martedì 29 novembre 2016

AIUTIAMO I COSTRUTTORI DI MURI E BARRICATE

Mi commuove quella notiziola secondaria relegata in un trafiletto scarno di un solo organo d'informazione che racconta della colletta dei cristiani di Erbil in Iraq per i terremotati italiani. Sono riusciti a raccogliere ventimila dollari e li hanno consegnati al Nunzio Apostolico perché li invii alla Caritas Italiana. Perché alla fine resta vero che il dovere della solidarietà viene compreso soprattutto da chi ha sperimentato la precarietà sulla propria pelle. Chi invece erge muri e barricate, di fatto si costruisce una prigione, si chiude dentro un presunto paradiso artificiale separandosi dal mondo. Si condanna a una solitudine collettiva o a un egoismo sterile. È urgente fare qualcosa per loro, tendergli la mano per salvarli da una morte certa, da asfissia dell’anima. Giudicarli è operazione superficiale quanto sterile. Più faticoso (ma forse più responsabile e fecondo) sarebbe accoglierli, ascoltare attentamente le loro ragioni, conoscere le loro storie e le loro fatiche. Esattamente come chiederei di fare a tutti i costruttori di muri verso gli stranieri che respingono. Resto ancora convinto che se solo i barricatori di Goro e di Gorino avessero permesso almeno a una delle donne che hanno respinto di raccontare le condizioni da cui sono state costrette a scappare, cosa hanno dovuto affrontare per giungere da noi, quali progetti, affetti, tradizioni si sono lasciati alle spalle, non esiterebbero a rimuovere i pancali e a far loro spazio nella propria casa.
28 ottobre 2016 - Tonio Dell'Olio

SERVE PULIZIA DI LINGUAGGIO

I problemi di fronte ai quali ci troviamo sono enormi e coinvolgono la vita e la morte di tutti noi, chi prima e chi dopo. Oggi tocca ai siriani, ai bimbi di Aleppo, domani chissà? Il razzismo che rinasce impetuoso, l’antisemitismo, il populismo e il nazionalismo… Abbastanza da cancellare tutto quello che è stato fatto dopo il 1945 e portarci ancora una volta sull’orlo dell’abisso. Parlo per tutti, non solo per noi ebrei e nemmeno in primo luogo per gli ebrei. Ci troviamo di fronte al rischio concreto, soprattutto per quelli che saranno i risultati delle elezioni francesi – di fronte alle quali il nostro referendum è comunque marginale e provinciale – della fine dell’Europa, del ritorno, non si sa come e non si sa a quale prezzo, agli Stati nazione l’uno potenzialmente in guerra contro l’altro. I problemi sono troppo grandi perché possiamo pensare di avere, come individui, una qualsiasi influenza.
Consentitemi però una modesta proposta. Non servirà sui tempi brevi e forse non abbiamo tempi lunghi davanti, ma è comunque un tentativo di cambiare il nostro modo di pensare: lanciamo una campagna contro il linguaggio dell’odio, contro gli insulti che sono visti ormai come una reazione legittima, contro le parole e i gesti che trasformano di per sé le divergenze di opinione in schieramenti armati, il disaccordo in violenza. Non vi ricordate che il fascismo ha portato con sé anche questa violenza linguistica, lanciando il “Me ne frego” e altre simili locuzioni linguistiche che veicolavano i manganelli e le aggressioni? Non sottovalutiamo il linguaggio dell’odio, le parolacce, gli insulti. Sono fra le ruote su cui il disastro corre sempre più veloce.
Anna Foa, storica

E LE DONNE NELLA CHIESA?

Il Portail Catholique suisse ha annunciato, con grande soddisfazione, che finalmente è stata consegnata a papa Francesco la lettera che un gruppo di donne cattoliche svizzere aveva preparato e portato a Roma all'inizio dell'estate, con una lunga marcia a piedi dall'abbazia di San Gallo fino al Vaticano.

La lettera è intitolata L'Eglise avec les femmes e chiede una maggiore integrazione delle donne nelle istituzioni vaticane, e maggiori possibilità di esprimersi all'interno della Chiesa. Niente di nuovo, né di particolarmente rivoluzionario: ormai queste richieste arrivano alla Santa Sede da ogni parte, anche dall'associazione che riunisce le superiori generali, ma ognuno di questi gesti - soprattutto se, come questo, è accompagnato da un forte impegno personale - è significativo e importante.

