sabato 28 marzo 2015
PREGO DI ESSERE CONSAPEVOLE DELLA MIA PICCOLEZZA
A volte ci amiamo troppo. Non vogliamo perderci né perdere ciò che amiamo. Amiamo la nostra vita e non vogliamo donarla. Ci dedichiamo a guardare da lontano. Come tanti che hanno visto Gesù agire ma non si sono avvicinati.
Impegnarci ci fa paura. Perdere una libertà che poi doniamo a chiunque passi al nostro fianco. Temiamo che ci chiedano troppo e ci spaventa vivere da soli senza toccare Dio.
Una persona pregava: “Voglio seguirti non essendo nulla, Signore. Mostramelo sempre, anche se mi fa male che mi dimentichino, o che non tengano conto di me, come spesso desidero. Ti chiedo quel dolore per prendere coscienza della mia piccolezza, una piccolezza così reale che solo Tu conosci. Solo allora saprò che sono pronta ad amarti e a seguire i tuoi passi”.
Oggi vogliamo seguire Gesù. Oggi vogliamo amarlo nel profondo del nostro cuore. Vogliamo staccarci da ciò che ci lega. Da ciò che ci impedisce di abbandonare tutto quello che possediamo.
Non vogliamo essere come il giovane ricco che aveva paura di perdere tutto e non l'ha seguito.
Vogliamo essere come San Giuseppe, che è stato sempre pronto a servire, a seguire il progetto di Dio senza paura, con tutta la sua vita. Vogliamo toccare il suo amore per poter seguire i suoi passi, per poter stare con Lui e trovare il senso della nostra vita.
Seguire Gesù non consiste nel fare molte cose, ma nello stare con Lui, sotterrando il seme ogni giorno. Amando, essendo amati.
Padre Carlos Padilla
giovedì 26 marzo 2015
UN'ESPERIENZA RARA
di CINZIA GUBBINI
ROMA - Alla Locanda dei Girasoli, un ristorante che si trova nel quartiere Quadraro a Roma, non solo si mangia pizza e cucina romana ma si vive un'esperienza piuttosto rara: a servire ai tavoli sono 11 ragazzi con disabilità cromosomiche. Alcuni sono persone down, altri sono affetti dalla sindrome di Williams, altri dalla sindrome X fragile.
Anche l'aiuto chef - Emanuele Raffaelli, che è stato anche uno dei protagonisti del programma "Hotel 6 Stelle" di Rai 3 - è una persona down. Ed è un cuoco provetto: ha studiato alla scuola alberghiera e ora sta continuando la sua formazione all'Accademia dell'Alta Cucina. La Locanda ha aperto nel 1999 grazie alla volontà di alcune famiglie, che volevano assicurare un futuro lavorativo ai figli. Il peso della crisi finanziaria nel 2012, però, ha rischiato di abbassare la serranda.
Nel 2013 il Consorzio Sintesi ha incorporato la cooperativa originaria, e con un investimento di 400 mila euro ha scongiurato il peggio. Oggi il ristorante, tra alti e bassi, riesce a stare sul mercato nonostante sia collocato in una zona poco centrale e non abbia alcun finanziamento pubblico. Il rifiuto di finanziamenti pubblici, tra l'altro, è uno dei cardini del progetto: "Ci manteniamo da soli e ne siamo orgogliosi. Anche questo è un esempio formativo per i nostri ragazzi", dice il Presidente del Consorzio, Enzo Rimicci. Che però aggiunge: "La Locanda è un gioiellino che ha bisogno di una attenzione continua per vivere: non dimenticatevi di noi e venite a trovarci".
ROMA - Alla Locanda dei Girasoli, un ristorante che si trova nel quartiere Quadraro a Roma, non solo si mangia pizza e cucina romana ma si vive un'esperienza piuttosto rara: a servire ai tavoli sono 11 ragazzi con disabilità cromosomiche. Alcuni sono persone down, altri sono affetti dalla sindrome di Williams, altri dalla sindrome X fragile.
