lunedì 29 marzo 2021

MOVIMENTO DI RIFORMA MARIA 2.0

Elisabeth Kötter e Andrea Voss-Frick, promotrici del movimento ecclesiale di riforma tedesco Maria 2.0, fondato nel 2019 per promuovere una maggiore partecipazione e diritti per le donne nella Chiesa cattolica, intendono lasciare la Chiesa cattolica come istituzione di diritto pubblico, pur restando cattoliche. Ne hanno dato notizia il 25 marzo all'Evangelical Press Service (EPD). È impossibile cambiare le gerarchie e le strutture di potere nella Chiesa, ha spiegato Voss-Fricke. Come dimostrano i casi di violenza sessuale da parte di sacerdoti, gli interventi della Congregazione per la Dottrina della Fede nel processo del Cammino Sinodale, con cui la Conferenza episcopale tedesca (DBK) e il Comitato centrale tedesco I cattolici (ZdK) cercano di attuare riformee, più recentemente, il divieto di benedire le coppie omosessuali.

Elisabeth Kötter cita ragioni personali di coscienza per il suo abbandono. Chiunque continui a fare parte di questo sistema, ha detto, è «colpevole di complicità», ha detto. Con Andrea Voss-Frick, tuttavia, vuole continuare a essere coinvolta nella sua comunità di origine a Münster e contribuire al dialogo interreligioso nella regione. Le due donne restano anche con Maria 2.0 perché, sostengono, «siamo ancora Chiesa».

Recentemente, il movimento di protesta ha fatto scalpore con l’affissione di sette tesi in più di 1.000 chiese tedesche. Le donne chiedono, tra le altre cose, «una Chiesa che promuova l’equità di genere con accesso per tutte le persone a tutti gli uffici, nonché educazione e lotta alle cause della violenza sessuale».

Nel 2019 sono usciti dalla Chiesa cattolica tedesca 272.771 fedeli, circa il 26,2% in più rispetto all’anno precedente (216.078), su un totale di 22,6 milioni. Secondo un recente sondaggio, l'82% di 2.000 intervistati ritiene che la Chiesa abbia perso credibilità negli ultimi mesi, soprattutto per mancanza di trasparenza nella questione degli abusi; il 28 per cento degli 835 intervistati che sono attualmente membri della Chiesa cattolica o protestante (dunque in sostanza uno su quattro) ha dichiarato di stare attualmente valutando la possibilità di lasciare.

In Germania, in ragione della forte ingerenza tra Chiesa e Stato, i contributi fiscali destinati alla confessione religiosa (denominati Kirchensteuer nel caso della Chiesa cattolica e protestante e finalizzati a mantenere i luoghi di preghiera, le strutture e il clero) vengono riscossi dall'anagrafe tributaria. L'imposta per il culto fu concessa alle Chiese in virtù del loro riconoscimento come istituzione di diritto pubblico. Per abbandonare formalmente  la Chiesa è dunque sufficiente una procedura di "disiscrizione" dai registri: la scelta di non adempiere più agli obblighi fiscali, infatti, viene comunicata ai competenti organi che provvedono ad annullare i sacramenti ricevuti, cancellando i nominativi dal registro battesimale.

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Estratto da Adista.it

mercoledì 17 marzo 2021

Responsum della Congregazione per la Dottrina della Fede ad un dubium circa la benedizione delle unioni di persone dello stesso sesso, 15.03.2021

La Chiesa cattolica ha fatto sapere che i suoi sacerdoti non potranno dare alcuna forma di benedizione a una coppia di persone dello stesso sesso sposata oppure legata da una unione civile. Lo dice una nota della Congregazione per la dottrina della fede, l’organo interno della Chiesa che dirime le questioni sulla dottrina cattolica.

La motivazione per cui la Congregazione della dottrina della fede ha respinto la possibilità di benedire le unioni omosessuali riguarda il fatto che, «quando si invoca una benedizione su alcune relazioni umane occorre […] che ciò che viene benedetto sia oggettivamente e positivamente ordinato a ricevere e ad esprimere la grazia, in funzione dei disegni di Dio iscritti nella Creazione e pienamente rivelati da Cristo Signore. Sono quindi compatibili con l’essenza della benedizione impartita dalla Chiesa solo quelle realtà che sono di per sé ordinate a servire quei disegni».