La cosa invece incredibile è che questa lettera sia giunta nelle mani del Papa solo ora, attraverso un uomo, il cappuccino svizzero Mauro Johri, che si dichiara simpatizzante della richiesta. Egli ha incontrato il Papa nel corso della sua partecipazione alla riunione dei superiori generali e così è riuscito a mettergliela in mano. Lo stesso Johri si è poi dichiarato disponibile a chiedere, in futuro, al Papa cosa pensa della lettera. 

Come mai una lettera portata a mano e in modo clamoroso, attraverso un lungo pellegrinaggio a piedi, da un gruppo di donne, e poi letta ad alta voce nella stessa basilica di san Pietro dal vescovo di san Gallo durante la cerimonia che le ha accolte, non può arrivare al Papa? E ha bisogno di una mediazione maschile per essere consegnata?

E come mai lo stesso religioso si dichiara garante della risposta del Papa? Sono certa che, se il Santo Padre avrà da comunicare qualcosa alle donne che hanno scritto la lettera, lo farà direttamente, perché le considera esseri umani uguali agli uomini. Ma la notizia non finiva qui: con grande entusiasmo si annuncia che l'ordine dei cappuccini ha deciso di promuovere le donne al suo interno, dando loro la facoltà di studiare, perfino andando a Roma.

Mi sembra evidente che molti non hanno ancora capito che le religiose - cappuccine comprese - da decenni studiano, leggono, si interessano e tutto e hanno molte cose da dire, senza il permesso di nessuno.

Sono però episodi come questo, e dichiarazioni come queste, che allontanano le giovani dalla vita religiosa: quale donna di oggi vuole sentirsi sotto tutela, considerata sempre bisognosa di aiuti e permessi da parte degli uomini? Senza l'aiuto dei quali pare che non possa arrivare a niente, neppure a far arrivare una lettera al papa?

Il crollo delle vocazioni femminili al quale stiamo assistendo in questi anni forse farà riflettere, finalmente, anche le gerarchie ecclesiastiche. Speriamo che non sia troppo tardi.

lunedì 28 novembre 2016

E SE CATTOLICI E PROTESTANTI RIPRENDESSERO A DIALOGARE?

Nella celebrazione d’apertura in occasione del 500esimo anniversario della riforma protestante presso la Chiesa evangelica di Cristo a Bolzano, nel corso del suo intervento, il vescovo Ivo Muser ha ammesso in modo sincero che le persone della riforma protestante mosse e guidate da grandi aspettative, non sono state comprese fino in fondo dalla Chiesa cattolica del 16° secolo. Poi il vescovo ha proseguito spiegando che per molti secoli si riteneva che, distaccandosi gli uni dagli altri, si mantenesse e si rafforzasse la propria identità. “Dopo Lutero la Chiesa cattolica si è impoverita”, ha affermato mons. Muser che ha proseguito, dicendo: “Una divisione della Chiesa rende sempre più poveri! Pertanto l’impegno per l’unità è anche una speranza di riuscire nuovamente a superare l’impoverimento e le parzialità dovute al contesto storico – e cioè insieme.”
Sono tre le aspettative del vescovo Ivo: in primo luogo la gratitudine, “poiché negli ultimi 50 anni abbiamo riscoperto che ciò che ci unisce è più forte di ciò che ci divide.” La seconda aspettativa si chiama conversione: “I cattolici e i cristiani evangelici hanno tutti un motivo per chiedere perdono per tutte le incomprensioni, le cattiverie e le ferite che si sono arrecati”. La terza aspettativa è la speranza. “Se insieme ci affidiamo a Cristo, faremo nostro anche il suo desiderio che tutti siano uniti”, ha affermato il vescovo che ha menzionato il suo motto episcopale “Tu es Christus” dal profondo significato ecumenico. “La celebrazione comune dell’anniversario della riforma protestante possa aiutarci a unire le ferite inferte e a perdonarci reciprocamente. Nonostante tutte le differenze che non possiamo e non dobbiamo ignorare o banalizzare, possiamo testimoniare e vivere un’unità che indubbiamente è più grande di ciò che ci divide”, ha concluso il vescovo.
Estratto da www.buongiornosuedtirol.it

DAVID MARIA TUROLDO

Voi che credete

voi che sperate

correte su tutte le strade, le piazze

a svelare il grande segreto...