Anche l'aiuto chef - Emanuele Raffaelli, che è stato anche uno dei protagonisti del programma "Hotel 6 Stelle" di Rai 3 - è una persona down. Ed è un cuoco provetto: ha studiato alla scuola alberghiera e ora sta continuando la sua formazione all'Accademia dell'Alta Cucina. La Locanda ha aperto nel 1999 grazie alla volontà di alcune famiglie, che volevano assicurare un futuro lavorativo ai figli. Il peso della crisi finanziaria nel 2012, però, ha rischiato di abbassare la serranda.
Nel 2013 il Consorzio Sintesi ha incorporato la cooperativa originaria, e con un investimento di 400 mila euro ha scongiurato il peggio. Oggi il ristorante, tra alti e bassi, riesce a stare sul mercato nonostante sia collocato in una zona poco centrale e non abbia alcun finanziamento pubblico. Il rifiuto di finanziamenti pubblici, tra l'altro, è uno dei cardini del progetto: "Ci manteniamo da soli e ne siamo orgogliosi. Anche questo è un esempio formativo per i nostri ragazzi", dice il Presidente del Consorzio, Enzo Rimicci. Che però aggiunge: "La Locanda è un gioiellino che ha bisogno di una attenzione continua per vivere: non dimenticatevi di noi e venite a trovarci".
martedì 24 marzo 2015
DALL'OMELIA DI MONS.NOSIGLIA AL FUNERALE DELLE VITTIME DI TUNISI.
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"La strage degli innocenti che si è rinnovata in questi giorni scuota la coscienza di ogni uomo di buona volontà e ci renda tutti più consapevoli che chi si serve della violenza e sceglie la via del sangue aggredendo cittadini inermi non avrà mai la vittoria, se non nella propaganda strumentale sulla rete e sulle vie mediatiche, perché l’Amore e la volontà di pace e di rispetto di ogni persona, alla lunga, vinceranno, avendo dalla propria parte la potenza di Dio.
È una speranza che va sostenuta da un concreto e condiviso impegno che rinnovi profondamente il nostro sistema di mentalità e stile di vita che abbiamo promosso in questi decenni. Perché questo cambiamento è oggi la più grande sfida della nostra società occidentale, indebolita dal consumismo dell’avere sempre di più, che ha illuso che la felicità dipendesse dal possesso di beni, di soldi e di potere, una società dove cresce la solitudine e la noia di una vita senza regole etiche condivise, una società sazia e stanca che sta perdendo la sua anima culturale e spirituale."
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"La strage degli innocenti che si è rinnovata in questi giorni scuota la coscienza di ogni uomo di buona volontà e ci renda tutti più consapevoli che chi si serve della violenza e sceglie la via del sangue aggredendo cittadini inermi non avrà mai la vittoria, se non nella propaganda strumentale sulla rete e sulle vie mediatiche, perché l’Amore e la volontà di pace e di rispetto di ogni persona, alla lunga, vinceranno, avendo dalla propria parte la potenza di Dio.
È una speranza che va sostenuta da un concreto e condiviso impegno che rinnovi profondamente il nostro sistema di mentalità e stile di vita che abbiamo promosso in questi decenni. Perché questo cambiamento è oggi la più grande sfida della nostra società occidentale, indebolita dal consumismo dell’avere sempre di più, che ha illuso che la felicità dipendesse dal possesso di beni, di soldi e di potere, una società dove cresce la solitudine e la noia di una vita senza regole etiche condivise, una società sazia e stanca che sta perdendo la sua anima culturale e spirituale."
L'ISLAM DELLE DONNE AFGHANE
Con coraggio e determinazione sono scesi in piazza a Kabul e a Herat chiedendo giustizia per Farkhunda, la ragazza di 27 anni linciata e poi bruciata vicino a una moschea da una folla inferocita che la accusava ingiustamente di avere oltraggiato copie del Corano. Hanno chiesto al Governo di punire severamente gli autori del delitto e hanno mostrato cartelli con la foto della donna con il volto coperto di sangue poco prima di essere uccisa.
La morte della giovane, per decine di attiviste dei diritti umani, non è stata vana: «Portiamo noi la bara di Farkhunda. Era una figlia dell’Afghanistan», hanno scandito ieri a gran voce le donne che in tredici hanno portato sulle spalle il feretro fino al luogo dell’inumazione sfidando il rigido cerimoniale funebre che prevede che siano solo gli uomini a farlo.
lunedì 23 marzo 2015
DIO È DENTRO DI TE
Questa sera mi sono seduto a riflettere e ho pensato a questo. Mi sono detto: “Come posso riconoscere un vero cristiano?”. La risposta è semplice: “Dall'amore”. Dio, che è amore, ci chiede di amare, tutti.