Non ho alcuna voglia di commentare questa “nota”. Siamo nella solita situazione del “o con me o contro di me”, o meglio , diversamente dalle indicazioni del Concilio Vaticano II, “ se vuoi salvarti, vivi e opera secondo le mie parole”. Insomma sono indicazioni che derivano dal piano dottrinale della Chiesa Cattolica Romana e che già abbiamo ascoltato in riferimento a molti altri temi. E’ l’ennesimo muro contro muro. Però un’osservazione la voglio aggiungere. Quando nei Vangeli si racconta l’episodio del miracolo dei pani e dei pesci, è Gesù stesso che alzando gli occhi al cielo chiede la “benedizione di Dio” su quella folla stanca e affamata. Non si pone il dubbio se tra quelle folle ci fosse qualcuno indegno o gay o lesbica o divorziato o … C’era una necessità urgente che richiedeva l’aiuto divino, che non si è messo a frazionare le persone ma il pane e i pesci perché tutti ne avessero una parte. La benedizione viene da Dio, e grazie a Dio non dipende dalla persona che benedice.


mercoledì 10 febbraio 2021

PROPOSTE PER UNA "POTENZA ITALO/EUROPEA DI PACE"

La Rete italiana Pace e Disarmo ha elaborato un documento con 12 progetti come contributo al processo di formazione del programma “Next Generation Italia”: possono sicuramente essere e diventare  un’occasione per realizzare politiche di “pace e disarmo”.  Sono proposte precise, concrete e realizzabili, per superare la visione nazionale, per una politica estera che guardi all'Italia, ma ancor più all’Europa come “potenza di pace”.


PROPOSTA 1 : Una nuova politica estera che definisca come interesse nazionale il co-sviluppo con i popoli del sud e la soluzione negoziata dei conflitti

PROPOSTA 2 : Spostamento consistente dei fondi dalle missioni militari all’estero verso la cooperazione e gli aiuti allo sviluppo.

PROPOSTA 3 : Inserire come obiettivo del PNRR la riconversione dell’industria militare all’industria civile, con fondi per lo sviluppo locale sostenibile.

PROPOSTA 4: Istituire l’Agenzia Nazionale per la riconversione, dotandola di fondi necessari per ricerche e studi. 

PROPOSTA 5 : Nel fondo per le “strategie territoriali” relativo al territorio del Sulcis occorre considerare come azione prioritaria la riconversione della produzione di armamenti.

PROPOSTA 6 : Promuovere la Difesa Civile non armata e Nonviolenta, riattivando il percorso di discussione e di approvazione della proposta di legge di origine popolare: una riforma organica del sistema di difesa del nostro paese, in ottemperanza con gli articoli 11 e 52 della Costituzione.

PROPOSTA 7 : Inserire nelle opportune Missioni del PNRR le politiche della Difesa civile e nonviolenta che comprenderanno i Corpi civili di pace e l’Istituto di ricerche sulla Pace e il Disarmo e avranno forme di interazione e collaborazione con il Dipartimento della Protezione civile, il Dipartimento dei Vigili del Fuoco ed il Dipartimento per le politiche giovanili e il Servizio Civile Universale.

PROPOSTA 8 : Mantenere il Servizio Civile Universale nell’ambito delle azioni di “Infrastrutture sociali, famiglie, comunità e terzo settore” per valorizzare appieno il ruolo chiave che il Terzo Settore svolge nel sistema del SCU e l’impatto dei giovani volontari nelle comunità. 

PROPOSTA 9 : Potenziamento e stabilizzazione del contingente annuo del Servizio Civile Universale: i 250 milioni chiesti all’Europa che si aggiungono ai 400 stanziati per il 2021 e il 2022 dal Governo devono significare contingenti di 80.000 opportunità all’anno per una stabilizzazione vera.

PROPOSTA 10 : Valorizzazione delle competenze acquisite dai giovani nell’anno di servizio civile universale. L’Italia e l’Unione Europea hanno tutto da guadagnare da giovani generazioni che sono consapevoli delle competenze (civiche, trasversali e professionali) di cui sono portatrici.

PROPOSTA 11 : L’educazione alla pace, alla nonviolenza e al rispetto dei diritti umani venga inserita nei programmi scolastici a tutti i livelli – dall’infanzia all’Università.

