lunedì 5 ottobre 2026

COS'E' SUCCESSO A SETTEMBRE ?

 

sabato 3 ottobre 2026

4 OTTOBRE, FESTA DI SAN FRANCESCO D'ASSISI, PATRONO D'ITALIA

Spesso le cose più grandi prendono forma da ciò che sembra quasi impercettibile. Nel Vangelo di Gesù di Nazareth ci sono due immagini semplici: un granello di senape e un po' di lievito nascosto nella farina. Realtà piccole, eppure capaci di una forza silenziosa: il seme diventa albero, il lievito fa fermentare la pasta. È così che Dio agisce attraverso ciò che il mondo giudica insignificante, e ci chiede di riconoscere valore laddove sembra esserci soltanto qualcosa di piccolo e fragile. 

Il 4 ottobre è la Festa di San Francesco d’Assisi, patrono d’Italia. Dopo una giovinezza agiata, scelse di farsi povero tra i poveri, per servire Gesù riconosciuto negli ultimi del suo tempo. È la stessa logica del granello di senape e del lievito: una vita piccola e fragile agli occhi del mondo, ma capace di generare una fraternità immensa.

Mons. Paolo Giulietti, Arcivescovo di Lucca, in un'intervista impossibile, gli chiede come sia possibile vivere la povertà evangelica oggi. Il santo risponde che nulla ci rende felici come amare, perché siamo fatti per donare, non per possedere.

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Come vivere la povertà evangelica in una società sempre più consumista?

La povertà non si sceglie, se non la si ama. Per me è stata come una sposa: desiderata e coltivata con affetto, per unirmi a Gesù, fratello di tutti, liberarmi da me stesso e diventare così padrone di tutto. La ricchezza, cercata da mio padre con sacrificio per tutta la vita, rappresenta un pericolo mortale: ci rende schiavi del denaro e delle cose, a scapito della relazione con Dio e con gli altri. Vi invito a smascherare il consumismo e la sua dittatura, scoprendo che è bello vivere con poco. Nessuna cosa può renderci davvero felici: siamo fatti per amare, non per possedere. Se ciò che avete vi rende fratelli con gli altri e amici di Dio, allora donatelo!

Come è possibile custodire la pace interiore e diventare strumenti e costruttori di pace nel mondo?

La pace interiore è un dono. Quando ho compreso che veniamo da Dio e a Lui ritorniamo, che tutto ci è dato come dono dall’alto, e che i peccati sono coperti dall’amore di Gesù, allora il mio spirito si è pacificato, e l’ansia ha lasciato spazio alla gioia di esistere e al desiderio di essere buono, come il Creatore lo è stato con me. Anche voi, amici, coltivate queste consapevolezze: sarete custoditi in una grande pace interiore e diventerete capaci di amore, dialogo, accoglienza… costruttori di quella pace che viene da Dio.

In che modo uno spirito di fraternità evangelica può contrastare l’individualismo contemporaneo?

Ero cresciuto nella paura dell’altro – il povero, il lebbroso, il nemico, il concorrente – e nell’idolatria di me stesso. Ed ero solo. La bontà di Dio mi ha fatto sperimentare la gioia dell’abbraccio al lebbroso, della compagnia del povero, dell’incontro con tutti. E sono diventato felice. La fraternità non è una teoria, ma un’esperienza. Il Vangelo ci rende fratelli perché ci fa Chiesa, ci offre occasioni di incontro e di servizio. Provate la gioia di stare con gli altri, e scoprirete che l’individualismo è un colossale inganno. Non è bene – infatti – che l’uomo sia solo.

Cosa suggeriresti agli uomini di oggi per accendere un atteggiamento di lode e ringraziamento per il creato e ravvivare la responsabilità verso la nostra casa comune?