Allora ho cercato dei segni, segnali che aiutino a comprendere e a riconoscere la presenza del Padre. E ho iniziato a scrivere:
1. Un segno chiaro della presenza di Dio: l'allegria.
2. Un segno chiaro della fede che professi: il tuo abbandono.
3. Un segno chiaro della tua fiducia in Dio: la pace interiore.
4. Un segno chiaro del fatto che lo ami: le tue opere buone.
5. Un segno chiaro che sei discepolo dell'amore: la tua croce.
6. Un segno chiaro della santità: l'umiltà.
7. Un segno chiaro della tenerezza di Dio: la sua grazia.
8. Un segno chiaro dell'amore di Dio: Gesù.
Allora ho cercato dei segni, segnali che aiutino a comprendere e a riconoscere la presenza del Padre. E ho iniziato a scrivere:
1. Un segno chiaro della presenza di Dio: l'allegria.
2. Un segno chiaro della fede che professi: il tuo abbandono.
3. Un segno chiaro della tua fiducia in Dio: la pace interiore.
4. Un segno chiaro del fatto che lo ami: le tue opere buone.
5. Un segno chiaro che sei discepolo dell'amore: la tua croce.
6. Un segno chiaro della santità: l'umiltà.
7. Un segno chiaro della tenerezza di Dio: la sua grazia.
8. Un segno chiaro dell'amore di Dio: Gesù.
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Claudio De Castro
CRESCE E PREOCCUPA IL BULLISMO 2.0
Finirà in tribunale l’episodio di violenza scolastica che ha scosso Vercelli qualche giorno fa: quattro studentesse di Varallo umiliavano con sputi e insulti una compagna disabile davanti ai telefonini dei compagni. «Troppo severa» la bocciatura decisa per due delle responsabili: «Il compito della scuola non è punire, ma rieducare» sostiene una mamma, che ora minaccia denunce e ricorsi per “salvare” la figlia (pentita).
Genitori, insegnanti, ragazzi: è lì, nel mezzo del più grande dei deserti comunicativi, che prolifera il virus del bullismo, vittime: un adolescente su tre. Chiamarlo così agli educatori non piace: nei centri di ascolto e nelle comunità di recupero – dove approdano gli autori di gesti insensati e crudeli verso i coetanei per brevi percorsi di “riabilitazione” – l’identikit del bullo non esiste. «Ci sono i ragazzi di oggi: confusi, disorientati, abitanti di un Pianeta che non è la realtà», spiegano dal Sermig di Torino, che ogni anno ospita decine di questi casi. «E, sempre più spesso, ci sono le ragazze: aride, insensibili, violente anche fisicamente, proprio come i loro compagni. Senza alcun senso di maternità e di pudore».
Cosa succede? «Si raccoglie quello che si semina, si raccoglie il vuoto e si semina il disastro, si semina il vento e si raccoglie la tempesta, la tempesta di un vuoto interiore »: il cardinale di Genova e presidente della Cei, Angelo Bagnasco, è andato dritto al nocciolo della questione commentando gli episodi, aggiungendo che la documentazione eccessiva e pruriginosa di questi fatti «non fa bene a nessuno». E qui forse si apre la vera piaga del bullismo 2.0: la violenza “social”, che nasce per essere messa in Rete, fatta vedere, diffusa. O che in Rete si sviluppa, con quel cyberbullismo che la Polizia Postale non esita a definire una vera e propria «emergenza sociale». Vittime, stavolta, 2 adolescenti su 3. «Il problema è la percezione assolutamente distorta che i ragazzi hanno delle nuove tecnologie e del web», spiegano dall’ambulatorio dedicato alle vittime del fenomeno, inaugurato un anno fa al Policlinico Gemelli. In primo luogo manca la consapevolezza della dimensione pubblica di Internet: «Si usano WhatsApp o Facebook alla stregua di diari privati, dimenticando completamente che ciò che circola online (su di sé e sugli altri) è destinato potenzialmente a milioni di persone». Secondo, nel mondo virtuale tutto è filtrato, privato di emozioni e colori: risultato, spesso i bulli non hanno la consapevolezza degli effetti che nella realtà ciò che circola o viene detto e mostrato in Rete può avere.