PROPOSTA 12 : L’educazione alla pace, alla nonviolenza e al rispetto dei diritti umani abbia uno spazio nella programmazione dei canali radio-televisivi pubblici, prevedendo di inserire nel Consiglio di Amministrazione RAI e la Commissione Parlamentare di Vigilanza della RAI una figura competente per la promozione dell’Educazione alla pace.

martedì 9 febbraio 2021

E' "DIVORZIO" FRA ENZO BIANCHI E LA COMUNITA' DI BOSE

Un'altra clamorosa svolta nel caso che da anni contrappone fr. Enzo Bianchi, fondatore ed ex priore della Comunità di Bose, al resto della comunità. Dopo il Decreto "singolare", del 13 maggio 2020, a firma del cardinale Segretario di Stato, Pietro Parolin, e approvato in forma specifica da papa Francesco, con il quale, per gravi motivi comunicati in via riservata ai singoli destinatari, si disponeva, tra l’altro, che fr. Enzo Bianchi si ritirasse dalla Comunità Monastica di Bose, ora padre Amedeo Cencini, delegato pontificio ad nutum Sanctae Sedis e già visitatore apostolico della stessa Comunità, ha emanato il 4 gennaio scorso, un nuovo decreto.

Ne dà notizia lui stesso, con un comunicato di ieri, evidentemente preoccupato di dare il maggiore risalto possibile alla decisione pontificia, affinché questa volta non sia disattesa.

La ragione di questo nuovo intervento pontificio risiede infatti proprio nel fatto che Bianchi avrebbe dovuto, "non oltre il termine di dieci giorni dalla data di notifica del medesimo Decreto (avvenuta il 21 maggio 2020)", trasferirsi "per un tempo indeterminato e senza soluzione di continuità" in un monastero o in altro luogo; eppure, "trascorsi ormai più di otto mesi dalla data in cui fr. Enzo Bianchi avrebbe dovuto eseguire quanto disposto dal Decreto, che aveva accettato per iscritto; dopo non pochi tentativi volti a rendere più agevole a fr. Enzo Bianchi l’obbedienza al Decreto, operati dal Delegato Pontificio, in forza del mandato ricevuto dalla Santa Sede, tenendo conto delle esigenze da lui espresse, nel rispetto della giustizia e, soprattutto, della sofferenza di tutte le persone coinvolte", il trasferimento non è ancora avvenuto. 

La decisione pontificia assunta lo scorso 4 gennaio è questa: poiché Maometto non va alla montagna, ossia Bianchi non lascia Bose, sarà la montagna ad andare da Maometto. E quindi Bianchi dovrà trasferirsi in un altro dei monasteri della comunità, che sarà però scorporato e non potrà più essere considerata una struttura della della Comunità di Bose. La struttura individuata si trova a Cellole di San Gimignano, in provincia di Siena (gli altri monasteri, oltre che a Bose, si trovano a Ostuni, Assisi, Civitella San Paolo e Gerusalemme).

Per questo, "il Delegato Pontificio, sentito il Priore di Bose, Fr. Luciano Manicardi, che ha raccolto anche il parere del Discretorio della Comunità, dopo aver consultato S.E. Mons. Alberto Silvani, Vescovo di Volterra, nella cui Diocesi si trova la Fraternità Monastica di Bose a Cellole, e dopo aver ricevuto il benestare del Cardinale Pietro Parolin, Segretario di Stato, ha emanato un Decreto (notificato l’8 gennaio) nel quale ha richiesto alla Comunità monastica di Bose di: 1) interrompere a tempo indeterminato i legami con la “Fraternità Monastica di Bose a Cellole”, sita in località Cellole di San Gimignano (SI), la quale pertanto è stata chiusa e non può essere considerata come “Fraternità della Comunità Monastica di Bose”, "fino a quando non si deciderà altrimenti".

Il decreto, datato 8 febbraio, dispone ora che la fraternità di Cellole non potrà più chiamarsi “Fraternità Monastica di Bose”, “Monastero di Bose”, o simili, nella pubblicistica, nella cartellonistica, nei siti internet. Bose, inoltre, dovrà "cedere in comodato d’uso gratuito il complesso di immobili di Cellole a Fr. Enzo Bianchi, che vi si trasferirà entro e non oltre martedì 16 febbraio p.v., avendo già dato il suo assenso al riguardo, assieme ad alcuni fratelli e sorelle che hanno manifestato la propria disponibilità ad andare con lui e si troveranno nella condizione di membri della Comunità Monastica di Bose extra domum".

