gianluca, Terry, Emanuela, Mattia, Anna,

i dottori Maffei, Piccione e Rapisarda.

Esiste a Londra un Museo dell’Empatia contro l’egocentrismo, l’Empathy Museum, dove la sua installazione principale, "A Mile in My Shoes" (“Un miglio nelle mie scarpe”), invita i visitatori, in un viaggio virtuale nel tempo e nello spazio, ad indossare le scarpe di uno sconosciuto e ad ascoltare in cuffia la storia della sua vita … Mettersi realmente nei panni dell’altro, nelle scarpe di qualcuno, significa quindi immedesimarsi nelle sue fragilità, provare le sue emozioni e le sue sofferenze, anche quelle fisiche.

In un momento così delicato di vulnerabilità, l'attenzione, la cura e il supporto ricevuti da parte di tutti hanno fatto per me la differenza, dimostrando ancora una volta quanto il patire con l’Altro, da Latino cum patire, soffrire insieme, la capacità di condividere empaticamente la sofferenza, sentendola come propria e desiderando alleviarla, se praticata nella quotidianità può rendere il Vostro lavoro un’autentica Missione.

Troppo spesso la Sanità pubblica (come del resto la Scuola purtroppo), è oggetto di critiche, ma la dedizione e la cura che ho ricevuto nel Vostro reparto rappresentano un esempio di eccellenza che merita di essere valorizzato.

Dal profondo del cuore ancora Grazie.

Con stima e riconoscenza per il Bene ricevuto

Cordiali Saluti,

Daniela Villa

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Gentile signora Villa

La ringrazio sentitamente per l’apprezzamento rivolto all’Ospedale di Agordo e, in particolare, al personale dell’U.O. di Pronto Soccorso, al quale la Sua segnalazione è stata prontamente condivisa.

L’umanizzazione delle cure è un valore fondamentale e imprescindibile per la nostra Azienda. Crediamo fermamente che ogni persona che si rivolge a noi porti con sé una storia unica e una straordinarietà che meritano di essere accolte con profondo rispetto. Curare, per noi, significa proprio questo: mettere a fattor comune lo straordinario che ognuno ha in sé — la sensibilità della persona assistita e la dedizione del professionista — affinché la cura non sia solo un atto tecnico, ma un autentico incontro umano fatto di gentilezza, ascolto e vicinanza.

Ci tengo a sottolineare che attestazioni di stima come la Sua hanno un valore inestimabile anche per il nostro personale interno: non sono solo un gradito segno di riconoscimento, ma rappresentano una linfa vitale che gratifica i professionisti e ne rinnova l'entusiasmo quotidiano. Questo prezioso riscontro contribuisce a costruire e rinsaldare quel profondo rapporto di fiducia tra l'Istituzione sanitaria e il cittadino, che è alla base di una cura di reale qualità.

Nell'assicurarLe il nostro costante impegno, Le porgo i miei più distinti saluti.

Il Direttore Generale 

dott. Achille Di Falco

lunedì 20 luglio 2026

L'ESTATE E IL LIBRO

Da sempre, l’estate è ritenuto il periodo più consono alla lettura. Un libro spesso tiene compagnia a chi va in vacanza. Ma è ancora così? Una fotografia della lettura dei libri in Italia è stata pubblicata la scorsa settimana dall’Istat. L’Istituto ha attinto a dati delle indagini “I cittadini e il tempo libero” (2024) e “Aspetti della vita quotidiana” (2025). Quasi sei persone su dieci, compreso però chi legge per motivi professionali o scolastici, hanno letto almeno un libro in un anno (dal 2015 la percentuale è scesa dal 59,4 al 57,1). Un dato interessante è che 7 lettori su 10 leggono solo libri “tradizionali”, di carta. “Dopo il lieve aumento registrato durante il periodo pandemico, dal 2022 si osserva una flessione della lettura digitale” sottolinea l’Istat. Un elemento che colpisce: le biblioteche (in Italia sono 13.636) continuano a rappresentare un importante presidio. Quasi un terzo dei giovani fino a 24 anni è utente di una biblioteca. Ma a far riflettere sono anche le motivazioni di chi dice di non leggere: noia e mancanza di interesse (35%); mancanza di tempo libero (26,3%); altri svaghi (17,1%); altre forme di comunicazione (15,1%, tra cui Tv, radio, cinema, social media); problemi di vista o di salute uniti all’età anziana (12,4%); costo di acquisto dei libri (8,3%).

(Da "La vita casalese")