Già, gli effetti. Che poi sono il nodo reale della questione, il costo sociale che tutti – non solo la scuola – paga e pagherà per il bullismo, in tutte le sue forme. Gli Uffici provinciali e regionali dell’istruzione sono mobilitati, il ministero dell’Interno ha attivato un numero gratuito per le denunce, i progetti di prevenzione nelle scuole si moltiplicano: resta la sensazione che senza una presa in carico comune e coordinata della questione educativa gli episodi di Sestri e Vercelli non faranno che ripetersi, sempre più sconvolgenti.
Da "Avvenire" del 22 Marzo 2015.
Genitori, insegnanti, ragazzi: è lì, nel mezzo del più grande dei deserti comunicativi, che prolifera il virus del bullismo, vittime: un adolescente su tre. Chiamarlo così agli educatori non piace: nei centri di ascolto e nelle comunità di recupero – dove approdano gli autori di gesti insensati e crudeli verso i coetanei per brevi percorsi di “riabilitazione” – l’identikit del bullo non esiste. «Ci sono i ragazzi di oggi: confusi, disorientati, abitanti di un Pianeta che non è la realtà», spiegano dal Sermig di Torino, che ogni anno ospita decine di questi casi. «E, sempre più spesso, ci sono le ragazze: aride, insensibili, violente anche fisicamente, proprio come i loro compagni. Senza alcun senso di maternità e di pudore».
Cosa succede? «Si raccoglie quello che si semina, si raccoglie il vuoto e si semina il disastro, si semina il vento e si raccoglie la tempesta, la tempesta di un vuoto interiore »: il cardinale di Genova e presidente della Cei, Angelo Bagnasco, è andato dritto al nocciolo della questione commentando gli episodi, aggiungendo che la documentazione eccessiva e pruriginosa di questi fatti «non fa bene a nessuno». E qui forse si apre la vera piaga del bullismo 2.0: la violenza “social”, che nasce per essere messa in Rete, fatta vedere, diffusa. O che in Rete si sviluppa, con quel cyberbullismo che la Polizia Postale non esita a definire una vera e propria «emergenza sociale». Vittime, stavolta, 2 adolescenti su 3. «Il problema è la percezione assolutamente distorta che i ragazzi hanno delle nuove tecnologie e del web», spiegano dall’ambulatorio dedicato alle vittime del fenomeno, inaugurato un anno fa al Policlinico Gemelli. In primo luogo manca la consapevolezza della dimensione pubblica di Internet: «Si usano WhatsApp o Facebook alla stregua di diari privati, dimenticando completamente che ciò che circola online (su di sé e sugli altri) è destinato potenzialmente a milioni di persone». Secondo, nel mondo virtuale tutto è filtrato, privato di emozioni e colori: risultato, spesso i bulli non hanno la consapevolezza degli effetti che nella realtà ciò che circola o viene detto e mostrato in Rete può avere.
Già, gli effetti. Che poi sono il nodo reale della questione, il costo sociale che tutti – non solo la scuola – paga e pagherà per il bullismo, in tutte le sue forme. Gli Uffici provinciali e regionali dell’istruzione sono mobilitati, il ministero dell’Interno ha attivato un numero gratuito per le denunce, i progetti di prevenzione nelle scuole si moltiplicano: resta la sensazione che senza una presa in carico comune e coordinata della questione educativa gli episodi di Sestri e Vercelli non faranno che ripetersi, sempre più sconvolgenti.
Da "Avvenire" del 22 Marzo 2015.
sabato 21 marzo 2015
AUTONOMI,ANCHE SE DISABILI
GIORNATA MONDIALE DELLA SINDROME DI DOWN
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Essere adulti significa diventare autonomi. Lavorare. Avere una casa. Fare la spesa e cucinare. Prendere i mezzi pubblici. Avere il controllo della propria vita. Vale per tutti e può, deve valere anche per le persone con sindrome di Down (sdD). Facile? No, difficile. Anzi impossibile, senza uno specifico percorso formativo, senza una comunità che dia loro fiducia ma garantisca anche, in caso di necessità, aiuto.