Si tratta quindi di una "scissione". Il monastero dove si trova Bianchi, che verrà raggiunto da alcun fedelissimi, diventerà una nuova realtà distinta da quella di Bose. Per il resto, sottolinea il decreto, "restano ferme tutte le disposizioni del Decreto singolare del 13 maggio 2020, anche quelle riguardanti gli altri destinatari, ossia fr. Goffredo Boselli, fr. Lino Breda e sr. Antonella Casiraghi", ossia l'ex segretario della comunità, l'ex responsabile della liturgia e l'ex sorella responsabile generale, le tre persone più vicine all'ex priore.

"Si è ritenuto doveroso dare questa pubblica comunicazione - conclude il decreto di padre Cencini - per rendere noto il mutato status della già “Fraternità monastica di Bose a Cellole”, al fine di "evitare qualsiasi confusione e ambiguità in merito".

Immediata, dopo la divulgazione del comunicato di padre Cencini, la reazione della fraternità di Bose: "Dal giugno dello scorso anno, la Comunità ha atteso invano che fr. Enzo Bianchi obbedisse al Decreto singolare del 13 maggio, approvato in forma specifica da papa Francesco che, per il bene della Comunità, disponeva tra gli altri provvedimenti anche il suo allontanamento a tempo indeterminato da Bose e dalle sue Fraternità. In questi lunghi mesi il Delegato Pontificio p. Amedeo Cencini ha operato non pochi tentativi volti a rendere più agevole a Fr. Enzo Bianchi l’esecuzione del suddetto Decreto, agendo secondo la pazienza insegnata dal Vangelo, in forza del mandato ricevuto dalla Santa Sede, nel rispetto della giustizia e, soprattutto, della sofferenza di tutte le persone coinvolte.

Siccome tra le motivazioni addotte da fr. Enzo Bianchi per sottrarsi alla fattiva esecuzione del Decreto e spiegare il suo restare a Bose, nei medesimi locali da lui abitati da oltre un decennio, vi era l’indisponibilità a recarsi in un altro monastero e l’asserita impossibilità a trovare un altro luogo adeguato, la Comunità ha acconsentito alla richiesta suggerita dal Delegato pontificio di rinunciare alla propria Fraternità di Cellole, richiamando a Bose o in altre sue Fraternità i fratelli fino ad oggi presenti a Cellole e cedendo in comodato d’uso quegli immobili, così che fr. Enzo vi si possa trasferire prima dell’inizio della Quaresima, accompagnato da alcuni membri professi che – nella condizione canonica di extra domum ed esonerati dal divieto, disposto dal Decreto singolare, di intrattenere rapporti con fr. Enzo – possano rendere sostenibile la sua permanenza in quel luogo, scorporato ormai “da Bose e dalle sue Fraternità”. Una decisione per noi ardua e carica di sofferenza, ma purtroppo inevitabile e non ulteriormente procrastinabile"

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Da "Adista.it"

martedì 2 febbraio 2021

DAL MONASTERO DI BOSE : LETTERA DI ROBERTA DAPUNT

 Cara umanità.

Non per mio diritto, ma per condivisione, accoglimi in questa lettera. Ho la solitudine dentro e fuori, e tu così lontana qui in mezzo alle parole. Lo spazio tra noi due è un infinito vuoto, la distanza tra l’io e il noi un’estensione tale da non poter essere misurata. Eppure, mentre tu non sai di me, io so di te ogni giorno e ogni notte e ti vedo allo specchio ogni mattina, primo sguardo.

La chiara coscienza è per me guardare dalla finestra. Mi diventa ogni anno più difficile la neve. Direi che stento nelle relazioni sociali con l’inverno. Credo sia per troppa similitudine noi due. Così mi succede che stento ad uscire di casa. Lo guardo dalla finestra, come del resto anche l’estate. Ma è solo dipendenza da me stessa, dell’Io rispetto alle esigenze del mondo esterno, oppure viceversa. Ora, questa è quotidianità di una voce che cerca distanza per mantenere una posizione di centro nei versi che scrive. Al di là, tu. E la tua condizione e le tue qualità, crudeltà e intelletto, fragilità e costanza, la pietà e l’imperfezione. Splendido e triste saperti insieme, imparo nell’accettazione e nel rifiuto. E mi creo a tua immagine e somiglianza, giorno per giorno guardandomi ti comprendo, secondo sguardo.

