giovedì 30 giugno 2016

«Siate in pace gli uni con gli altri» (Mc 9, 50).

Il Vangelo di Marco riporta questa parola di Gesù al termine di una serie di detti rivolti ai discepoli, riuniti in casa a Cafarnao, nei quali spiega come avrebbe dovuto vivere la sua comunità. La conclusione è chiara: tutto deve condurre alla pace, nella quale è racchiuso ogni bene.
Una pace che siamo chiamati a sperimentare nella vita quotidiana: in famiglia, al lavoro, con chi pensa diversamente in politica. Una pace che non ha paura di affrontare le opinioni discordanti, di cui occorre parlare apertamente, se vogliamo un’unità sempre più vera e profonda. Una pace che, nello
stesso tempo, domanda di essere attenti a che il rapporto d’amore non venga mai meno, perché l’altro vale più delle diversità che possono esserci tra noi. 
E' una parola, quella di Gesù, non facile da capire oggi di fronte agli innumerevoli conflitti e alle violenze terroristiche che feriscono l'umanità in tante parti del mondo. E' davvero triste dover riconoscere che in auge sono tornate parole ed espressioni che pensavamo sepolte, come: “il nemico”, “i nemici”, e poi i bollettini di guerra, i prigionieri, le vittorie e le sconfitte...
A ben pensarci ci stiamo rendendo conto con sgomento che è stato ferito nel cuore il principio fondamentale del cristianesimo, il “comando” per eccellenza di Gesù, quello “nuovo”. 
Invece di amarsi a vicenda, invece di essere pronti a morire l’uno per l’altro, ecco l’umanità di nuovo nel baratro dell’odio. E quindi?
Rimettiamo innanzitutto le cose in ordine. Restauriamo tra persone e popoli rapporti di ascolto, di aiuto reciproco, di amore, fino, come dice la novità evangelica, ad “essere pronti a morire l’uno per l’altro”... e non ad ammazzare l'uno e poi l'altro!
Occorre spostare le proprie ragioni per capire quelle dell’altro, pur sapendo che non sempre arriveremo a comprenderlo fino in fondo. Anche l’altro probabilmente fa lo stesso con me e neppure lui, forse, a volte capisce me e le mie ragioni. Vogliamo tuttavia rimanere aperti all'altro, pur nella
diversità e nell'incomprensione, salvando prima di tutto la relazione con lui.
Il Vangelo lo pone come un imperativo: “Siate in pace”, segno che richiede un impegno serio ed esigente. È una delle più essenziali espressioni dell’amore e della misericordia che siamo chiamati ad avere gli uni verso gli altri.
A.B.

NUTRIRE LE GUERRE O ALIMENTARE LA PACE? Comunicato stampa di "PAXCHRISTI"

Il Consiglio Nazionale di Pax Christi, riunito a Firenze il 18-19 giugno, riflettendo sui conflitti armati e sulle violenze diffuse, sulle migrazioni forzate e sui muri europei, ha condiviso pienamente l’osservazione del papa, espressa il 13 giugno scorso “sembra che le armi abbiano acquistato una preponderanza inusitata, in modo tale da accantonare totalmente altre maniere di risolvere le questioni oggetto di contrasto”. Così mentre si moltiplicano gli ostacoli per i piani di sviluppo, le armi “circolano con spavalda e quasi assoluta libertà in tante parti del mondo. E in questo modo a nutrirsi sono le guerre” (alla Giunta Esecutiva del Programma Alimentare Mondiale).
Per questo motivo, Pax Christi intende rinnovare il suo impegno nelle campagne e iniziative in corso: No F-35, – attuazione della legge sul commercio delle armi 185/90, – Difesa civile non armata e nonviolenta, – Stop al Trattato commerciale transcontinentale TTIP, – Giubileo del debito, – Forum dell’acqua, – difesa del popolo palestinese, adesione al BDS e al boicottaggio HP, – smilitarizzazione dei cappellani militari, – possibilità di una delegazione in Iraq, – settimana di spiritualità presso la Casa per la pace, – concorso sulla pace nelle scuole e altro. Al Brennero, lo scorso 4 giugno con Pax Christi Austria, c’è stato un appuntamento significativo: “Anche in Europa ponti e non muri”. Per i giorni 1-2 luglio è in programma a Firenze un seminario del Centro Studi “L’Europa per la pace” che si aprirà con gli interventi di Luigi Bettazzi e Romando Prodi.
Dopo il Convegno di Prato, lo scorso 11 giugno, Pax Christi promuove l’Appello al governo e al Parlamento italiano, ai consigli comunali e regionali per un grande “No alle bombe nucleari in Italia”, per impedire l’installazione di nuove bombe nucleari B61-12 in violazione del Trattato di non proliferazione nucleare.
Aderisce alla marcia Perugia-Assisi del 9 ottobre prossimo evidenziando gli obiettivi del disarmo italiano ed europeo.
Si impegna a diffondere l’ “Appello alla Chiesa italiana per promuovere la centralità ella nonviolenza evangelica”, firmato il 13 aprile scorso da Pax Christi International e dal Pontificio Consiglio Giustizia e Pace, attuando i sei punti proposti al fine di sviluppare operativamente l’insegnamento sociale cattolico sulla nonviolenza attiva e creativa.
Firenze, 21 giugno 2016 Pax Christi Italia