Mi pare che oggi l’ecologia rischi di diventare moralismo: un insieme di regole da seguire e di privazioni da sopportare. Io, invece, ho considerato tutte le creature come dono di Dio, e le ho toccate con grande amore. Sono stato ambientalista? Forse, ma non per paura o per dovere, bensì per quel piacere del bene che nasce dalla contemplazione del creato. Abituatevi a guardare con stupore e gratitudine ogni cosa che esiste in questo mondo: ne sarete rallegrati, le userete con rispetto e ne diventerete custodi. E anche le rinunce diventeranno leggere.

venerdì 2 ottobre 2026

Idea del Mese - Ottobre 2026

Essere straniero non è soltanto una condizione giuridica o geografica. È anche un’esperienza umana che quasi tutti, in un modo o nell’altro, abbiamo vissuto almeno una volta.

Ci sentiamo estranei ogni volta che entriamo in un contesto di cui non conosciamo i codici: un nuovo Paese, un posto di lavoro inedito, una scuola, una casa di riposo, un gruppo sociale o persino una famiglia che non è la nostra. Ci si può sentire stranieri anche quando le nuove generazioni usano linguaggi e riferimenti per noi incomprensibili, o quando scopriamo che la società a cui pensavamo di appartenere è cambiata in una direzione che non riconosciamo più. Ognuno di noi sa cosa significhi sentirsi fuori posto: un’esperienza comune che può aiutarci a metterci nei panni dell’altro.


La storia dell’umanità è, da sempre, una storia di incontri tra culture. Se da un lato le migrazioni hanno generato conflitti e difficoltà, dall’altro hanno favorito scambi, arricchimento reciproco e la trasformazione profonda delle società. Per questo possiamo guardare al fenomeno migratorio non solo come a un’emergenza, ma come a un’opportunità per rinnovare l’intera famiglia umana. Ci invitano, insomma, a uscire dalle nostre sicurezze per andare incontro all’altro.

La vera sfida sta nel vivere questo cambiamento d’epoca con uno sguardo capace di cogliere i semi di speranza che le migrazioni portano con sé, trasformando l’accoglienza in uno spazio in cui costruire fraternità. 

Possiamo cominciare con piccoli gesti. Azioni che possono sembrare insignificanti, ma che, unendosi a quelle di molti altri, formano una catena silenziosa e concreta, capace di diventare un «argine contro la barbarie».

Così si esprimeva Chiara Lubich in uno dei suoi ultimi interventi pubblici, a Londra, nel giugno 2004: «[…] la nostra esperienza ci dice che, per chi si accinge oggi a spostare le montagne dell’odio e della violenza, il compito è immane. Ma ciò che è impossibile a milioni di uomini isolati e divisi, pare diventi possibile a gente che ha fatto dell’amore scambievole, della comprensione reciproca, dell’unità, il movente essenziale della propria vita». 

Quando viviamo così, il dialogo può diventare una vera cultura dell’incontro, nella quale la diversità di ciascuno cessa di essere una barriera e diventa un dono per il bene comune.

A testimonianza di ciò, un parroco svizzero racconta le “lezioni” imparate vivendo in un Centro di accoglienza per persone migranti. Da una parte la presa di coscienza di quanto il razzismo sia latente in ognuno di noi; dall’altra, la straordinaria potenza trasformativa che nasce dall’incontro: «Solo un esempio: qui, a Lucerna, ha vissuto con noi per tre anni un giovane del Ruanda. Non aveva documenti e, quando è arrivato, era molto provato psicologicamente. Il primo periodo non è stato facile. Ma col tempo la sua personalità originaria ha ricominciato a risplendere e anche la nostra comunità pluriforme è fiorita in una vita ancora più bella. Quanto abbiamo riso, festeggiato, pregato e superato insieme anche incertezze e grandi sfide! Siamo diventati fratelli. Ciò si è visto in particolare nel giorno della partenza controvoglia di questo nostro fratello ruandese. Quattro poliziotti sono venuti a prenderlo a casa nostra per riportarlo forzatamente nel suo Paese. Erano assai sorpresi di imbattersi in dieci persone di diverse nazioni, che erano lì per salutarlo, e di trovare un’atmosfera serena in questa situazione così difficile. (…). Sono passati cinque anni ed è sempre vivo, da un continente all’altro, il profondo legame familiare che si è creato fra noi»

