Don Alessandro Santoro, 50 anni, parroco alle Piagge nella periferia di Firenze, il prete di “frontiera”, ha da poco dato alle stampe il volume “Le strade dell’amore” (Edizioni Piagge) inviato a tutti i padri sinodali e ai vescovi diocesani, un libro che ha anche dato il titolo alla conferenza internazionale apertasi ieri a Roma sulle pastorali cattoliche inclusive «con le persone LGBT e le loro famiglie».
Don Santoro, come giudica l’uscita di Charamsa?
«L’ho visto e sentito come un grande atto di liberazione. Diventare se stessi, esprimere ciò che si è, è la cosa più vera che un uomo possa fare. E il suo senso di liberazione mi sembra una cosa bellissima. Gesù in fondo questo voleva: che ognuno potesse diventare se stesso e capace di “generare” vita».
La Santa Sede ha reagito nel modo sbagliato?
«Provo una tristezza profonda nel vedere che nel momento in cui una persona racconta se stessa non si è capaci di dimostrargli amore, sostegno, cura. La Chiesa parla spesso di accoglienza, ma poi reagisce al contrario e si chiude in se stessa. L’accoglienza per gli omosessuali e transessuali è
parziale, non avviene mai in modo pieno».
Il Sinodo potrebbe recepire il messaggio di monsignor Charamsa?
«È il mio auspicio. Il coming-out è importante perché è un invito a che il Sinodo possa avere una
dimensione evangelica, di apertura e franchezza. In un Sinodo dove purtroppo soltanto i maschi
hanno diritto di voto, ci sarebbe bisogno di maggiore parresìa, maggiore franchezza anche rispetto
al Vangelo. Se guardiamo bene la Scrittura non troviamo mai una condanna dell’omosessualità,
piuttosto si parla di amore e l’amore si può vivere ed esprimere in diversi modi. Il Sinodo dovrebbe
essere un momento di maggiore democrazia».
Nel libro “le strade dell’amore” è tutto questo che si chiede?
«Sì. I gruppi omosessuali credenti hanno voluto consegnare questo testo al Sinodo. Perché possa essere un contributo sincero per uno sguardo attento e più libero. L’amore omosessuale ha bisogno di essere liberato. Come prete mi sono posto da tempo in una situazione di obiezione di coscienza rispetto alla Chiesa che non mi permette di vivere una piena comunione ecclesiale con gay e transessuali e per fedeltà al Vangelo.
Monsignor Charamsa però aveva abbracciato il celibato. La sua convivenza con un altro
contraddice questa promessa.
«Ritengo che l’obbligo del celibato debba essere revocato. Ci vuole un celibato volontario.
Charamsa ha fatto questo passo consapevole delle conseguenze e credo che anche per questo
motivo il suo gesto sia importante, perché le coscienze nella Chiesa si scuotano».
in "La Repubblica" del 4 Ottobre 2015
lunedì 5 ottobre 2015
IL DIVINO E IL DEMONIACO
Ho incontrato Dio Padre sulla strada
e gli aggettivi con cui vorrei descriverlo sono questi:
divertente,
sperimentale,
irresponsabile –
sulle frivolezze.
Non era un uomo che vorrebbe essere eletto al Consiglio
né impressionerebbe un vescovo
o un circolo di artisti.
Non era splendido, spaventoso o tremendo
e neppure insignificante.
Questo era il mio Dio che fece l’erba
e il sole
e i ciottoli nei ruscelli in aprile;
questo era il Dio che ho incontrato
in una vecchia cava colma di denti-di-leone.
Questo era il Dio che ho incontrato a Dublino
mentre vagavo per strade inconsapevoli.
Questo era il Dio che covò sui campi erpicati –
di Rooney – accanto alla statale Carrick
il giorno che i miei primi versi furono stampati –
io lo conobbi e mai ebbi paura
di morte o dannazione
e seppi che la paura di Dio era il principio della follia.
Il Diavolo
anche il Diavolo ho incontrato,
e gli aggettivi con cui vorrei descriverlo sono questi:
solenne,
noioso,
conservatore.