Andate a dire ai quattro venti

che la notte passa

che tutto ha un senso

che le guerre finiscono

che la storia ha uno sbocco

che l'amore alla fine vincerà l'oblio

e la vita sconfiggerà la morte.

Voi che l'avete intuito per grazia

continuate il cammino

spargete la vostra gioia

continuate a dire

che la speranza non ha confini

venerdì 25 novembre 2016

"NON UNA DI MENO"

Il 25 novembre in tutto il mondo è la giornata contro la violenza sulle donne e a Roma è stata indetta una manifestazione nazionale il 26 novembre.
  • Perché? “La violenza maschile sulle donne non è un fatto privato, non è un’emergenza, ma è un fenomeno strutturale e trasversale della nostra società”. Questo è il pensiero alla base del movimento Non una di meno, nato in Argentina. La rete italiana ha coinvolto donne di ogni età, ma anche uomini. In piazza si manifesterà per sottolineare l’inefficacia dei programmi istituzionali nel contrasto al femminicidio. Ma anche per per ricordare le vittime, per combattere le ingiustizie sul lavoro e per ottenere la parità dei salari. L’obiettivo finale è quello di creare un Piano femminista contro la violenza maschile, che porti alla revisione del piano antiviolenza adottato dal governo italiano nel 2015.
  • Quando si manifesta? Il 26 novembre. Il corteo parte alle 14 da piazza Esedra a Roma e si conclude in piazza San Giovanni. Il 27 novembre alle 10, nella scuola elementare Federico Di Donato della capitale, si terrà poi un’assemblea per decidere come cominciare a lavorare su un piano antiviolenza nazionale.
  • Chi organizza gli incontri? La rete italiana Non una di meno, che è promossa da Donne in rete contro la violenza (D.i.re), Io decido e Unione donne in Italia (Udi). La manifestazione è il frutto di mesi di confronto tra i diversi collettivi.
  • Quali sono i dati sulla violenza contro le donne in Italia? Una donna su tre in Italia è vittima di violenze fisiche, psicologiche e sessuali. Sono più di sei milioni le donne che hanno subìto violenza nell’arco della loro vita. Dall’inizio del 2016 in Italia sono state uccise 93 donne. Le violenze, fisiche e psicologiche, avvengono ovunque: negli uffici, nelle scuole, per strada, negli ospedali, di persona, attraverso internet o altri mezzi di comunicazione. Nella maggior parte dei casi avvengono nell’ambiente domestico, e gli autori sono familiari o conoscenti.
  • Qual è il ruolo dei centri antiviolenza? Ogni anno i centri antiviolenza offrono supporto e assistenza a più di 16mila donne. Molti di questi centri rischiano la chiusura per ragioni burocratiche, legate alla revoca degli spazi a loro assegnati, e a causa dei tagli alle risorse. Per esempio, a Roma il Servizio sos donna è stato chiuso il 26 giugno, lasciando sole più di 300 donne che avevano appena cominciato un percorso di riabilitazione.

giovedì 24 novembre 2016

GOCCE...DI SPIRITUALITA'

Che cosa accade all'acqua quando la goccia cessa di esistere? Niente. La goccia cade nel mare, ma l'acqua tuttavia non scompare…

Noi siamo gocce d'acqua.
Che cosa ne è della goccia d'acqua quando muoio? La goccia scompare. Cade nel pèlagos infinito.
Scompari? Ma che cosa sei tu in realtà, la goccia d'acqua oppure l'acqua della goccia?
Durante la nostra vita mortale, noi dobbiamo realizzarci come acqua, e non soltanto come goccia.
La goccia è il luogo delle mie lotte, delle mie cadute e delle mie vittorie, di tutto quello che mi causa gioia e sofferenza in forma immediata.

Ma se mi realizzerò in maniera autentica, se sono in ascolto della realtà che io sono in profondità, io sono acqua.
Che cosa accade all'acqua quando la goccia cessa di esistere? Niente. La goccia cade nel mare, ma l'acqua tuttavia non scompare… la mia acqua, l'acqua che io sono.
Quest'acqua è unica. Nessun pericolo di dissolvermi.
Credo di poter affermare che, personalmente, non ho paura di morire.
Raimon Panikkar

mercoledì 23 novembre 2016

VIVIAMO IN UN PAESE CATTOLICO?