mercoledì 29 giugno 2016

RIFORMATORI

<<Io credo che le intenzioni di Martin Lutero non fossero sbagliate: era un riformatore. Forse alcuni metodi non erano giusti, ma in quel tempo, vediamo che la Chiesa non era proprio un modello da imitare: c’era corruzione nella Chiesa, c’era mondanità, c’era attaccamento ai soldi e al potere. E per questo lui ha protestato. Poi era intelligente, e ha fatto un passo avanti giustificando il perché faceva questo. E oggi luterani e cattolici, con tutti i protestanti, siamo d’accordo sulla dottrina della giustificazione: su questo punto tanto importante lui non aveva sbagliato. Lui ha fatto una “medicina” per la Chiesa, poi questa medicina si è consolidata in uno stato di cose, in una disciplina, in un modo di credere, in un modo di fare, in modo liturgico. Ma non era lui solo: c’era Zwingli, c’era Calvino… E dietro di loro chi c’era? I principi, “cuius regio eius religio”. Dobbiamo metterci nella storia di quel tempo. E’ una storia non facile da capire, non facile. Poi sono andate avanti le cose. Oggi il dialogo è molto buono e quel documento sulla giustificazione credo che sia uno dei  documenti ecumenici più ricchi, più ricchi e più profondi. Ci sono divisioni, ma dipendono anche dalle Chiese. A Buenos Aires c’erano due chiese luterane: una pensava in un modo e l’altra in un altro. Anche nella stessa Chiesa luterana non c’è unità. Si rispettano, si amano… La diversità è quello che forse ha fatto tanto male a tutti noi e oggi cerchiamo di riprendere la strada per incontrarci dopo 500 anni. Io credo che dobbiamo pregare insieme, pregare. Per questo la preghiera è importante. Secondo: lavorare per i poveri, per i perseguitati, per tanta gente che soffre, per i profughi… Lavorare insieme e pregare insieme. E che i teologi studino insieme, cercando… Ma questa è una strada lunga, lunghissima. Una volta ho detto scherzando: “Io so quando sarà il giorno dell’unità piena” – “Quale?” – “Il giorno dopo la venuta del Figlio dell’uomo!”. Perché non si sa… Lo Spirito Santo farà questa grazia. Ma nel frattempo bisogna pregare, amarci e lavorare insieme, soprattutto per i poveri, per la gente che soffre, per la pace e tante altre cose, contro lo sfruttamento della gente… Tante cose per le quali si sta lavorando congiuntamente.>>
CONFERENZA STAMPA DEL SANTO PADRE DURANTE IL VOLO DI RITORNO DALL'ARMENIA/Domenica, 26 giugno 2016

martedì 28 giugno 2016

VOGLIA DI RIFORMA

<<Si sente il bisogno di un salto di qualità che crei strutture di partecipazione responsabile dei fedeli alla vita della Chiesa, dei vescovi con il ministero del Papa, dei preti con quello dei vescovi e dei fedeli laici con quello dei preti. Occorre inquadrare la missione della Chiesa all'interno di una società ormai pluralista. Il rischio è quello di operare ancora al di dentro di un quadro mentale riferito ad un vecchio mondo, dove la società era fondamentalmente cristiana. Il mondo non si trasforma attraverso l’esercizio del potere, bensì attraverso quello dell’amore: è questa la via di Gesù. Conversione e riforma sono concetti da non sovrapporre: la conversione riguarda un cammino di santità della persona, mentre la riforma riguarda gli ordinamenti, le procedure, le prassi delle istituzioni ecclesiastiche. Dal Concilio Vaticano II si sono imposte l’attuazione della collegialità episcopale e la creazione di strutture sinodali nella chiesa locale al livello della diocesi e della parrocchia. Richiamando le parole di Papa Benedetto XVI – per il quale nell'esercizio del magistero i fedeli laici non dovrebbero essere soltanto fruitori ed esecutori passivi, ma collaboratori preziosi dei pastori nella sua formulazione – è auspicabile che non si lasci vuoto il grande spazio intermedio fra l’inizio, la partecipazione di tutti all'evangelizzazione da cui nasce la Chiesa e la partecipazione dei fedeli alla celebrazione eucaristica, che è ne è ‘culmen et fons’>>.
Severino Dianich alla 66ª Settimana nazionale di aggiornamento pastorale del Centro di orientamento pastorale (Cop) a Foligno