Era l’uomo che il mondo eleggerebbe al Consiglio,
sarebbe nella lista degli invitati al ricevimento di un vescovo,
assomigliava a un artista.
Era il tizio che scrive di musica sui quotidiani
andava in collera quando qualcuno rideva;
era grave su cose senza peso;
dovevi fare attenzione al suo complesso d’inferiorità
perché era consapevole di non essere creativo.
* *
Patrick Kavanagh
e gli aggettivi con cui vorrei descriverlo sono questi:
divertente,
sperimentale,
irresponsabile –
sulle frivolezze.
Non era un uomo che vorrebbe essere eletto al Consiglio
né impressionerebbe un vescovo
o un circolo di artisti.
Non era splendido, spaventoso o tremendo
e neppure insignificante.
Questo era il mio Dio che fece l’erba
e il sole
e i ciottoli nei ruscelli in aprile;
questo era il Dio che ho incontrato
in una vecchia cava colma di denti-di-leone.
Questo era il Dio che ho incontrato a Dublino
mentre vagavo per strade inconsapevoli.
Questo era il Dio che covò sui campi erpicati –
di Rooney – accanto alla statale Carrick
il giorno che i miei primi versi furono stampati –
io lo conobbi e mai ebbi paura
di morte o dannazione
e seppi che la paura di Dio era il principio della follia.
Il Diavolo
anche il Diavolo ho incontrato,
e gli aggettivi con cui vorrei descriverlo sono questi:
solenne,
noioso,
conservatore.
Era l’uomo che il mondo eleggerebbe al Consiglio,
sarebbe nella lista degli invitati al ricevimento di un vescovo,
assomigliava a un artista.
Era il tizio che scrive di musica sui quotidiani
andava in collera quando qualcuno rideva;
era grave su cose senza peso;
dovevi fare attenzione al suo complesso d’inferiorità
perché era consapevole di non essere creativo.
* *
Patrick Kavanagh
venerdì 2 ottobre 2015
giovedì 1 ottobre 2015
L'INVISIBILITA' FEMMINILE NELLA CHIESA
Mentre statistiche e studi confermano l’allontanamento delle donne giovani dalla Chiesa e la crisi delle vocazioni femminili si sta facendo sempre più seria, soprattutto per quanto riguarda le congregazioni di vita attiva, le parrocchie sembrano funzionare solo grazie al volontariato femminile. Sono infatti donne di mezza età, o decisamente anziane, quelle che si occupano del catechismo, dell’assistenza, e spesso anche degli aspetti economici e burocratici della vita parrocchiale. Un piccolo esercito di donne che, dal ruolo tradizionale di collaboratrici per la cura del luogo di culto e dei suoi annessi, ha allargato i suoi interventi a settori molto più qualificati della vita parrocchiale, innanzi tutto l’insegnamento catechistico.
Questa forte presenza femminile, ormai essenziale per il funzionamento della Chiesa sul territorio, fa riflettere. Ne ha colto le necessarie e possibili conseguenze Giuliano Zanchi, nell’ultimo numero della «Rivista del clero italiano», con la proposta, proprio a partire da questa ormai indispensabile collaborazione, di dare nella vita della Chiesa uno spazio più ampio di tipo decisionale e consultivo alle donne......Sicuramente l’intenzione di don Zanchi è buona, anzi ottima, ma che il suo testo arrivi in ritardo rispetto alla realtà è dimostrato anche da un altro fatto: nel suo articolo non cita neppure un libro scritto da una donna, anche se certo li conosce, ma solo saggi di uomini... È per lo meno curioso che, nell’affrontare un tema sul quale le donne hanno scritto tantissimo...non si sia fatto riferimento a nessuna di loro.... È un dato di fatto rivelatore, che dice molto sull’invisibilità delle donne nel mondo dei chierici.E rivela anche un atteggiamento che, pur mascherato, rimane inevitabilmente paternalistico. Come paternalistica è la conclusione finale: le donne tengono in piedi le parrocchie, quindi meritano di essere prese in considerazione.