Il tuo nome, amo il nome semplice delle mie figlie. Ti chiamo Anna e ti chiamo Maria, e poi ti chiamo Giovanni e ti chiamo Elia e posso chiamarti in lingue differenti, differenti radici e affondare la voce, le mani nel tuo sacro terreno e prosperare in confluenze diverse, così diverse da far dimenticare le deformità e le brutture, le tue, quelle che appartengono a te solamente. Aprire le braccia, chiamarti nome per nome e udire rispondermi:

presente, presente, terzo sguardo.

Insieme e col pianto concorde, ti chiedo un pianto solo, tra commozione e dolore la sinfonia di un lamento comune, per comune sentire. E diventare il canto triste degli uccelli a disagio, il suono di uno strumento musicale in mano alla malinconia, il soffio dei venti, quello di tutti i mari, la condivisione delle genti sole e prendere parte al dolore di chi conosce il dolore. Un unico accordo, la nenia di un solo lamento. E capire, capire, quarto sguardo.

E se non sai, se tu non comprendi, io ti perdono, poiché è me che non devo perdonare, io che ogni giorno colmo il mio essere di infelicità propria, la debole coscienza e la superbia nell’atteggiamento di me che mi preoccupo di me stessa, della mia utilità a vantaggio di me soltanto. Inutile stare è fissare il sasso, poiché è vero, non sono diversa da lui. È l’indifferenza la mala pianta di quest’epoca, le radici che hai sviluppato penetrando il suolo dell’estrema povertà, dello squallore e le desolazioni che non hanno conforto, quinto sguardo.

E ancora tu, narrante Io, colei che scrive,

ancora e solamente io, sesto sguardo.

Tu che hai bisogno di una conferma,

in questo specchio l’anima che vedi ti riguarda.

Ti riguarda questo esercizio sterile, la visione di te,

la tua storia. Qui attraverso non sei diverso,

seppure la tua destra diventi sinistra,

luminoso solo se illuminato.

E ti credi altro da te, rovesciata esistenza

e la domanda: cosa guardi? Cosa vedi?

Vedi uno, nessuno e centomila

che si ripetono e si ripetono le storie,

la conoscenza di te in doppia misura,

posta accanto per servire al medesimo scopo

verità e menzogna. Poco oltre le civiltà, i miti,

l’umanità carnefice, i vinti.

E vedi nello specchio entrare la vanità e l’orgoglio,

dallo specchio uscire in triste solitudine entrambi

e malgrado ciò non poterne fare a meno.

È un povero augurio il mio, scarsa previsione di eventi lieti e felici, poiché in questo preciso istante muoiono le genti. Muoiono ora e questo momento non è passato, è adesso. Così finiscono e iniziano da capo i tristi capitoli che non possiedono la chiusa di un tempo. Fino a quale alba faranno la conta dei giorni le processioni dei miserabili? Scorrono, come sangue nelle vene le generazioni eroiche tra i labili attimi di bene. E in queste poche paci, rare assenze di morte, noi che ogni volta ancora, sediamo in uno spazio riservato al pubblico, che da uguale divano in ogni guerra al racconto della storia per minuti proviamo orrore. Esterni uditori di pianti siamo, gli indolenti, settimo sguardo.

Ecco. Io ti auguro di non incontrare l’indifferenza, male peggiore nel corso di qualunque esistenza. Ti auguro commozione, tremore di cuore, scossa. E che le aspirazioni della tua età vedano i figli ridenti nascere, perché il mondo li vuole. Perché davanti a loro tu stirerai qualunque divisa, pulirai le tue scarpe, eretto corpo, rivolgerai lo sguardo in avanti. E che i libri, i libri più adulati diventino scritture rare, dalla loro carta il profumo della tua compassione. Ti auguro di aspirarla, respirarla, in virtù del cuore e ancora di più, della ragione.

RD

I2021       ©Roberta Dapunt - Diritti riservati

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Roberta Dapunt è nata nel 1970 a Badia, dove vive e lavora. Ha pubblicato le raccolte di poesia OscuraMente (1993), La carezzata mela (1999), La terra più del paradiso (Einaudi, 2008), Le beatitudini della malattia (Einaudi, 2013) e Sincope (Einaudi, 2018). Oltre all'italiano ha utilizzato nelle sue opere la lingua ladina.

lunedì 25 gennaio 2021

UNA LETTERA UN PO' IN RITARDO,MA UN GESTO SICURAMENTE NOBILE

Mi rivolgo a tutti voi, Fratelli della Comunità Ebraica italiana, per esprimervi la mia sincera amicizia e trasmettervi tutto il mio affetto nel solenne “Giorno della Memoria”.