Già i molti e ripetuti fatti di corruzione devono far riflettere.
Un crescente individualismo si evidenzia ad ogni livello. E una caduta libera dell’interesse collettivo che da anni ha portato tanti al “riflusso nel privato” per usare un termine da anni ottanta.
Poi è iniziato il montare della protesta contro i politici tout court. Se c’era bisogno di una reazione contro comportamenti offensivi dell’intelligenza dei cittadini, la polemica anti casta però era in molti casi esclusiva rivendicazione dei propri interessi. Roma ladrona significava soprattutto che i miei soldi me li gestisco io anziché avere una visione comunitaria in cui proporzionalmente e con progressività si concorre a garantire le risorse per lo sviluppo e la crescita della nazione in modo solidale.
E infine si è cavalcato il fenomeno dell’immigrazione per contestare i potere e per riaffermare una visione localistica ed autarchica.
Prima basandosi sulle paure rispetto al “diverso” da noi, poi sulla necessità di difendersi dalla microcriminalità (addebitata proprio a chi veniva da altre nazioni), poi è scattato l’allarme per stupri e violenze verso “le nostre donne”. In tutte queste cose la responsabilità di immigrati c’è stata, ma non maggiore rispetto ai comportamenti gravi e colpevoli dei “nostri”, di cittadini italiani fino a quel momento normali, o addirittura all’interno di famiglie esemplari.
L’ultimo appiglio è che “gli islamici ci stanno invadendo”, che “non possiamo continuare ad accogliere” perché abbiamo anche le nostre difficoltà e la crisi sta incidendo sulle nostre famiglie sui nostri giovani, la disoccupazione è sempre a livelli inaccettabili, ecc.
Se altri Paesi hanno deciso di reagire alla “invasione” di immigrati alzando muri e fissando filo spinato alla frontiera, da noi – civilissima nazione dell’occidente, culla dei diritti dell’uomo e ricco di una tradizione religiosa che ha radici profonde – le barricate le facciamo con la protesta, le offese sui social a chi è ritenuto cedevole e “buonista”, con il rifiuto ad accogliere strutture nei nostri paesi e rioni(I fatti di Gorino, di qualche tempo fa, rappresentano solo l’ultimo esempio).
Qualche settimana fa la liturgia presentava una pagina di Vangelo che parlando di una vedova che riuscì ad ottenere giustizia da un giudice disonesto per via della sua insistenza concludeva “ma quando il Figlio dell’uomo verrà, troverà la fede sulla terra?”. Ecco la domanda, per chi dice di avere fede: che tipo di fede abbiamo? quale fede manifestiamo per ottenere giustizia? quale livello di adesione al messaggio di Gesù abbiamo raggiunto e compreso, e soprattutto riusciamo a mettere in pratica?
Non intendo dare giudizi. Sono il primo ad interrogarmi, e a trovarmi carente di coerenza. Però leggo prese di posizione rispetto al fenomeno dell’accoglienza dei profughi a dir poco irriguardose verso chi si pone con spirito samaritano verso il profugo, verso il richiedente asilo, verso il fratello in difficoltà. Siamo passati dall’aiutiamoli a casa loro, dal prima gli italiani, all’aboliamo l’8‰, ai Vescovi e ai preti che continuano a farci la predica, fino al se li prenda il Papa in Vaticano e al mettano a disposizione le loro Chiese.
A parte il fatto che in Vaticano qualcuno è stato accolto, e che molte strutture parrocchiali e diocesane sono state attrezzate per questo scopo, oltre ad offrire anche possibilità di svolgere qualche compito attraverso il lavoro di tante cooperative o associazioni di volontariato, si tratta proprio di chiedersi se queste reazioni non siano l’ennesimo segnale che la cattolica Italia non è più cattolica. O per lo meno il cattolicesimo e la fede che tanti italiani esprimono (tutti a difendere l’esposizione del crocifisso nelle scuole, come avversione ai musulmani!) non è il contenuto e lo spirito del Vangelo.
Siamo una nazione pagana, che pensa alla presenza di un <dio> quando serve e fa comodo, se aiuta ad affermare alcune tradizioni, se ci lascia comodi nelle nostre certezze e non smuove i nostri stili di vita e di consumo.
Questo è anche, a mio modesto avviso, il motivo per cui la politica è scivolata verso posizioni in cui l’etica e la morale, in cui la responsabilità comunitaria, in cui le virtù civiche sono scomparse quasi totalmente. I cittadini, gli elettori chiedono ai loro rappresentanti non un futuro in cui cresca lo spirito di comunità, la speranza di maggiore coinvolgimento, il rispetto per le diversità, più conoscenze e opportunità, ma solo un immediato di benessere e beni materiali da consumare.
Carlo Baviera sul blog "Appunti Alessandrini"

domenica 20 novembre 2016

BELLE PAROLE MA PER I SEPARATI/DIVORZIATI/RISPOSATI NON C'E' POSTO AL BANCHETTO EUCARISTICO!