Bisogna però capire perché le donne non sono state citate. Le teologhe ormai sono tante — presenti ora non simbolicamente anche nella Commissione teologica internazionale — e dicono apertamente che, se «maschio e femmina Dio li creò» facendoli «a sua immagine e somiglianza», l’immagine di Dio è anche femminile. E la rilettura dei testi sacri da parte di molte studiose,...ha fatto riscoprire un aspetto finora ignorato...: l’atteggiamento rivoluzionario di Gesù nei confronti delle donne, e la loro straordinaria importanza nei vangeli.
In sostanza, negli ultimi decenni nella cultura cristiana è maturata una vera e propria rivoluzione culturale... Le donne hanno ogni diritto di partecipare da pari alla vita della Chiesa.
Peccato che di questa rivoluzione nulla arrivi nei seminari...nelle omelie dei sacerdoti...nei corsi universitari cattolici...
Riconoscere alle donne il ruolo dovuto nella vita della Chiesa non significa però solo promuovere le più preparate e meritevoli, significa anche eliminare tutte quelle forme di servitù — è stato Papa Francesco a parlare della confusione fra servizio e servitù — in cui soprattutto le suore vengono confinate.
Non sono poche: moltissimi vescovi e prelati, ma anche molti parroci, hanno al loro servizio delle religiose, quasi sempre provenienti da Paesi del Terzo mondo, che li aiutano nella vita quotidiana. Potrebbe non esserci niente di male se quelle suore mangiassero alla stessa tavola dei preti, anche quando ci sono ospiti, e venissero presentate come parte della “famiglia” e non fossero solo serve mute e silenziose. Nei seminari poi molte sono le religiose che svolgono i lavori domestici e i seminaristi quindi hanno rapporti quotidiani solo con donne che li servono: un imprinting che li segnerà per la vita....
Il posto per le donne si può trovare senza tante rivoluzioni. Per quanto riguarda gli organismi della Curia romana non sembra impossibile trovare soluzioni per superare norme giuridiche che sono fondate su consuetudini a volte nemmeno tanto antiche, allargando progressivamente lo spazio per la presenza laicale in un mondo che si è molto clericalizzato in tempi piuttosto recenti.
La scandalosa emarginazione nella quale si trovano le donne consacrate — che costituiscono l’ottanta per cento del numero complessivo dei religiosi — si potrebbe poi ovviare aumentando le funzioni di istituzioni già esistenti. In ogni Paese vi sono già organismi che riuniscono le congregazioni religiose femminili: perché non dare loro un maggiore spazio e ruoli decisionali più efficaci d’intesa con le conferenze episcopali? Sarebbe il minimo nei confronti di donne che, con la loro attività e la loro preghiera, tengono in piedi la Chiesa. E altrettanto si potrebbe pensare a livello centrale, a Roma.
Introdurre docenti donne nei seminari, superare le norme più clericali, utilizzare meglio istituzioni già esistenti: non sono certo misure rivoluzionarie, ma potrebbero già cambiare qualcosa. A condizione, naturalmente, che si voglia porre fine a una mentalità che avalla la servitù interna, ben diversa dal servizio.
E a condizione, ovviamente, che le donne non siano più considerate come invisibili...
Tutto è meglio del silenzio che nega l’esistenza e la voce, trasformando inevitabilmente ogni proposta, anche se ottima, in una misura dal sapore paternalistico. E soprattutto, come si è detto, ormai fuori tempo massimo.
