mercoledì 20 giugno 2018

«Siate sempre pronti a rendere conto della speranza che è in voi»

“Non mi preoccupano le grida dei violenti, dei corrotti, dei disonesti e di quelli senza etica, ciò che mi preoccupa di più è il silenzio dei buoni” (Martin Luter King).
Tante volte stare in silenzio può essere una saggia opzione, soprattutto nel moltiplicarsi di parole spesso gridate sui cosiddetti social come facebook, twitter ecc.
Il silenzio è dovuto e legittimo soprattutto se la scelta è motivata col voler ascoltare e comprendere, prima. Il silenzio può essere molto eloquente, può diventare addirittura atto di resistenza non violenta. Ma per opporsi alle grida dei violenti e corrotti e senza etica di oggi non basta astenersi delle parole. 
Bisogna saper rompere il silenzio senza prendere parte al pettegolezzo che regna tante volte sui social (e non), senza scendere sul livello delle polemiche e senza cedere alla tentazione della lamentela. Questo è il compito difficile chiesto a chi fa davvero riferimento al Vangelo (scritture dell’Antico e del Nuovo Testamento).  Per contrastare il male, sostiene la prima Lettera di Pietro (consiglio di leggere tutto il brano, I Pietro 3, 8-17) bisogna saper parlare di speranza. Contro ogni frustrazione e paura, che sono terreno fertile per le ideologie egoiste, razziste e perciò senza etica ci vogliono persone che sanno comunicare, vivere e condividere la speranza. Speranza che non si rassegna, che crede, anche contro l’evidenza che la nostra parola, il nostro impegno controcorrente conta. Non sottraiamoci.
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Anne Zell su www.chisavaldese.org

lunedì 18 giugno 2018

L'AZZARDO DI PAPA FRANCESCO: MA LA STORIA LA CONOSCE?

Ricevendo il 16 giugno una delegazione del Forum delle associazioni familiari, Papa Francesco è tornato a denunciare la piaga degli aborti selettivi con cui ancora oggi si eliminano degli innocenti  e ha svolto una riflessione, in cui ha sottolineato l’«avventura bella» della famiglia che, a immagine di Dio, uomo e donna, «è una sola». Nel discorso pronunciato a braccio il Pontefice si è soffermato sul tema dell’accoglienza della vita, che è «il dono più grande», anche quando si presenta segnata dalla malattia e dalla disabilità. E, riferendosi all'aborto ha esplicitamente parlato di omicidio di bambini, eliminati solo per garantirsi vite tranquille. Ripensando al razzismo e alle pratiche eugenetiche dei nazisti, ha commentato con tristezza che oggi facciamo lo stesso, ma «con i guanti bianchi».
Innanzitutto è ora che si smetta di parlare di uomo e di donna, ma è giunto il tempo di ricordare che al centro del messaggio evangelico la persona : ciò che fa il mondo è l'amore tra le persone e non la vecchia divisione tra uomo e donna! Ciò che il mondo è l'amore che nasce dal cuore di ogni individuo, al di là della divisione di sesso, razza o altro!
E poi è davvero sconcertante  il paragone del papa tra le leggi nazisti che, per curare la "purezza della razza", permettevano legalmente di eliminare gli "indesiderati" (ebrei, rom, handicappati), e la situazione di donne che, infine, decidono di abortire. Quelli voluti da Hitler erano in realtà delitti di Stato, frutto di una diabolica presunzione di onnipotenza; ma quando una donna - dopo sofferenza, dubbi e crisi di coscienza - decide infine di non poter più portare avanti la gestazione, non ha bisogno di giudici, ma di persone che le stiano accanto con affetto, e magari in silenzio, aiutandola in un momento difficilissimo della sua vita. Mettere insieme fatti del tutto diversi, per accomunarli in un unico giudizio rischia di dare un'errata e polemica visione della realtà: e d'altra parte spesso la Chiesa usa questi riferimenti storici che diventano anti-storici e dannosi.