lunedì 27 giugno 2016

COME SEMPRE IL CALCIO FA EMERGERE IL NOSTRO NAZIONALISMO MA SOPRATTUTTO LE NOSTRE SOTTOVALUTATE DOTI : VAMOS!


QUELLA LEGGE CONTRO LA TORTURA

Poco più di un anno fa, le speranze che entro la "Giornata internazionale per le vittime della tortura" il parlamento italiano potesse approvare l’introduzione del reato di tortura nel codice penale erano elevate. E invece negli ultimi 12 mesi non se n’è più parlato.

Sono passati oltre 27 anni da quando, all’inizio del 1989, la Gazzetta ufficiale pubblicò la legge di ratifica della Convenzione contro la tortura delle Nazioni Unite. Ed è passato un quarto di secolo da quando il Parlamento ha cominciato a discutere della definizione del reato di tortura. Un tempo trascorso invano, nel corso del quale l’Italia è stata tanto rimproverata dagli organi di controllo dell’Onu quanto, soprattutto, condannata sia per atti di tortura che per la mancata sanzione degli stessi da parte della Corte europea dei diritti umani.

Come in precedenza, nell’attuale legislatura i due rami del parlamento hanno dato luogo a una sorta di “ping-pong” istituzionale, anziché trovare l’accordo su un testo condiviso. E, in continuità col passato, hanno perpetuato l’equivoco che l’introduzione di un reato specifico di tortura possa andare contro gli interessi delle forze di polizia (e non essere, invece, anche nel loro interesse).

Non è mancata neanche quella inaccettabile tendenza a proporre e a volte approvare emendamenti (come quello per cui si può parlare di tortura solo in caso di “reiterazione”, ossia se compiuta più di una volta) in profondo contrasto con gli obblighi previsti dalla Convenzione contro la tortura delle Nazioni Unite.

Nel frattempo, processi per fatti di tortura si sono conclusi senza che i responsabili venissero puniti: per limitarci ai più remoti nel tempo, i paracadutisti della Folgore riconosciuti colpevoli di avere praticato la tortura in Somalia nel 1993; gli autori delle brutalità commesse a Genova nel 2001; gli agenti di polizia penitenziaria che praticarono la tortura nel carcere di Asti nel 2004. Più tutti i casi dell’ultimo decennio, il cui elenco è tragicamente lungo.

Fin dove arriva la lacuna dell’assenza del reato di tortura lo dimostra la mancata estradizione in Argentina di un cappellano militare, attualmente in Italia, accusato di avere preso parte a sessioni di tortura in quel paese.

L’introduzione di un reato di tortura, descritto in modo coerente con la Convenzione delle Nazioni Unite e sanzionato con pene adeguate alla gravità del reato e che preveda un termine di prescrizione ampio perché la tortura possa essere, oltre che accertata, anche punita, resta l’obiettivo primario delle organizzazioni per i diritti umani.

Ci sarebbe persino il tempo per raggiungerlo, quell’obiettivo, in questa Legislatura. Sempre che lo si voglia, naturalmente. L’impunità garantita ai responsabili di atti di tortura, che continua a caratterizzare il nostro ordinamento giuridico, è una situazione inaccettabile per un paese che dice che avere a cuore i diritti umani.
di Riccardo Noury su "Corriere.it"