da un articolo apparso sull'OSSERVATORE ROMANO il 22/09/15 di Lucetta Scaraffia
Questa forte presenza femminile, ormai essenziale per il funzionamento della Chiesa sul territorio, fa riflettere. Ne ha colto le necessarie e possibili conseguenze Giuliano Zanchi, nell’ultimo numero della «Rivista del clero italiano», con la proposta, proprio a partire da questa ormai indispensabile collaborazione, di dare nella vita della Chiesa uno spazio più ampio di tipo decisionale e consultivo alle donne......Sicuramente l’intenzione di don Zanchi è buona, anzi ottima, ma che il suo testo arrivi in ritardo rispetto alla realtà è dimostrato anche da un altro fatto: nel suo articolo non cita neppure un libro scritto da una donna, anche se certo li conosce, ma solo saggi di uomini... È per lo meno curioso che, nell’affrontare un tema sul quale le donne hanno scritto tantissimo...non si sia fatto riferimento a nessuna di loro.... È un dato di fatto rivelatore, che dice molto sull’invisibilità delle donne nel mondo dei chierici.E rivela anche un atteggiamento che, pur mascherato, rimane inevitabilmente paternalistico. Come paternalistica è la conclusione finale: le donne tengono in piedi le parrocchie, quindi meritano di essere prese in considerazione.
Bisogna però capire perché le donne non sono state citate. Le teologhe ormai sono tante — presenti ora non simbolicamente anche nella Commissione teologica internazionale — e dicono apertamente che, se «maschio e femmina Dio li creò» facendoli «a sua immagine e somiglianza», l’immagine di Dio è anche femminile. E la rilettura dei testi sacri da parte di molte studiose,...ha fatto riscoprire un aspetto finora ignorato...: l’atteggiamento rivoluzionario di Gesù nei confronti delle donne, e la loro straordinaria importanza nei vangeli.
In sostanza, negli ultimi decenni nella cultura cristiana è maturata una vera e propria rivoluzione culturale... Le donne hanno ogni diritto di partecipare da pari alla vita della Chiesa.
Peccato che di questa rivoluzione nulla arrivi nei seminari...nelle omelie dei sacerdoti...nei corsi universitari cattolici...
Riconoscere alle donne il ruolo dovuto nella vita della Chiesa non significa però solo promuovere le più preparate e meritevoli, significa anche eliminare tutte quelle forme di servitù — è stato Papa Francesco a parlare della confusione fra servizio e servitù — in cui soprattutto le suore vengono confinate.
Non sono poche: moltissimi vescovi e prelati, ma anche molti parroci, hanno al loro servizio delle religiose, quasi sempre provenienti da Paesi del Terzo mondo, che li aiutano nella vita quotidiana. Potrebbe non esserci niente di male se quelle suore mangiassero alla stessa tavola dei preti, anche quando ci sono ospiti, e venissero presentate come parte della “famiglia” e non fossero solo serve mute e silenziose. Nei seminari poi molte sono le religiose che svolgono i lavori domestici e i seminaristi quindi hanno rapporti quotidiani solo con donne che li servono: un imprinting che li segnerà per la vita....
Il posto per le donne si può trovare senza tante rivoluzioni. Per quanto riguarda gli organismi della Curia romana non sembra impossibile trovare soluzioni per superare norme giuridiche che sono fondate su consuetudini a volte nemmeno tanto antiche, allargando progressivamente lo spazio per la presenza laicale in un mondo che si è molto clericalizzato in tempi piuttosto recenti.
La scandalosa emarginazione nella quale si trovano le donne consacrate — che costituiscono l’ottanta per cento del numero complessivo dei religiosi — si potrebbe poi ovviare aumentando le funzioni di istituzioni già esistenti. In ogni Paese vi sono già organismi che riuniscono le congregazioni religiose femminili: perché non dare loro un maggiore spazio e ruoli decisionali più efficaci d’intesa con le conferenze episcopali? Sarebbe il minimo nei confronti di donne che, con la loro attività e la loro preghiera, tengono in piedi la Chiesa. E altrettanto si potrebbe pensare a livello centrale, a Roma.
Introdurre docenti donne nei seminari, superare le norme più clericali, utilizzare meglio istituzioni già esistenti: non sono certo misure rivoluzionarie, ma potrebbero già cambiare qualcosa. A condizione, naturalmente, che si voglia porre fine a una mentalità che avalla la servitù interna, ben diversa dal servizio.
E a condizione, ovviamente, che le donne non siano più considerate come invisibili...