ACCOGLIENZA

Il cielo era senza nuvole. L'accoglienza calorosa. I volti sorridenti. I passeggeri e i membri dell'equipaggio dell'Aquarius sono sbarcati domenica sulle banchine del porto di Valenza, subito circondati, presi in carico per le prime cure. Immagini commoventi e soprattutto rassicuranti. Perché, che cosa avrebbe fatto l'Aquarius, con il suo “carico” di 630 uomini, donne, bambini, se la Spagna non avesse alzato il dito per dire: “Accolgo”? La Francia avrebbe anche lei finito per proporsi? L'Italia sarebbe tornata a migliori disposizioni? Porre tutte queste domande equivale a dire che, ormai, nessuna risposta è evidente. La decisione della Spagna di permettere a questi migranti di posare il piede sul suo suolo ha solo offerto un breve momento di respiro: la crisi, che rischia di far implodere l'Europa, non sarà oggi. Ma forse domani, se vi si presta attenzione. Perché in Germania il ministro dell'interno minaccia di far fallire la coalizione facendo pressione perché un richiedente asilo già registrato in un altro paese dell'UE vi sia rimandato. Si è perfino formato un “asse” contro l'immigrazione illegale sotto l'impulso dei ministri dell'interno tedesco, austriaco e italiano... La questione migratoria sta avvelenando le relazioni intraeuropee e sta minando le fondamenta dell'Unione. Da mesi, i capi di Stato e di governo rinviano il problema. Il vertice del 28 e 29 giugno deve essere imperativamente l'occasione di rivedere le regole e le modalità di accoglienza dei migranti. Ricordando le parole preziose del preambolo della Carta dei diritti fondamentali dell'UE: “Consapevole del suo patrimonio spirituale e morale, l'Unione si fonda sui valori indivisibili e universali di dignità umana, di libertà, di eguaglianza e di solidarietà”.
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di Florence Couret in “La Croix” del 18 giugno 2018

mercoledì 13 giugno 2018

LA PORTA

Apro la porta e non trovo nessuno.
Sempre, apro la porta.
Mi dico: aspetto!
Un giorno qualcuno verrà.
Qualcuno che desidera vedermi,
qualcuno che desidera ascoltarmi.
Ci vuole pazienza.
Bisogna avere una forte speranza.
Avere fiducia...
Desidero la visita di qualcuno,
desidero che qualcuno venga ad 
ascoltarmi.
Desidero che qualcuno bussi alla
mia porta.
(Wopko Jensma - Africa del Sud)


martedì 5 giugno 2018

CHE I PRETI PARLINO DELLA LORO VITA AFFETTIVA!

Padre Michael Davide Semeraro, benedettino della comunità Koinonia della Visitazione in Val d'Aosta, è autore di un libro sulla sessualità dei preti ('La vérité vous rendra libres. Spiritualità et sexualité du prêtre', Salvator, p. 152, € 16). 