Autonomi, anche se disabili: è l’obiettivo della campagna di Coor-Down (il Coordinamento nazionale delle associazioni delle persone con sdD) per la decima Giornata mondiale della sindrome di Down che si celebra oggi, 21 marzo, data scelta non a caso. La sindrome di Down è nota anche come trisomia 21. L’essere umano ha 23 coppie di cromosomi. In chi è affetto da sdD, la ventunesima coppia possiede un cromosoma in più. Quindi: coppia numero 21, 3 cromosomi: 21 marzo.
Anche quest’anno, per la Giornata CoorDown, è stato realizzato uno spot che parla proprio della conquista dell’autonomia. E di una coppia. Caterina sta lavorando e Salvatore la raggiunge, accompagnato dai Neri per caso, il gruppo musicale salernitano che canta a cappella. Non le porta in dono un anello ma una chiave, quella della loro casa. Caterina e Salvatore sono persone Down, sono innamorati e coronano il loro sogno: vivere come ogni altra coppia in un proprio appartamento. Uno spot non facile da girare: Caterina era ignara di tutto, altrimenti non sarebbe stato possibile filmare la sua sorpresa, che è autentica, e per questo sono state usate telecamere nascoste; ma così la prima ripresa doveva essere quella buona.
Metter su casa insieme. Una cosa strana, una forzatura? No. Si tratta semplicemente di quanto previsto negli articoli 19 ('Vita indipendente e inclusione nella società') e 23 ('Rispetto del domicilio e della famiglia') della Convenzione Onu sui diritti delle persone con disabilità. I due articoli sanciscono il diritto di fondare una famiglia e di scegliere in autonomia il proprio luogo di residenza, con la stessa libertà di scelta di chiunque altro.
Un processo non semplice. Caterina e Salvatore stanno seguendo da anni un percorso di autonomia abitativa. E sarebbe bello che ci fosse per davvero una comunità nella quale potessero inserirsi, persone che comunque fossero disponibili a dare una mano, con discrezione, se la coppia lo chiedesse. Nelle città nucleari, nei condomini dove a mala pena ci si guarda in faccia, dove la parola 'solidarietà' è del tutto sconosciuta, una coppia come Caterina e Salvatore potrebbe avere delle difficoltà. I due stanno partecipando a Domus, «un progetto – spiega la psicologa Stefania Mazzotti, che lo coordina – che permette a loro e alle loro famiglie sia di attivare un graduale processo di 'svincolo emotivo', sia di monitorare attraverso gli operatori quali reali esigenze possano presentare nella gestione della quotidianità».
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Essere adulti significa diventare autonomi. Lavorare. Avere una casa. Fare la spesa e cucinare. Prendere i mezzi pubblici. Avere il controllo della propria vita. Vale per tutti e può, deve valere anche per le persone con sindrome di Down (sdD). Facile? No, difficile. Anzi impossibile, senza uno specifico percorso formativo, senza una comunità che dia loro fiducia ma garantisca anche, in caso di necessità, aiuto.
Autonomi, anche se disabili: è l’obiettivo della campagna di Coor-Down (il Coordinamento nazionale delle associazioni delle persone con sdD) per la decima Giornata mondiale della sindrome di Down che si celebra oggi, 21 marzo, data scelta non a caso. La sindrome di Down è nota anche come trisomia 21. L’essere umano ha 23 coppie di cromosomi. In chi è affetto da sdD, la ventunesima coppia possiede un cromosoma in più. Quindi: coppia numero 21, 3 cromosomi: 21 marzo.
Anche quest’anno, per la Giornata CoorDown, è stato realizzato uno spot che parla proprio della conquista dell’autonomia. E di una coppia. Caterina sta lavorando e Salvatore la raggiunge, accompagnato dai Neri per caso, il gruppo musicale salernitano che canta a cappella. Non le porta in dono un anello ma una chiave, quella della loro casa. Caterina e Salvatore sono persone Down, sono innamorati e coronano il loro sogno: vivere come ogni altra coppia in un proprio appartamento. Uno spot non facile da girare: Caterina era ignara di tutto, altrimenti non sarebbe stato possibile filmare la sua sorpresa, che è autentica, e per questo sono state usate telecamere nascoste; ma così la prima ripresa doveva essere quella buona.