Tutto è meglio del silenzio che nega l’esistenza e la voce, trasformando inevitabilmente ogni proposta, anche se ottima, in una misura dal sapore paternalistico. E soprattutto, come si è detto, ormai fuori tempo massimo.
da un articolo apparso sull'OSSERVATORE ROMANO il 22/09/15 di Lucetta Scaraffia
SI PARTE : BUON LAVORO, CATECHISTI!
Partiti di là, attraversavano la Galilea, ma egli non voleva che alcuno lo sapesse. Istruiva infatti i suoi discepoli e diceva loro: «Il Figlio dell'uomo sta per esser consegnato nelle mani degli uomini e lo uccideranno; ma una volta ucciso, dopo tre giorni, risusciterà». Essi però non comprendevano queste parole e avevano timore di chiedergli spiegazioni.Giunsero intanto a Cafarnao. E quando fu in casa, chiese loro: «Di che cosa stavate discutendo lungo la via?». Ed essi tacevano. Per la via infatti avevano discusso tra loro chi fosse il più grande. Allora, sedutosi, chiamò i Dodici e disse loro: «Se uno vuol essere il primo, sia l'ultimo di tutti e il servo di tutti». E, preso un bambino, lo pose in mezzo e abbracciandolo disse loro:«Chi accoglie uno di questi bambini nel mio nome, accoglie me; chi accoglie me, non accoglie me, ma colui che mi ha mandato».(Marco 9,30-37)
La liturgia di qualche domenica fa ha
proposto questo testo evangelico che presenta come criterio per
accedere al Regno di Dio la figura del bambino posta da Gesù come
modello. Questa figura non è un invito a concludere che il
cristianesimo sia una religione infantile, ma è stato motivo per
riflettere su una certa prassi che avviene in quasi tutte le
parrocchie, a cominciare con il mese di ottobre, che è quella
dell’inizio del catechismo per i ragazzi.
E’ una prassi che si modella sullo
schema della scuola: quando le lezioni scolastiche finiscono, finisce
anche il catechismo, con buona pace e sospiri di sollievo di coloro
che si sono impegnati con generosità a svolgere il ruolo di
catechisti.
Tale modalità è strutturata non sempre
per formare, ma in funzione della 1^ comunione e della cresima: una
volta ricevuta la 1^ comunione (e per molti è forse anche l’ultima),
una volta ricevuta la cresima, sacramento dell’impegno nella
testimonianza (ma per molti sacramento dell’abbandono non solo
della pratica religiosa, ma della fede), si diventa “adulti” nel
senso che finisce la formazione. La catechesi diventa così
un’esperienza “da bottega”, da bambini e per bambini.
Ma il catechismo, invece di essere
preparazione ad alcuni sacramenti, non dovrebbe essere aiuto ad
entrare nella Scrittura affinché la Parola di Dio accompagni la
nostra vita quotidianamente? Se è soltanto preparazione per la 1^
comunione e per la cresima finisce per essere una scadente
verniciatura del messaggio cristiano. Non si tratta di inculcare
nella mentalità e nella coscienza dei ragazzi esclusivamente cose da
“sapere”, ma valori da “vivere” per tutta la vita.
Viene da pensare, allora, che le
esperienze catechistiche siano comunicazioni di poco o nulla, se poi
comportano abbandoni, indifferenza, religiosità di facciata,
reazioni di paura e di razzismo. E così capita che si inneggia ai
“valori cristiani” e alla “identità nazionale cattolica”, ma
poi si è fuori dalla fede, fuori dalla storia in quanto ci
accontentiamo di una religione a cui apparteniamo per nascita e non
per scelta, una religione fondata su chiusura ed egoismo, fatta di
esteriorità e di comportamenti lontani dai valori evangelici. E
allora diventa urgente un ritorno all’essenzialità, alla
semplicità di vita che aiuti a scoprire Dio e la sua paternità, con
l’aiuto della sua Parola.