BREXIT

Il presidente dell’Unione delle Comunità Ebraiche Italiane Renzo Gattegna è intervenuto sulla situazione politica in Europa e sugli esiti del referendum per l’uscita del Regno Unito dall’Unione Europea con la seguente dichiarazione: "L'Europa, così come la conoscevamo, quella nata dalle macerie del Secondo conflitto mondiale, l'Europa libera, aperta e inclusiva, sognata e realizzata dai nostri padri, è ora minacciata. Ci attendono mesi di grande difficoltà in cui tutti i moderati d'Europa saranno chiamati a cooperare per evitare altre brutte sorprese che rischierebbero di mettere a rischio e più importanti conquiste democratiche degli ultimi 70 anni. “È ora che tutte le nazioni che fanno parte della grande famiglia europea ritrovino un reale senso di unità e cooperazione e che insieme combattano affinché i veleni del populismo e gli inquietanti propositi dei tanti gruppi razzisti, xenofobi e reazionari che in queste ore esultano per l'esito del voto sull’uscita della Gran Bretagna dall’Unione europea, siano sconfitti con la forza e il coraggio di idee, progetti e impegni di segno diametralmente opposto.
“Ma è anche il momento, per tutti gli ebrei d’Europa, di riprendere in mano quei valori che sono i nostri e che abbiamo da sempre il compito di attualizzare e disseminare nei luoghi dove viviamo: democrazia, tolleranza, rispetto per le diverse opinioni e per le altrui scelte di vita, amore per la cultura e per la ricerca, strenua difesa della libertà d’espressione e della giustizia sociale, modestia, trasparenza, onestà. Senza questi valori non sarà solo una singola realtà del Vecchio continente, ma l’Europa intera ad essere minacciata e ogni realtà che si affaccia sul Mediterraneo, a cominciare da Israele, corre il rischio di restare più sola. “Gli inquietanti segnali registrati in questi giorni servono anche a ricordarci che per gli ebrei non esiste pericolo peggiore della chiusura in se stessi, dell’astrazione dal contesto sociale nel quale vivono e nel quale hanno il diritto e il dovere di agire. Siamo una piccola minoranza, in Italia, in Europa e nel mondo, ma abbiamo il dovere di fare fino in fondo la nostra parte. Tutti insieme, mettendo da un canto le paure, i particolarismi e le gelosie, possiamo garantire alle generazioni che verranno un futuro degno delle speranze e degli ideali che il popolo ebraico si tramanda di generazione in generazione”.

E FRANCESCO CONTINUA IL SUO CAMMINO NELLA VERITA'

Ancora una volta, papa Francesco ha sorpreso tutti. È successo a Yerevan, capitale dell’Armenia, durante la tre giorni di visita nel Paese caucasico iniziata venerdì. Un fuori programma gravido di conseguenze per la politica internazionale, destinato a suscitare le ire di Erdogan, ma anche a vincere forti resitenze all’interno del Vaticano stesso. Il tutto per una parola, «genocidio», che a cent’anni di distanza dallo sterminio degli armeni pesa ancora come un macigno. Ma Francesco, si sa, ama andare contro corrente e sa colpire duro anche fra le sue file, quando necessario. Come già nel 2015, il pontefice ha preferito non ascoltare i timori e le reticenze della diplomazia vaticana, cambiando il programma all’ultimo momento. Come ha ricordato padre Lombardi nella conferenza stampa: «la realtà è chiara, e non abbiamo rinnegato quanto è reale». Un’ennesimo schiaffo alla Turchia – erede dell’Impero ottomano che pianificò e mise in atto quello sterminio nel 1915 – che arriva a pochi giorni dal riconoscimento del genocidio armeno fatto dal parlamento tedesco, il Bundestag. Ma, come nella risoluzione approvata in Germania, Francesco ha voluto ribadire qualcosa in più di una generica condanna ai turchi. Nel primo giorno della visita, ha sottolineato le complicità delle potenze europee, che «guardavano dall’altra parte» mentre si compiva la prima delle «tre grandi tragedie inaudite» – come le aveva definite Francesco lo scorso anno a Roma – che hanno segnato il ventesimo secolo: il genocidio degli armeni (insieme a quello di siri cattolici e ortodossi, assiri, caldei e greci), il nazismo e lo stalinismo.

Il Fai ha chiesto ad alcuni intellettuali di commentare l’enciclica papale: Wim Wenders lo ha fatto con un poemetto