Qual è la sua opinione sugli scandali di abusi sessuali che scuotono la Chiesa da qualche anno? 
L'indignazione è necessaria, ma non è sufficiente. Dobbiamo andare oltre e riflettere sui segni che questi scandali ci mandano. Dobbiamo lasciarci interrogare più in profondità sul modo in cui la Chiesa prende in considerazione la dimensione affettiva e sessuale nella vita di fede, per entrare in un vero processo di conversione. Con gli apporti delle scienze umane, ma anche dopo il Concilio Vaticano II, il nostro modo di parlare e di vivere la sessualità è cambiato. Un tempo considerata cattiva in sé, la sessualità è ritenuta oggi un elemento della nostra vita spirituale. Anche i preti devono prendere in considerazione la loro umanità e viverla. Questo non rimette in discussione la possibilità di avere una vita casta. Ma la teologia della proibizione che era alla base del celibato un tempo non è più sufficiente. La Chiesa, in tutti i suoi settori di vita, e in particolare nel suo clero, è chiamata a misurarsi in maniera radicalmente nuova con la sfida della propria fragilità. 
Insomma, la religione dell'incarnazione deve incarnarsi ulteriormente? 
Esattamente. Si è pensato che la spiritualità potesse risolvere tutto, ma la grazia presuppone la natura e anche, aggiunge papa Francesco, la cultura. Rimettere al centro il mistero dell'incarnazione come ci invita a fare, ha delle conseguenze molto forti: per tutto ciò che riguarda la nostra fedeltà al Vangelo bisogna sempre passare dalla carne. Non c'è storia della salvezza che non sia radicata nel reale, e il reale è il nostro corpo e le nostre emozioni. Ora, il rischio è che i preti, cioè coloro che, talvolta con molto amore, donano agli altri la possibilità di confidarsi intimamente, siano personalmente incapaci di aprirsi fino in fondo, ed è pericoloso. Bisogna dar loro la possibilità di parlare della loro vita affettiva, delle gioie che ci sono a vivere una vita casta ma anche delle loro fatiche, delle loro difficoltà e delle loro cadute. Quando ci si rinchiude sulla paura e sul senso di colpa, si diventa ancora più fragili e vulnerabili. Questo vale per tutti, anche per i preti. Liberare la parola senza paura, riconoscere le nostre fragilità è un passo molto importante per poter o rettificare le nostre vite, o prendere una strada diversa. 
Come uscire dalle chiusure attuali?
Bisogna cambiare il nostro modo di concepire il ministero ordinato. Quando si comincia a pensare che si è ricevuta una consacrazione che viene unicamente dall'alto, cioè quando parto dall'idea che sono un uomo sacro, privilegiato, che ha un contatto diretto con Dio – questo può creare l'illusione di avere un potere infinito sugli altri e di essere un po' esentato dalle regole morali a cui sono sottoposti gli altri. Ci si mette su di un piedistallo, si entra in una mentalità di casta. È la tentazione di cui parla papa Francesco nell'esortazione apostolica sulla santità, Gaudete et exsultate, quella dello gnosciticsmo, dell'élite. Per uscire dalla mentalità di casta, bisogna cominciare col fare un passo molto importante, mettersi allo stesso livello degli altri, anche quando si ha un ministero diverso per gli altri. Papa Francesco insiste molto su questo quando si rivolge ai preti: l'ordinazione presbiterale come la consacrazione monastica sono un modo di vivere il battesimo a servizio della comunità
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Estratto da “La Croix” del 4 giugno 2018

domenica 3 giugno 2018

“Accogliere lo straniero e accogliere Dio sono due atteggiamenti strettamente connessi”.

Mi permetto di segnalare un interessante spunto biblico del pastore Luca Maria Negro, presidente della Federazione delle chiese evangeliche in Italia (FCEI), sul tema dell’ospitalità all’Assemblea della Conferenza delle chiese europee (KEK) in corso a Novi Sad (Serbia).

Il testo biblico commentato da Negro è Genesi 18:1-8 che racconta di come Abramo, accogliendo tre stranieri presso le querce di Mamre, dov’era accampato, accolga in realtà Dio stesso. “Attraverso l’ospitalità, Abramo fa l’esperienza di Dio”.

Una interpretazione del testo che la spiritualità cristiana ha sempre affermato, come per esempio nel caso di una famosa icona ortodossa di Andrey Rubliov che riproduce proprio questo episodio ed è conosciuta con due nomi: “Icona della Trinità”, ma anche “Icona della filoxenia di Abramo”.

La filoxenia, l’amicizia verso lo straniero, è così una chiave di lettura non solo etica ma anche teologica del brano biblico che si staglia in contrapposizione con il racconto che subito segue: il giudizio e la distruzione di Sodoma (Genesi 19). La filoxenia di Abramo che porta all’incontro con Dio e alla benedizione, si contrappone alla xenofobia degli abitanti di Sodoma che minacciano gli stessi stranieri accolti dal patriarca, attirando su di sé la maledizione.

In un’Europa in cui le migrazioni sono una questione difficile e causa di conflitti, dove molti ritengono che tutti i rifugiati e i richiedenti asilo che tentano di raggiungere l’Europa per scappare dalla guerra o dalla fame debbano essere respinti, “dobbiamo scegliere da che parte stare”, ha ammonito Negro.