Ecco allora l’immagine del bambino
richiamata nel brano evangelico citato all’inizio: il bambino che
non ha preconcetti, che si abbandona nelle braccia dei suoi genitori.
“Essere come bambini” non è uno slogan, ma significa vivere la
semplicità delle relazioni, la disponibilità dell’incontrare gli
altri, l’apertura per tutto ciò che è nuovo, la libertà da
pregiudizi e prevenzioni, vivere e saper vivere con gli altri.
Le esperienze catechistiche, così come
sono vissute, quali messaggi introducono nelle coscienze dei ragazzi?
Se tutto viene finalizzato alla 1^ comunione e alla cresima, scadenze
quasi obbligate nella mentalità di molti genitori la cui maturazione
nella fede è rimasta ferma agli anni della loro esperienza
catechistica, come potrà essere coinvolta dalla Parola di Dio la
vita dei piccoli che frequentano il catechismo? Che esempi di fede
vissuta troveranno attorno a loro? Quanto sono presenti le condizioni
per far parte del Regno di Dio nel mondo degli adulti (genitori,
sacerdoti, realtà parrocchiali, oratori…): bisogna farsi servitori
di tutti e mettersi dalla parte dei disprezzati per contestare il
potere che fa sempre gli interessi dei forti?
Tonino Bello nel 1992 scriveva ai
catechisti della sua diocesi, prendendo lo spunto da una canzone di
Gino Paoli, queste parole: “So, però, che il ‘cielo in una
stanza’ deve divenire la sigla morale di ogni uomo di buona volontà
che si batte per la pace, che non vuole farsi catturare
dall’effimero, che teme di lasciarsi imprigionare dai problemi di
campanile, e che intende fuggire la seduzione, tutta moderna, del
‘piccolo è bello’ (…) Se è così ti offro un’ultima
suggestione: aprirsi alla mondialità significa educarsi alla
convivialità delle differenze”.Crescere nella fede, attraverso
l’esperienza catechistica lunga quanto una vita, dovrebbe avere
questo traguardo che è poi quello di Dio.
AGOSTINO
mercoledì 30 settembre 2015
NOI COSTRUIAMO MURI:DIO I PONTI!
<<Ho potuto condividere col popolo cubano la speranza di san Giovanni Paolo II: che Cuba si apra al mondo e il mondo si apra a Cuba. Non più chiusure, non più sfruttamento della povertà, ma libertà nella dignità. Questa è la strada che fa vibrare il cuore di tanti giovani cubani: non una strada di evasione, di facili guadagni, ma di responsabilità, di servizio al prossimo, di cura della fragilità. Un cammino che trae forza dalle radici cristiane di quel popolo, che ha tanto sofferto. Un cammino nel quale ho incoraggiato in modo particolare i sacerdoti e tutti i consacrati, gli studenti e le famiglie. Lo Spirito Santo, con l’intercessione di Maria Santissima, faccia crescere i semi che abbiamo gettato.
Da Cuba agli Stati Uniti d’America: è stato un passaggio emblematico, un ponte che grazie a Dio si sta ricostruendo. Dio sempre vuole costruire ponti; siamo noi che costruiamo muri! E i muri crollano, sempre!>>
Dalle parole di Papa Francesco all'udienza del Mercoledì(30-09-15)
martedì 29 settembre 2015
UNA CHIESA IN CAMMINO
Oggi i nostri passi si uniscono a quanti prima di noi
hanno camminato sulle vie del mondo.
Siamo la tua Chiesa in cammino. A volte coraggiosa,
più spesso pigra e claudicante : ecco la tua comunità.
Cammina accanto a noi, Signore, anche quando ti perdiamo
di vista, anche quando smarriamo la direzione.
E se ci perdiamo, vienici a cercare,
stanaci dai nostri luoghi franchi
e rimettici in cammino. Amen.
Francine Carrillo(Traces vives) in "Riforma.it"
hanno camminato sulle vie del mondo.
Siamo la tua Chiesa in cammino. A volte coraggiosa,
più spesso pigra e claudicante : ecco la tua comunità.