Metter su casa insieme. Una cosa strana, una forzatura? No. Si tratta semplicemente di quanto previsto negli articoli 19 ('Vita indipendente e inclusione nella società') e 23 ('Rispetto del domicilio e della famiglia') della Convenzione Onu sui diritti delle persone con disabilità. I due articoli sanciscono il diritto di fondare una famiglia e di scegliere in autonomia il proprio luogo di residenza, con la stessa libertà di scelta di chiunque altro.
Un processo non semplice. Caterina e Salvatore stanno seguendo da anni un percorso di autonomia abitativa. E sarebbe bello che ci fosse per davvero una comunità nella quale potessero inserirsi, persone che comunque fossero disponibili a dare una mano, con discrezione, se la coppia lo chiedesse. Nelle città nucleari, nei condomini dove a mala pena ci si guarda in faccia, dove la parola 'solidarietà' è del tutto sconosciuta, una coppia come Caterina e Salvatore potrebbe avere delle difficoltà. I due stanno partecipando a Domus, «un progetto – spiega la psicologa Stefania Mazzotti, che lo coordina – che permette a loro e alle loro famiglie sia di attivare un graduale processo di 'svincolo emotivo', sia di monitorare attraverso gli operatori quali reali esigenze possano presentare nella gestione della quotidianità».
BENVENUTA PRIMAVERA!
"Con la primavera comincia il lavoro dei campi e cambia il ritmo della vita...E c'è,in questo cambiare,un valore di ascolto,di accettazione: come un modellarsi,attento e docile,sulla stagione che ci fa aderire più intimamente alla vita,con i suoi ritmi e i suoi tempi,un impastarci più denso con la terra,le erbe,la luce,il sole,le cose; un atteggiamento contemplativo che è come l'orizzonte remoto della preghiera vera e propria. Ritengo che la disposizione essenziale alla preghiera sia l'accoglienza; ma l'accoglienza non è un atteggiamento che si improvvisa: ha radici lontane in tutto un mondo di essere e di sentire. Aprirsi,con amorosa attenzione alle cose, è già una forma di accoglienza; disporsi all'attesa della primavera,aspettare i germogli, le erbe, i profumi della terra, è già una forma di accoglienza. La rinnovata meraviglia per il miracolo del mondo che si rinnova a ogni stagione è già un inizio di quello stupore religioso che ci prende, al cospetto di Dio.
Ecco quindi l'aprirsi alle cose, con tutti i pori spalancati a ricevere i messaggi della terra, che può farsi sostanza di preghiera; poiché le cose sono una sorta di sacramento di Dio... Che le sensibilità un po' sacrali mi perdonino ma una visita all'orto è un po' come una visita in cappella: un incontro. Con le cose e con Dio...L'incontro con le cose può prepararci, o conseguire all'incontro con Dio; poi diventa quasi la stessa esperienza...Noi diciamo <<Padre nostro che sei nei cieli>>; ed è legittima immagine,ma potremmo anche dire: <<Padre nostro che sei in terra>>. E il prevalere di un'immagine sull'altra forse misura la distanza-o la prossimità- che ci separa-o ci avvicina- alla pienezza di quel regno che già è e non ancora è; non ancora ci investe e già ci sfiora."
Adriana Zarri in "Erba della mia erba".
Ecco quindi l'aprirsi alle cose, con tutti i pori spalancati a ricevere i messaggi della terra, che può farsi sostanza di preghiera; poiché le cose sono una sorta di sacramento di Dio... Che le sensibilità un po' sacrali mi perdonino ma una visita all'orto è un po' come una visita in cappella: un incontro. Con le cose e con Dio...L'incontro con le cose può prepararci, o conseguire all'incontro con Dio; poi diventa quasi la stessa esperienza...Noi diciamo <<Padre nostro che sei nei cieli>>; ed è legittima immagine,ma potremmo anche dire: <<Padre nostro che sei in terra>>. E il prevalere di un'immagine sull'altra forse misura la distanza-o la prossimità- che ci separa-o ci avvicina- alla pienezza di quel regno che già è e non ancora è; non ancora ci investe e già ci sfiora."