“Dalla parte di Abramo e Sara che offrono ospitalità ai tre stranieri, o dalla parte dei ‘sodomiti’ di oggi che non sono le persone omosessuali, ma coloro che predicano l’odio verso gli stranieri”.

martedì 29 maggio 2018

IL MUSEO DELLA BIBBIA

560 mila visitatori in 6 mesi di attività. Dagli Stati Uniti arriva la notizia di un grandioso museo della Bibbia a Washington, fortemente voluto da una famiglia di fede “evangelical”, costato qualcosa intorno a 500 milioni di dollari: quattro piani di alta tecnologia che offrono al visitatore un viaggio virtuale nell’Antico e nel Nuovo Testamento. Grazie alle più moderne tecnologie importante da Hollywood, si può “camminare” nel mondo della Bibbia, al quarto piano seguendo le orme di Gesù di Nazareth e facendo esperienza dello stile di vita della prime comunità cristiane. Volendo, la visita si può concludere a teatro per assistere al un vero e proprio musical di Broadway intitolato “Amazing grace”. La “caffetteria” a buon prezzo consente di passare al “museo” un’intera giornata, pranzando con tutta la famiglia all’interno di questo nuovo e grande spazio pensato per attirare milioni di visitatori. L’offerta è decisamente allettante perché se l’ingresso ai vari Smithsonian o allo Space museum  o a quello di storia afroamericana costa più di dieci dollari, qui si entra gratis. Occorre un biglietto, ma solo per calcolare il numero degli ingressi.
Appena inaugurato, il museo ha dovuto subire le critiche irridenti di alcuni studiosi che vi hanno riconosciuto  dei reperti importanti illegalmente dal Medio oriente dalla famiglia Green che disponeva della collezione di materiali di epoca biblica che ha costituito la “base” delle varie esposizione. Tutto si è risolto con scuse formali e con il ritiro degli oggetti controversi dalle teche ma questo non è bastato a chiudere il dibattito sul “senso” di questo grandioso progetto culturale. Nonostante il museo non si qualifichi confessionalmente, infatti, sotto traccia non è difficile individuare un filo “evangelical” che – legittimamente per chi così lo ha voluto – fa convergere il racconto biblico della predicazione, nella morte e nella resurrezione di Gesù di Nazareth. E, a mesi dall’inaugurazione, questa resta la vera controversia su un’opera imponente che si propone come museo “scientifico” sulla Bibbia ma in realtà guida il visitatore lungo un percorso confessionale che ha nella figura di Cristo il suo punto centrale. “Non è il museo della Bibbia di cui avevamo bisogno”, hanno affermato alcuni critici lamentando il fatto che la nuova istituzione non garantisce lo standard di scientificità che si impone a un museo.  Sia  pure sottilmente e indirettamente,  il Museo della Bibbia avrebbe infatti  finalità evangelistiche. Niente di male ma – affermano i detrattori – ma questa intenzione dovrebbe essere resa più esplicita.
Quello della famiglia Green e dei numerosi e facoltosi sostenitori che più di dieci anni fa si sono imbarcati in questo progetto, è uno dei volti più attuali del protestantesimo americano: la sua anima evangelical che punta alla conversione, che coltiva una profonda pietà personale, che predica ravvedimento e salvezza. E’ il volto del protestantesimo americano che talora si spinge nei territori più aspri e rischiosi della “destra religiosa” e delle correnti del fondamentalismo più intransigente, con quello che ne consegue sul piano della laicità dello Stato, dell’eguaglianza di genere, dei diritti degli omosessuali, della ricerca scientifica. Questo protestantesimo ora ha il suo museo a pochi passi da Capitol Hill.
Se nei giorni scorsi avete seguito il “royal wedding” nel castello di Windsor, però, avete visto un’altra faccia del protestantesimo d’oltreoceano: quella nera e appassionata del vescovo Michael Curry che, con il calore del social gospel e nello stile dei predicatori di una black church. E lo ha fatto citando il fuoco e la forza prepotente dell’amore che non è solo il meraviglioso sentimento che può legare due persone che si consacrano l’una all’altra ma anche un grande ideale di giustizia.
E’ difficile comporre in un quadro unitario le diverse anime del protestantesimo americano. Storicamente questo pluralismo è stata la sua ricchezza; la sua polarizzazione tra “evangelical” e “liberal” oggi appare la sua più grande debolezza. 
Estratto da "Riforma.it"