Vi scrivo a cuore aperto una lettera certamente non facile, una lettera che può stupirvi e che forse non vi aspettavate. Eppure sappiate che per me è molto importante e necessaria, perché reputo giunto, una volta per tutte, il momento di fare i conti con la Storia e con il passato della Famiglia che oggi sono qui a rappresentare, nel nome millenario di quella Casa Reale che ha contribuito in maniera determinante all’unità d’Italia, nome che orgogliosamente porto.

Scrivo a voi, Fratelli Ebrei, nell’anniversario della liberazione del campo di concentramento di Auschwitz, data simbolo scelta nel 2000 dal Parlamento della Repubblica Italiana, a memoria perpetua di una tragedia che ha visto perire per mano della follia nazi-fascista 6 milioni di ebrei europei, di cui 7500 nostri fratelli italiani. 

È nel ricordo di quelle sacre vittime italiane che desidero chiedere ufficialmente e solennemente perdono a nome di tutta la mia famiglia. Ho deciso di fare questo passo, per me doveroso, perché la memoria di quanto accaduto resti viva, perché il ricordo sia sempre presente.

Condanno le leggi razziali del 1938, di cui ancor oggi sento tutto il peso sulle mie spalle e con me tutta la Real Casa di Savoia e dichiaro solennemente che non ci riconosciamo in ciò che fece Re Vittorio Emanuele III: una firma sofferta, dalla quale ci dissociamo fermamente, un documento inaccettabile, un’ombra indelebile per la mia famiglia, una ferita ancora aperta per l’Italia intera.

Condanno le leggi razziali nel ricordo del mio glorioso avo Re Carlo Alberto che il 29 marzo 1848 fu tra i primi Sovrani d’Europa a dare agli italiani ebrei la piena uguaglianza di diritti. 

Condanno le leggi razziali nel ricordo dei numerosi italiani ebrei che lottarono con grandissimo coraggio sui campi di battaglia dell’Ottocento e del primo Novecento da veri Patrioti.

Condanno la firma delle leggi razziali nel ricordo della visita alla nuova Sinagoga di Roma che proprio mio bisnonno Vittorio Emanuele III fece nel 1904, dopo che il 13 gennaio dello stesso anno si disse addirittura favorevole alla nascita dello stato ebraico e cosi’ si espresse: “gli ebrei, per noi, sono italiani, in tutto e per tutto”.

Desidero che la Storia non si cancelli, che la Storia non si dimentichi e che la Storia abbia sempre la possibilità di raccontare quanto accaduto a tutti coloro che hanno fame e sete di verità.

Le vittime dell’Olocausto non dovranno mai essere dimenticate e per questo motivo, ancor oggi, esse ci gridano il loro desiderio di essere giustamente ricordate.

Anche la mia Casa ha sofferto in prima persona, sebbene per motivi politici, ed è stata ferita profondamente negli affetti più cari: come potremmo dimenticare la tragica fine di mia zia Mafalda di Savoia, morta il 28 agosto 1944 nel campo di concentramento di Buchenwald dopo un’atroce agonia?. Come potrei dimenticare che anche mia zia Maria di Savoia – ricorda Filiberto – fu deportata con il marito e con due dei loro figli in un campo di concentramento vicino a Berlino?

Ed entrambe erano figlie sempre dello stesso Vittorio Emanuele III.

Scrivo a voi fratelli Ebrei, con viva e profonda emozione nel lancinante ricordo del rastrellamento del Ghetto avvenuto il 16 ottobre 1943.

Scrivo a voi fratelli Ebrei, nell’angoscioso ricordo delle troppe vittime che la nostra amata Italia ha perso.

Scrivo a voi questa mia lettera, sinceramente sentita e voluta, che indirizzo a tutta la Comunità italiana, per riannodare quei fili malauguratamente spezzati, perché sia un primo passo verso quel dialogo che oggi desidero riprendere e seguire personalmente.

Con tutta la mia sincera fratellanza,

Roma, 27 gennaio 2021,

Emanuele Filiberto

mercoledì 13 gennaio 2021

DONNE SULL'ALTARE?