Mentre leggo l’enciclica Laudato Si’/ sono pienamente consapevole/ che si tratta di uno dei documenti più importanti/ di questo XXI secolo ancora giovane,/ sia a causa del suo autore, Papa Francesco,/ sia per il tema: l’insopportabile sofferenza del pianeta./ Mi coinvolge nel profondo, tanto che non riesco a interrompere la lettura./ E poi mi rendo conto che ciò che mi colpisce,/ ciò che mi tocca di più in questo testo è il tono!/ Il modo in cui penetra con dolcezza nella mia mente trascinandomi pian piano... Non è come leggere un testo teorico o pedagogico,/ somiglia molto più a una lettera personale,/ che mi è stata indirizzata da un amico intimo (e molto competente)./ Vado avanti a leggere/ e riesco quasi a sentire la voce pacata dell’autore,/ una voce che non ha niente di pedante, lontanissima dal tono di chi tiene una conferenza,/ piuttosto la voce di qualcuno che parla come se stesse pensando a voce alta,/ la voce gentile di chi vuol condividere con me i suoi pensieri./ Continuo a dimenticare/ che è il Papa a parlare (o meglio a scrivere)... A volte l’autore scende su un terreno familiare,/ senza mai pretendere di sapere più di quello che già sappiamo,/ ma lo fa con tale passione e convinzione/ che il semplice flusso dei pensieri,/ la complessità e la determinazione del ragionamento/ sono trascinanti e ci uniscono in un’unica convinzione:/ ora o mai più!/ Il danno arrecato alla Terra è un danno fatto a noi stessi./ È a noi stessi che stiamo facendo del male, nel lungo periodo./ (E anche nel breve). Sì, è il tono del messaggio/ a renderlo così potente e convincente,/ ben al di là di qualsiasi saggio o tesi sull’argomento. / Non è che quando finisci di leggere l’enciclica,/ ne saprai necessariamente più di prima./ Non è un testo ricco di nuovi dati e intuizioni sorprendenti,/ eppure, da quella lettura / esci arricchito e in realtà sai di più./ Con molte cose di cui prima eri consapevole/ ora hai un rapporto diverso:/ d’ora in poi apparterranno alla tua vita/ in senso profondamente esistenziale. Sei più convinto che mai,/ perché l’anima stessa ha inteso/ che proteggere il pianeta è una delle questioni più scottanti del nostro tempo. / Spesso le questioni ambientali/ che in certi momenti ci appaiono importantissime e urgenti,/ vengono relegate in secondo piano/ dalla routine e dalle emergenze della quotidianità./ Questa volta è diverso. Papa Francesco ha soprattutto messo una cosa/ in chiaro a voi, a noi, a me: /la sofferenza dei poveri non può essere disgiunta / e considerata una questione separata/ dalla sofferenza del pianeta./ Le due cose si appartengono e devono essere risolte insieme!/ Invece generalmente sono considerate questioni separate./ Le organizzazioni che le combattono sono impegnate sull’uno o sull’altro fronte./ Non così Papa Francesco e la fede che rappresenta. Quindi non è solo il tono di questo libro/ a porlo al di sopra di qualsiasi messaggio politico./ È anche la fonte da cui proviene./ Il titolo stesso, Laudato Si’,/ ci ricorda il motivo per cui Jorge Mario Bergoglio/ ha scelto il nome di san Francesco e perché scrive tutto questo/ rivolgendosi a noi come «Francesco». Nella lunga storia tra l’umanità e la natura/ quest’uomo, questo santo, con la sua vita e le sue convinzioni/ occupa indiscutibilmente una pagina a sé./ È stato il primo a identificare la propria vita/ con quella di ogni altro essere vivente sul pianeta,/ e la sua compassione per i poveri non conosceva limiti. Questa enciclica è scritta nel suo spirito/ da un altro uomo di Dio pieno di amore e compassione e saggezza,/ che ha assunto il nome di Francesco come un segno,/ un’indicazione della sua missione:/ la riconciliazione della fede cristiana/ con la realtà contemporanea e le sue questioni più scottanti:/ da un lato la lotta alla povertà,/ dall’altro quella contro l’abuso dei preziosi tesori del pianeta:/ la sua acqua, la sua aria, le sue piante, i suoi animali, le sue risorse. I nostri principi cristiani,/ (non c’è certo bisogno di insistere su questo punto,/ è talmente ovvio ed evidente)/ non sono solo compatibili, ma identici/ con la compassione per i poveri e per il pianeta! / Siamo i custodi dei nostri fratelli / e abbiamo il compito di aver cura,/ della natura, degli animali e della vita sulla Terra, non di sfruttarli. Per una volta, in questa Enciclica,/ la fede non è qualcosa che porta i cristiani / a trascendere in qualche modo il mondo e lasciarselo alle spalle, / ma qualcosa che conduce dritto nel mondo, / spingendo ad abbracciarlo e a difenderlo. / E per una volta,/ sei impaziente di condividere un testo di chiesa con persone/ che non sono credenti/ o che pregano un altro Dio./ Dopotutto viviamo sullo stesso pianeta,/ siamo fratelli gli uni agli altri,/ e sì, anche i diversi nomi di Dio,/ nello spirito di compassione e di amore che emana da questo testo,/ non possono che essere un ulteriore motivo per rispettare l’altro/ e aver cura di ciò che è stato in dono a tutti noi:/ il pianeta Terra.
in “Il Sole 24 Ore” del 26 giugno 2016

sabato 25 giugno 2016

Fabrizio De André

<<Noi siamo dei venditori. Bisogna vedere se siamo abbastanza onesti da vendere carne fresca oppure carne marcia.>>

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