giovedì 16 luglio 2026

IL MONDO IN UN VAGONE

Una ragazza attira la mia attenzione. Nel vagone colmo di gente è l’unica che tiene tra le mani un libro. Non resisto alla tentazione di sbirciare la copertina: La giornata di uno scrutatore. Un classico, letteratura impegnata. Sotto al libro la ragazza tiene tra le mani anche lo smartphone, ma a differenza del 90 % degli altri passeggeri non ne guarda lo schermo. Lo sta usando per ascoltare della musica. Chissà, quale colonna sonora avrà scelto per Italo Calvino? Alle orecchie ha quelle cuffie senza fili che ti fanno assomigliare ad un androide. Ma sulla metropolitana di Roma a metà mattina molti passeggeri più che androidi sembrano zombies. Lo sguardo perso, o meglio fisso, sullo schermo del proprio telefono. E il pollice che “scrolla”, che fa cioè quel movimento dal basso verso l’alto, in modo meccanico, quasi febbrile, per scorrere le news, i post, i video del momento. Non sono molto diversi, a ben guardare, dal giocatore d’azzardo ammaliato dalla pallina sulla roulette, dalle combinazioni della slot machine o dalle caselle dell’ennesimo gratta e vinci. Tutti vicini, eppure lontanissimi, ciascuno concentrato, quasi ipnotizzato, su quel piccolo specchio palmare che ti risucchia in una realtà parallela e ti impedisce di vedere chi hai fisicamente accanto. Un divertissement potenzialmente infinito. Roba da rubarti l’anima. Immuni al sortilegio sembrano, nel vagone, solo una coppia di innamorati che si sorridono guardandosi negli occhi, un gruppetto di amici che scherzano con l’allegria chiassosa dell’adolescenza, due badanti che confabulano tra loro in una lingua sconosciuta, eppur familiare, che porta in sé tutta la dura malinconia dei Balcani. Quasi a ricordarci che il telefono alla fine è solo un surrogato e che forse gran parte del suo successo deriva dalla povertà delle nostre relazioni e dalla paura che abbiamo del silenzio, della solitudine, della fatica. Sulla stessa tratta della metropolitana a tarda sera lo spettacolo è ben diverso. Manca poco a mezzanotte. C’è qualche turista che approfitta delle ultime corse per tornare in hotel e intanto riguarda e condivide foto della giornata sull’immancabile e non ancora scarico telefonino. Ma soprattutto ci sono loro. Decine di lavoratori dalla camicia bianca e dalla pelle scura o ambrata che tornano a casa. È facile capire che si tratta soprattutto di camerieri, inservienti, lavapiatti, addetti alle pulizie di alberghi e ristoranti della capitale. Sono indiani, filippini, alcuni nordafricani. Nessuno di loro ha voglia di guardare il telefono. Si respira la loro stanchezza, eppure sorridono, scambiano qualche parola, aspettano solo di potersi togliere le scarpe. Salendo sul vagone ho pensato per un attimo di non trovarmi più a Roma, ma a Nuova Delhi. Ma a pensarci bene avremmo potuto essere in una qualunque delle grandi metropoli di questo mondo globalizzato. Magia della metropolitana che, senza uscire dal perimetro di una città, ti fa vedere il mondo intero, con la sua magnifica umanità. 

(Alessio Graziani su SIR, Servizio Informazione Religiosa)

DIFENDIAMO L'ARTICOLO 11

 

Ciao a tutti,

molti pensano che la leva militare sia un capitolo chiuso della nostra storia, ma in Italia la leva non è mai stata abolita: è stata sospesa.

Questo significa che la legge ne prevede già il possibile ripristino in caso di guerra o gravi crisi. Oggi, mentre si torna a parlare con insistenza di riarmo, anche in Italia si è iniziato a parlare di ripristino della leva volontaria.

In alcuni Paesi europei, come in Francia e in Germania, è già avvenuto.

Il ripristino della leva è la richiesta dello Stato di mettere i nostri corpi a disposizione della guerra.

Mentre la cultura della guerra avanza, dalle istituzioni che viviamo ogni giorno può partire la nostra risposta. Per questo ti chiediamo di agire subito con l'iniziativa: “Questo Comune obietta la guerra”.

Chiediamo che i Sindaci d’Italia diano un segno concreto del loro ripudio della guerra: rendersi disponibili ad accogliere le dichiarazioni di obiezione di coscienza e comunicarlo alla cittadinanza.

E dare vita a nuovi registri dove tutti i cittadini e le cittadine possano dichiarare l’obiezione di coscienza preventiva alla guerra e al servizio militare.

È un modo di difendere l’Articolo 11 della Costituzione e proteggere la nostra società dalla militarizzazione.

Ecco come puoi fare la tua parte

Informati: scopri su ripudia.it perché l'obiezione di coscienza è uno strumento fondamentale di democrazia e pace.

Scarica il modello: abbiamo preparato una lettera pronta da inviare al tuo Sindaco, che trovi sul sito web di R1PUD1A.

Segnala e agisci: invia il messaggio al tuo Comune e chiedigli di unirsi alla rete di chi sceglie di essere, concretamente, uno spazio di pace.
scopri come coinvolgere il tuo Comune
A presto,
il team di EMERGENCY – R1PUD1A
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mercoledì 8 luglio 2026

Terremoto in Venezuela: Save the children, “famiglie sfollate a rischio infezioni per carenza di acqua e servizi igienici”

A dodici giorni dai violenti terremoti che hanno colpito il Venezuela, migliaia di persone continuano a vivere in tende e accampamenti di fortuna senza un accesso regolare ad acqua potabile e servizi igienici, con un crescente rischio di infezioni e malattie, soprattutto per i bambini. A lanciare l’allarme è Save the Children, che chiede un intervento urgente per “garantire acqua sicura, bagni mobili e assistenza sanitaria nelle aree colpite”. Negli insediamenti informali, denuncia l’organizzazione, centinaia di sfollati condividono uno o due servizi igienici, spesso danneggiati dal sisma, mentre molte persone sono costrette a espletare i propri bisogni all’aperto o a rientrare nelle abitazioni lesionate per utilizzare i bagni. Particolarmente critica la situazione di donne e ragazze, prive di privacy, acqua pulita e prodotti per l’igiene mestruale. Secondo Fatima Andraca, direttrice di Save the Children in Venezuela, “migliaia di bambini sono esposti a una nuova emergenza sanitaria per la mancanza di acqua potabile, docce e servizi igienici”. Il bilancio dei due terremoti del 24 giugno, di magnitudo 7,2 e 7,5, supera i 3.340 morti, mentre, secondo le Nazioni Unite, circa 680mila bambini sono stati colpiti dal disastro. Save the Children, presente nel Paese dal 2018, sta distribuendo kit igienici e beni essenziali, garantendo cure attraverso cliniche mobili e predisponendo spazi sicuri per il supporto psicologico ai minori.


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