Papa Francesco modifica il Codice di diritto canonico e apre alle donne l’accesso ai ministeri del lettorato (la proclamazione delle letture durante le messe) e dell’accolitato (la distribuzione delle ostie consacrate). Ma contestualmente ribadisce: il sacerdozio femminile non esiste, resta vietato. Si tratta della regolamentazione giuridica di una prassi già in vigore da tempo. In molte comunità cattoliche, infatti, le donne leggono le letture dall’ambone durante le messe e, meno frequentemente, distribuiscono anche la comunione ai fedeli, accanto ai preti. Ora c’è l’ammissione formale delle donne a questi due ministeri laicali (chiamati «ordini minori») che Paolo VI, nel 1972, riservò solo ai maschi, considerandoli come tappe intermedie verso l’ordinazione sacerdotale. È una «tradizione venerabile» ma «non ha un carattere vincolante», scrive papa Francesco al prefetto della Congregazione per la dottrina della fede (l’ex Sant’Uffizio), cardinale Ladaria, nella lettera di accompagnamento al motu proprio che consente l’accesso alle donne a questi ministeri, come peraltro chiesto da diversi Sinodi dei vescovi, l’ultimo quello amazzonico. Ma chiarisce, citando papa Wojtyla, che non potranno spingersi oltre: la Chiesa «non ha in alcun modo la facoltà di conferire alle donne l’ordinazione sacerdotale». «In alcune parti del mondo questa disposizione può essere un passo in avanti, ma in Italia e in molti altri Paesi semplicemente si regolarizza ciò che era irregolare dal punto di vista normativo», spiega al manifesto Paola Cavallari, autrice di Non sono la costola di nessuno (Gabrielli) e socia del Coordinamento italiano teologhe. «Mi pare una mossa gattopardesca: cambiare qualcosa perché non cambi nulla. Perché accontentarsi di tali contentini? Auspico che le donne si muovano non più soffocate da logiche clericali, misogine e gerarchiche, ridotte a mere esecutrici, ma esprimano atti e parole dilatate dallo Spirito».

Luca Kocci in “il manifesto” del 12 gennaio 2021

mercoledì 23 dicembre 2020

BUON NATALE !

Auguri a tutti perché possiate accogliere

il figlio di Dio che nasce per noi

con la semplicità dei pastori,

con l’umiltà di Giuseppe,

con l’attenzione e la ricerca dei magi,

con l’amore con cui i primi e le prime credenti

lo hanno accolto,

perché anche nella vostra vita

il miracolo del Natale si rinnovi

e splenda su di voi la stella della speranza.


venerdì 11 dicembre 2020

"OGNI PERSONA E' FIGLIA DI DIO!"

 Comunicato diffuso da La Comunità di Vita Cristiana (CVX)* di Spagna il 2 dicembre 2020, tradotto dai volontari de La tenda di Gionata

La Comunità di Vita Cristiana (CVX)*, che raggruppa 1.100 persone in 35 comunità spagnole, ha constatato negli ultimi anni “la presenza di persone LGTB + nella Chiesa e nella stessa comunità” che, “come il resto degli appartenenti al popolo di Dio, vogliono vivere pienamente la loro fede, nell’amore e nel servizio, ma molte volte trovano difficoltà aggiuntive per farlo e persino il rifiuto, che genera grandi sofferenze personali e familiari”.


Come affermato in una dichiarazione resa pubblica mercoledì 2 dicembre 2020, per la CVX è “un dono di Dio essere formata da persone con orientamenti sessuali diversi” e “questa esperienza di diversità nella Chiesa ha fatto scaturire nella comunità una profonda gratitudine e gioia». Consapevole, parimenti, che “ogni persona è, per natura, figlia di Dio, creata a sua immagine e somiglianza“, si è impegnata “ad accompagnare questi processi di fede e di integrazione nella comunità ecclesiale” e nella sensibilizzazione e formazione interne.

L’ufficio Comunicazione di CVX (Spagna) mette a disposizione sia interviste con il presidente di CVX España, Eduardo Escobés, sia testimonianze di persone LGTB+ appartenenti a diverse comunità. Per ulteriori informazioni contattare comunicacion@cvx-e.es

IL TESTO> Dichiarazione della CVX di Spagna “vivere l’unità nella diversità”

Nelle nostre comunità locali si è constatata negli ultimi anni la presenza, nella Chiesa e nella comunità stessa, di persone LGTB + che, come il resto degli appartenenti al popolo di Dio, vogliono vivere pienamente la loro fede, nell’amore e nel servizio, ma che molte volte trovano difficoltà aggiuntive per farlo e persino il rifiuto, che genera grandi sofferenze personali e familiari. Dalle nostre comunità locali, diverse persone si sono impegnate ad accompagnare questi processi di fede e integrazione nella comunità ecclesiale.