Cammina accanto a noi, Signore, anche quando ti perdiamo
di vista, anche quando smarriamo la direzione.
E se ci perdiamo, vienici a cercare,
stanaci dai nostri luoghi franchi
e rimettici in cammino. Amen.
Francine Carrillo(Traces vives) in "Riforma.it"
IL CELIBATO DEI PRETI E' UNA FINZIONE?
NON SO SE IL SOCIOLOGO DELL'UNIVERSITÀ DI BERGAMO CHE HA CURATO QUESTA RICERCA SOCIOLOGICA SUL CELIBATO DEI SACERDOTI ABBIA UN PO' ESAGERATO NEL TIRARE LE SUE CONCLUSIONI. SICURAMENTE DIETRO LE RIGHE SI COGLIE UN DESIDERIO DI CAMBIAMENTO,DI RINNOVAMENTO E L'INVITO AD ANDARE OLTRE A QUESTA VECCHIA NORMA FATTA DA UOMINI MA OGGI INUTILE E QUASI DANNOSA PER GLI UOMINI STESSI.
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Ho l’impressione che siano pochi i preti italiani che si attengono fedelmente alla norma celibataria. Un buon numero di loro, qualcuno dice addirittura i tre quarti del totale, è omosessuale e usa il celibato come uno splendido alibi per non dover fornire giustificazioni del desiderio di non avere relazioni sentimentali con le donne e di non sposarsi. Tra gli eterosessuali ve ne sono molti che hanno relazioni regolari e durature, anche con figli. Molti altri hanno solo relazioni occasionali, più o meno numerose. Una vita di assoluta castità non è comunque, anche per quei pochi under settanta che la praticano, sintomo di serenità spirituale o di pace interiore. Perché spesso dà luogo a fenomeni patologici, come l’alcolismo (molto diffuso) o altre forme di dipendenza, e si accompagna ad uno stato depressivo e di profonda infelicità.
In ogni caso, una condotta sessuale attiva può essere vissuta dai preti in modi molto diversi: talvolta con terrificanti sensi di colpa, talaltra con la serenità di chi invece ha compreso di aver diritto a una vita affettiva autonoma dalle imposizioni dell’istituzione. E questo non dipende dagli orientamenti sessuali. Ho intervistato qualche tempo fa un prete gay che mi rivelò il desiderio di vivere il suo amore alla luce del sole. Oggi ha lasciato anche lui. L’idea che il celibato sia lo strumento principale per avere dei presbiteri completamente devoti alla loro comunità e che questa loro devozione soddisfi i bisogni affettivi dei sacerdoti, che li gratifichi come li gratificherebbe l’amore di una compagna o di un compagno e di una famiglia, è una menzogna assoluta.
Il celibato è in realtà la “regola di ingaggio” che consente alla Chiesa di disporre di funzionari a tempo pieno ad essa pienamente dedicati e ricattabili. Semplificando all’estremo, è come se l’istituzione dicesse al suo funzionario: “Tu sapevi quando hai accettato l’ingaggio che c’era questa regola. La puoi violare, ma ti sentirai in colpa e sarai comunque costretto a nasconderti. Perché, quando non rispetti il celibato, sentirai di aver tradito la fiducia del tuo gregge, al quale noi istituzione (con il tuo concorso!) abbiamo insegnato che tu devi essere puro e casto. Noi ti perdoneremo quando ignorerai il divieto. E ti copriremo anche se serve, ad esempio trasferendoti in un altro luogo se hai una donna che ti insegue o mandandoti in clinica invece di denunciarti se hai commesso qualche crimine legato alla sessualità.”
Il celibato diventa la premessa della sacralizzazione della figura asessuata del prete, la condizione della sua superiorità rispetto agli altri fedeli, il segno più tangibile che egli è più puro di loro e che la sua vita coincide con il suo ruolo pubblico. In questa metamorfosi egli si disumanizza, riducendosi a mero simbolo, privato del diritto ad avere una vita privata. Per qualche prete questo regime psichico è la premessa di un narcisismo incontenibile, della convinzione di essere più simile a Gesù che ai propri simili. E di avere un naturale diritto a comandare. Per altri è una terribile camicia di forza che spinge verso il dolore e la morte interiore.