<<Nella Prima Lettera di Pietro (5,2-3) troviamo un punto di riferimento fondamentale dell’ufficio episcopale: «Pascete il gregge di Dio che vi è affidato, sorvegliandolo non perché costretti, ma volentieri, come piace a Dio, non per vergognoso interesse, ma con animo generoso, non come padroni delle persone a voi affidate, ma facendovi modelli del gregge». Questa esortazione illumina l’intera missione del Vescovo, presentandone la potestà spirituale come un servizio per la salvezza degli uomini. In tale prospettiva, occorre eliminare con decisione ogni impedimento di carattere mondano che rende difficile a un largo numero di fedeli l’accesso ai Tribunali ecclesiastici. Questioni di tipo economico e organizzativo non possono costituire un ostacolo per la verifica canonica circa la validità di un matrimonio...
In questa prospettiva la Chiesa cammina da sempre, come madre che accoglie e ama, sull'esempio di Gesù Buon Samaritano. Chiesa del Verbo Incarnato, si “incarna” nelle vicende tristi e sofferte della gente, si china sui poveri e su quanti sono lontani dalla comunità ecclesiale o si considerano fuori da essa a causa del loro fallimento coniugale. Tuttavia, essi sono e restano incorporati a Cristo in virtù del Battesimo. Pertanto, a noi spetta la grave responsabilità di esercitare il munus, ricevuto da Gesù divino Pastore medico e giudice delle anime, di non considerarli mai estranei al Corpo di Cristo, che è la Chiesa. Siamo chiamati a non escluderli dalla nostra ansia pastorale, ma dedicarci a loro e alla loro situazione irregolare e sofferta con ogni sollecitudine e carità.>>
ESTRATTO DAL DISCORSO DEL SANTO PADRE FRANCESCO AI PARTECIPANTI AL CORSO DI FORMAZIONE PER I VESCOVI SUL NUOVO PROCESSO MATRIMONIALE

PAPA FRANCESCO AI NUOVI CARDINALI

"La nostra è un’epoca caratterizzata da forti problematiche e interrogativi su scala mondiale. Ci capita di attraversare un tempo in cui risorgono epidemicamente, nelle nostre società, la polarizzazione e l’esclusione come unico modo possibile per risolvere i conflitti. Vediamo, ad esempio, come rapidamente chi sta accanto a noi non solo possiede lo status di sconosciuto o di immigrante o di rifugiato, ma diventa una minaccia, acquista lo status di nemico. Nemico perché viene da una terra lontana o perché ha altre usanze. Nemico per il colore della sua pelle, per la sua lingua o la sua condizione sociale, nemico perché pensa in maniera diversa e anche perché ha un’altra fede. Nemico per… E, senza che ce ne rendiamo conto, questa logica si installa nel nostro modo di vivere, di agire e di procedere. Quindi, tutto e tutti cominciano ad avere sapore di inimicizia. Poco a poco le differenze si trasformano in sintomi di ostilità, minaccia e violenza. Quante ferite si allargano a causa di questa epidemia di inimicizia e di violenza, che si imprime nella carne di molti che non hanno voce perché il loro grido si è indebolito e ridotto al silenzio a causa di questa patologia dell’indifferenza! Quante situazioni di precarietà e di sofferenza si seminano attraverso questa crescita di inimicizia tra i popoli, tra di noi! Sì, tra di noi, dentro le nostre comunità, i nostri presbiteri, le nostre riunioni. Il virus della polarizzazione e dell’inimicizia permea i nostri modi di pensare, di sentire e di agire. Non siamo immuni da questo e dobbiamo stare attenti perché tale atteggiamento non occupi il nostro cuore, perché andrebbe contro la ricchezza e l’universalità della Chiesa. Proveniamo da terre lontane, abbiamo usanze, colore della pelle, lingue e condizioni sociali diversi; pensiamo in modo diverso e celebriamo anche la fede con riti diversi. E niente di tutto questo ci rende nemici, al contrario, è una delle nostre più grandi ricchezze."

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