Adriana Zarri in "Erba della mia erba".
venerdì 20 marzo 2015
CATTOLICI,SVEGLIAMOCI!
L'elezione di papa Francesco ha suscitato un risveglio delle speranze cristiane in un rinnovamento della Chiesa, percepito ben oltre il mondo dei praticanti.Ma ora possiamo chiederci se il popolo cattolico, in un primo momento sorpreso di veder comparire a Roma un papa profetico, non sia un po' troppo lento nel rispondere ai suoi inviti. Molti cattolici non si rendono pienamente conto della grandezza e della novità di ciò che viene loro proposto. Speriamo che questa constatazione sia esagerata. Per uscire dalla passività, abbiamo bisogno di una presa di coscienza all'altezza dello slancio dato da questo papa e dalla novità che porta. Perché quest'uomo diventato vescovo di Roma osa affrontare problemi sensibili che toccano la vita dei credenti, chiama l'insieme dei fedeli a prendere la parola, a osare dire ciò che vivono, quali disagi sentono ascoltando certe parole stereotipate. Per le nostre democrazie un po' logore, ecco un papa profeta che non ha paura di ascoltare il popolo dei credenti e che oltrepassa le speranze del gioco democratico abituale, ponendosi pienamente nella collegialità proposta dal Vaticano II e dal soffio dello Spirito che ne ha permesso l'audacia e l'elaborazione. Insistiamo su questa realtà inaudita: sull'insieme dei problemi riguardanti la famiglia e che si pongono ai cristiani immersi nella società secolarizzata, ognuno è chiamato, se vuole, ad esprimersi. Il collegio sinodale convocato dal papa è invitato ad ascoltare quelle voci che vengono dai popoli dei credenti e a dialogare con loro! È come se fosse stata riscoperta una verità essenziale: che i credenti e le loro comunità possono contare sull'illuminazione dello Spirito donato alla Chiesa per affrontare situazioni nuove.
Osiamo dire ai credenti: svegliatevi e rispondete all'appello che vi è rivolto in vista della seconda sessione del sinodo sulla famiglia. Noi, firmatari di questo appello, invitiamo i fratelli nella fede ad esprimersi numerosi su ciò che è loro proposto da papa Francesco. Le Chiese locali sono chiamate ad un lavoro di discernimento; sono invitate a non temere il dialogo. Questo tempo è favorevole al Vangelo, spetta ai credenti prenderne coscienza.
Partecipare, è già, in sé, una bella approvazione del rinnovamento della vita cristiana a cui il papa ci invita. Dire ciò che forse osavamo appena pensare, contribuire al rinnovamento del linguaggio della fede, in particolare sulle realtà familiari, sostenere le parole e i gesti di apertura del nostro papa, sarà la nostra maniera di partecipare ad una reale rinascita della Chiesa. E, dobbiamo saperlo, la nostra astensione, la nostra passività, spingono la Chiesa ad allontanarsi dalla luce del Vangelo di Cristo.
Il Sinodo dell'ottobre 2014, con i suoi dibattiti, le sue tensioni e le sue esitazioni, ha manifestato una dinamica che non deve interrompersi. Non si tratta di sconvolgere la dottrina cattolica. Si tratta di partecipare a questo lavoro di discernimento del tutto comune e possibile, allo scopo di affrontare tutte “le sfide della vita familiare nel contesto della nuova evangelizzazione”.
Firmatari:
Guy Aurenche, avvocato onorario
Catherine Billet: delegata generale di Pax Christi
Jean-François Bouthors: scrittore e giornalista
Osiamo dire ai credenti: svegliatevi e rispondete all'appello che vi è rivolto in vista della seconda sessione del sinodo sulla famiglia. Noi, firmatari di questo appello, invitiamo i fratelli nella fede ad esprimersi numerosi su ciò che è loro proposto da papa Francesco. Le Chiese locali sono chiamate ad un lavoro di discernimento; sono invitate a non temere il dialogo. Questo tempo è favorevole al Vangelo, spetta ai credenti prenderne coscienza.