giovedì 1 ottobre 2026

Parola di Vita - Ottobre 2026

 La Parola di vita di questo mese è tratta dal libro dell’Esodo che racconta le condizioni sempre più disperate degli Israeliti in Egitto. Oppressi e resi schiavi, gridano al cielo chiedendo aiuto. Questo clamore raggiunge il cuore di Dio che decide di intervenire scegliendo Mosè come suo inviato. Dopo la liberazione c’è la cerimonia che suggella l’Alleanza tra Dio e Israele. Il documento che riflette questo rapporto è il cosiddetto “Codice dell’Alleanza” accettato da tutto il popolo, la cui parte più nota sono i Dieci Comandamenti. Ad essi sono aggiunte altre prescrizioni e leggi di vario tipo, tutte da collegare all’evento straordinario della liberazione. La frase di questo mese proviene da questo patrimonio di norme di vita e di comportamento.

«Non molesterai il forestiero né lo opprimerai, perché voi siete stati forestieri in terra d’Egitto».

Lo straniero, fa parte delle categorie preferite e protette da Dio perché è tra i più vulnerabili, insieme al povero, all’orfano e alla vedova. La motivazione di questa norma fa appello, innanzitutto, alla memoria di quanto vissuto nella schiavitù in Egitto. L’intervento possente di Dio nell’Esodo viene ripreso costantemente nell’Antico Testamento. Si tratta di un evento che il popolo deve tenere sempre presente come qualcosa che continua a ripetersi, in modi diversi, in ogni generazione. Significativa la frase di Origene, nel suo commento al libro dell’Esodo: «Chi opprime lo straniero mostra di non aver ancora lasciato l’Egitto».

Questo comandamento richiama pure all’empatia: mettersi al posto degli altri aiuta a comprenderli e a capire di cosa hanno bisogno. Chi è passato per un’esperienza difficile dovrebbe trovare più facile immedesimarsi col dolore altrui. Ma nell’Antico Testamento non si tratta solo di un’esperienza umana. Il primo a dare l’esempio di cosa significa entrare nella situazione degli altri è Dio stesso. 

«Non molesterai il forestiero né lo opprimerai, perché voi siete stati forestieri in terra d’Egitto».

Come mettere in pratica questa parola di vita? Potrebbe essere utile farci qualche domanda: Ho fatto qualche volta l’esperienza di essere straniero? Mi sono sentito non accettato, non accolto, non capito, fuori posto? Cosa ho imparato da questi episodi? Chi è lo straniero per me? Chi è lo straniero per Dio? Come posso accoglierlo senza riserve, proprio come fa il Signore con noi? Cosa posso fare di concreto?  

Scrive Chiara Lubich: «Con un Dio che non fa distinzione di persone come non mettersi in cuore la fratellanza universale? Figli dello stesso Padre possiamo scoprirci fratelli e sorelle di ogni uomo e donna che avviciniamo. Se dunque siamo tutti fratelli e sorelle, dobbiamo amare tutti, cominciando da chi ci è accanto, senza fermarsi. Il nostro non sarà allora un amore platonico, astratto, ma concreto, fatto di servizio. Un amore capace di andare incontro all’altro. Di avviare un dialogo, di immedesimarsi nelle sue situazioni di disagio, di assumerne i pesi, le preoccupazioni. Al punto che l’altro si senta capito e accolto nella sua diversità e libero di esprimere tutta la ricchezza che porta in sé».

È l’esperienza di Maryam, una giovane pakistana. 

«In un locale ho visto il proprietario negare un tè a una signora anziana. Avevo solo poche rupie (la valuta locale) in tasca, ma sentivo che dovevo aiutarla, così mi sono avvicinata al titolare proponendogli di pagare io. All’inizio mi ha guardato esitante. Poi, dopo una pausa, ha sorriso e ha detto: “No, non è giusto. Se tu, una cliente, sei disposta a usare il tuo poco per prenderti cura di lei, quanto più dovrei essere generoso io, il proprietario? È più facile per me darle una tazza di tè gratis che farti pagare”. È stata un’esperienza forte. Cercando di mostrare amore, prima alla signora e poi al proprietario, ho visto come un semplice gesto di gentilezza possa aprire il cuore di un’altra persona».

A cura di Augusto Parody Reyes e del team della Parola di Vita

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