Versione ridotta dell’articolo pubblicato su il Fatto Quotidiano del 13 settembre 2015 di Marco Marzano
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Ho l’impressione che siano pochi i preti italiani che si attengono fedelmente alla norma celibataria. Un buon numero di loro, qualcuno dice addirittura i tre quarti del totale, è omosessuale e usa il celibato come uno splendido alibi per non dover fornire giustificazioni del desiderio di non avere relazioni sentimentali con le donne e di non sposarsi. Tra gli eterosessuali ve ne sono molti che hanno relazioni regolari e durature, anche con figli. Molti altri hanno solo relazioni occasionali, più o meno numerose. Una vita di assoluta castità non è comunque, anche per quei pochi under settanta che la praticano, sintomo di serenità spirituale o di pace interiore. Perché spesso dà luogo a fenomeni patologici, come l’alcolismo (molto diffuso) o altre forme di dipendenza, e si accompagna ad uno stato depressivo e di profonda infelicità.
In ogni caso, una condotta sessuale attiva può essere vissuta dai preti in modi molto diversi: talvolta con terrificanti sensi di colpa, talaltra con la serenità di chi invece ha compreso di aver diritto a una vita affettiva autonoma dalle imposizioni dell’istituzione. E questo non dipende dagli orientamenti sessuali. Ho intervistato qualche tempo fa un prete gay che mi rivelò il desiderio di vivere il suo amore alla luce del sole. Oggi ha lasciato anche lui. L’idea che il celibato sia lo strumento principale per avere dei presbiteri completamente devoti alla loro comunità e che questa loro devozione soddisfi i bisogni affettivi dei sacerdoti, che li gratifichi come li gratificherebbe l’amore di una compagna o di un compagno e di una famiglia, è una menzogna assoluta.
Il celibato è in realtà la “regola di ingaggio” che consente alla Chiesa di disporre di funzionari a tempo pieno ad essa pienamente dedicati e ricattabili. Semplificando all’estremo, è come se l’istituzione dicesse al suo funzionario: “Tu sapevi quando hai accettato l’ingaggio che c’era questa regola. La puoi violare, ma ti sentirai in colpa e sarai comunque costretto a nasconderti. Perché, quando non rispetti il celibato, sentirai di aver tradito la fiducia del tuo gregge, al quale noi istituzione (con il tuo concorso!) abbiamo insegnato che tu devi essere puro e casto. Noi ti perdoneremo quando ignorerai il divieto. E ti copriremo anche se serve, ad esempio trasferendoti in un altro luogo se hai una donna che ti insegue o mandandoti in clinica invece di denunciarti se hai commesso qualche crimine legato alla sessualità.”
Il celibato diventa la premessa della sacralizzazione della figura asessuata del prete, la condizione della sua superiorità rispetto agli altri fedeli, il segno più tangibile che egli è più puro di loro e che la sua vita coincide con il suo ruolo pubblico. In questa metamorfosi egli si disumanizza, riducendosi a mero simbolo, privato del diritto ad avere una vita privata. Per qualche prete questo regime psichico è la premessa di un narcisismo incontenibile, della convinzione di essere più simile a Gesù che ai propri simili. E di avere un naturale diritto a comandare. Per altri è una terribile camicia di forza che spinge verso il dolore e la morte interiore.
Versione ridotta dell’articolo pubblicato su il Fatto Quotidiano del 13 settembre 2015 di Marco Marzano
lunedì 28 settembre 2015
DICIAMO NO ALLA PENA DI MORTE!
“...sostengo ai vari livelli l'abolizione globale della pena di morte. Sono convinto che questa sia la via migliore, dal momento che ogni vita è sacra ed ogni persona umana è dotata di una inalienabile dignità, e la società può solo beneficiare della riabilitazione di coloro che sono condannati per crimini.” Papa Francesco
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