Come ricorda Papa Francesco in Amoris laetitita, la Chiesa deve fare suo “il comportamento del Signore Gesù, che in un amore illimitato si offre a tutte le persone, nessuno escluso” e, quindi, non c’è posto per alcun “segno di ingiusta discriminazione” verso “persone con tendenze omosessuali“.

Come risultato dell’esperienza dell’accompagnamento, e insieme a questa riflessione, nell’ultima Assemblea Generale della CVX Spagna, tenutasi nell’agosto 2019 a Pamplona, si è convenuto di approfondire l’argomento e realizzare un manifesto pubblico per affermare che:

  • La nostra comunità vive come un dono di Dio l’essere composta da persone con orientamenti sessuali diversi, persone nelle cui famiglie ci sono membri LGTB +, persone single, sposate e divorziate. In quanto membri della Chiesa quali sono, vi partecipano in uguaglianza, lontani da qualsiasi stigma. Ad esempio, posizioni di responsabilità e rappresentanza della comunità sono aperte a tutti loro.
  • La discriminazione, sempre ingiusta, subita da tante persone a causa del loro orientamento sessuale, è un richiamo alla comunità cristiana per continuare a ricordare che ogni persona è, per natura, figlia di Dio, creata a sua immagine e somiglianza; e per raddoppiare gli sforzi di riconoscimento, accoglienza e accompagnamento.
  • La nostra comunità si impegna a porre attenzione sulla sensibilizzazione e la formazione interna dei suoi componenti su questa tematica, così come a incorporarle nelle distinte aree di lavoro.

Questa esperienza di diversità nella Chiesa ha fatto scaturire nella comunità una profonda gratitudine e gioia.

* La Comunità di Vita Cristiana (CVX) è un’associazione di uomini e donne, adulti e giovani, di ogni condizione, con una presenza in 60 Paesi. Vivono il desiderio di seguire Gesù Cristo più da vicino e lavorano per edificare il Regno. Il carisma e la spiritualità della CVX sono ignaziani. La CVX in Spagna è composta da 35 comunità locali e circa 1.100 persone.

lunedì 7 dicembre 2020

C'E' ANCORA MOLTO DA FARE!

Definire un progetto di inclusione significa conoscere le mappe dell'esclusione. E le aree degli esclusi che costituiscono il grappolo di sofferenze su cui intervenire sono tante. Le povertà, in primo luogo: la terra "di sotto" di chi ha un reddito disponibile inferiore del 40 o del 50% a quello medio, ovvero i poveri in senso relativo (erano quasi 9 milioni nel ‘19) e quelli in condizioni di "povertà assoluta" (chi non ha neppure i mezzi indispensabili per "una vita dignitosa": erano quattro milioni e mezzo prima della pandemia, ora di più). Sono gli esclusi socialmente, tanto inferiori agli altri da apparire figli di un altro Paese. L'Istat parla di un 27% di popolazione «in condizioni di esclusione sociale». Includerli sarebbe, di per sé solo, un impegnativo programma di governo. Vorrebbe dire affrontare una buona volta la questione meridionale: più della metà dei poveri assoluti vive tra meridione e isole, nonostante vi risieda appena un terzo della popolazione nazionale. Metter mano alla questione dei bassi salari (più del 10% delle famiglie operaie è in "povertà assoluta", il 17,4% in "povertà relativa"). Curarsi della questione minorile e della quasi totale assenza di politiche a sostegno della famiglia: abbiamo il record europeo di minori poveri e gli indici di deprivazione per le famiglie numerose fanno spavento. E poi la questione femminile: l'ingiustificabile divario salariale, l'abbandono delle famiglie "monogenitore". E quella migratoria (il 27% degli individui stranieri è in povertà assoluta). Infine - last but not least - c'è l'esclusione territoriale: la solitudine delle aree interne, dei comuni polvere, dei piccoli paesi di montagna, dove le condizioni di vita sono più dure, la mobilità più difficile e le risorse pubbliche più scarse. Includerli vorrebbe dire invertire la scala di priorità finora seguita.

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Marco Revelli in “La Stampa” del 7 dicembre 2020

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