giovedì 24 maggio 2018

NEL SOLCO DI MARTIN LUTHER KING

«La nostra società e il nostro Paese sono guidati nella direzione sbagliata, dobbiamo lavorare per superare un razzismo, una povertà e una devastazione ambientale sistemici, e rivedere la nostra visione del mondo».
Così commentano sul sito Internet della loro Chiesa due pastori della Chiesa presbiteriana degli Stati Uniti (PcUsa) William Barber e Liz Theoharis, leader della campagna nazionale Poor People’s Campaign: a National Call for Moral Revival avviata lo scorso 13 maggio (ne aveva accennato al termine del suo articolo il prof. Massimo Rubboli qui).
I due pastori sono da tempo impegnati sul tema della giustizia sociale, il primo come fondatore di Repairers of the Breach, organizzazione di Goldsboro (North Carolina) che si batte in particolare per la promozione di una “morale pubblica” che difenda, non discrimini o emargini le persone in situazioni di svantaggio o debolezza (poveri, per l’appunto, ma anche donne e bambini, immigrati, lamati, persone lgbtq), e la seconda come co-direttrice del Kairos Center, che si trova presso lo Union Theological Seminary di Manhattan (New York), impegnato nell’ambito delle religioni, della giustizia sociale e dei diritti.
Entrambi gli organismi sono tra i promotori della nuova Poor People’s Campaign, che in realtà già da due anni promuove azioni nonviolente in tutto il Paese, a partire dalle capitali di 30 suoi Stati, con il coinvolgimento di decine di migliaia di persone.
La campagna del 2018, che durerà quaranta giorni e culminerà nella mobilitazione di massa a Washington il prossimo 21 giugno, promuove come suggerisce il titolo una «rinascita morale» contro il razzismo, le guerre, la distruzione dell’ambiente, e naturalmente la povertà economica, culturale, sociale.
Vasta è stata l’adesione di chiese e società civile: grandi città e piccoli centri, chiese nazionali e comunità locali si sono impegnate nell’organizzare incontri e azioni sociali. Tra i partner dell’iniziativa si contano più di 120 fra chiese, non solo cristiane (dai presbiteriani agli episcopali, dalla Progressive National Baptist Convention alla Chiesta metodista unita, dalla Christian Church - Disciples of Christ alla United Church of Christal Consiglio nazionale delle Chiese) ma anche ebraiche e musulmane, e organizzazioni attive negli ambiti più diversi: da quelle antimilitariste alle associazioni di veterani, da quelle per la giustizia climatica alle associazioni di difesa dei diritti delle persone lgbtq, ai dreamers e ai loro sostenitori, dalle donne agli afroamericani, dalle associazioni di insegnanti a quelle degli impiegati statali.
Ma perché parlare di una nuova «campagna per i poveri»? Perché quella in corso prende le mosse nientemeno che da Martin Luther King, che cinquant’anni fa, tra il 1967 e il 1968 avviò un’analoga iniziativa, rendendosi conto che era «necessario capire che siamo passato dall’epoca dei diritti civili all’epoca dei diritti umani». King aveva capito che la battaglia per i diritti degli afroamericani abbracciava in realtà una battaglia ben più ampia, che oggi, a mezzo secolo di distanza, si sta ancora combattendo, in America (e nel mondo) per tutte le persone che non hanno accesso alle cure mediche, escluse dal reddito o costrette a svolgere lavori precari e sottopagati, minacciate dal razzismo e dalla xenofobia, dall’omofobia, colpite dagli effetti delle guerre.
Come ha commentato un’altra pastora presbiteriana, co-moderatora della 222° assemblea generale della PcUsa nel 2016, Jan Edmiston, «non vogliamo che questo sia semplicemente un modo per ricordare la morte di M. L. King. Non vogliamo limitarci a commemorare la sua figura, la sua vita, ma dire che ci sono ancora persone povere. Molte delle cose che ha predicato circa 50 anni fa sono ancora attuali, e diversi di quei temi, sebbene si tenda a nasconderli, sono ancora con noi».
Estratto da "Riforma.it"

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