Partecipare, è già, in sé, una bella approvazione del rinnovamento della vita cristiana a cui il papa ci invita. Dire ciò che forse osavamo appena pensare, contribuire al rinnovamento del linguaggio della fede, in particolare sulle realtà familiari, sostenere le parole e i gesti di apertura del nostro papa, sarà la nostra maniera di partecipare ad una reale rinascita della Chiesa. E, dobbiamo saperlo, la nostra astensione, la nostra passività, spingono la Chiesa ad allontanarsi dalla luce del Vangelo di Cristo.
Il Sinodo dell'ottobre 2014, con i suoi dibattiti, le sue tensioni e le sue esitazioni, ha manifestato una dinamica che non deve interrompersi. Non si tratta di sconvolgere la dottrina cattolica. Si tratta di partecipare a questo lavoro di discernimento del tutto comune e possibile, allo scopo di affrontare tutte “le sfide della vita familiare nel contesto della nuova evangelizzazione”.
Firmatari:
Guy Aurenche, avvocato onorario
Catherine Billet: delegata generale di Pax Christi
Jean-François Bouthors: scrittore e giornalista
martedì 17 marzo 2015
I PROBLEMI DI PAPA FRANCESCO
* * * Ora Francesco deve ancora affrontare problemi molto ardui, finora appena accennati.
Il primo di essi che ancora nessuno si è posto e che però è di palese evidenza riguarda i presbiteri cioè i sacerdoti che amministrano i sacramenti ed hanno il potere di assolvere o punire quelli che giudicano peccatori.I presbiteri, cioè i preti e la gerarchia che tutti li comprende, esistono soltanto nella Chiesa cattolica e hanno divieto di sposarsi.In nessun’altra religione esistono preti e celibato e in nessun’altra religione la dottrina è trasformata in codice.
Gli ebrei hanno le loro Scritture e i loro precetti, ma i rabbini sono soltanto maestri, non hanno alcun sacramento né obblighi di celibato. Spiegano e interpretano le Scritture, quello è il loro compito non più di quello.
I musulmani hanno anch’essi le loro Scritture e la loro dottrina ma di sacerdoti non c’è traccia.
Attenzione però: le varie sette musulmane hanno maestri che interpretano il Corano, ma anche tribunali che indicano il nemico da abbattere perché infedele. Potenzialmente sono teocrazie,a volte in modo diretto come in Iran e a volte indirettamente,sicché la tentazione al fondamentalismo è forte e spesso nefasta.
E così, sia pure essendo cristiani, avviene in tutte le varie confessioni protestanti dove non esistono preti, ma pastori. I pastori somigliano in qualche modo ai rabbini, sono maestri, hanno famiglia, amministrano quei sacramenti che le varie confessioni hanno conservato, ma il contatto tra l’uomo e Dio non è obbligatoriamente mediato dai vescovi con cura di anime e comunque dai preti. È un contatto diretto. Questa fu la grande rivoluzione di Lutero: il credente legge le Scritture, la Bibbia, i Vangeli e la fede gli consente il contatto diretto con Dio.
Allora la domanda è questa: riuscirà la Chiesa di Roma a conservare l’Ordine ecclesiastico con i suoi doveri i suoi diritti quasi castali? Il problema è tanto più attuale in quanto alcune confessioni non cattoliche si stanno avvicinando alla Chiesa di Roma e possono anche decidere di unificarsi con essa. È già accaduto per alcuni anglicani può accadere per gli ortodossi. Ma i pastori se decidono di farsi cattolici portano con loro la famiglia che hanno legittimamente costituito, come del resto avviene già da secoli con la Chiesa orientale che è sempre stata cattolica ma senza l’obbligo del celibato.
Eugenio Scalfari su Repubblica del 15 Marzo 2015.
Il primo di essi che ancora nessuno si è posto e che però è di palese evidenza riguarda i presbiteri cioè i sacerdoti che amministrano i sacramenti ed hanno il potere di assolvere o punire quelli che giudicano peccatori.I presbiteri, cioè i preti e la gerarchia che tutti li comprende, esistono soltanto nella Chiesa cattolica e hanno divieto di sposarsi.In nessun’altra religione esistono preti e celibato e in nessun’altra religione la dottrina è trasformata in codice.
Gli ebrei hanno le loro Scritture e i loro precetti, ma i rabbini sono soltanto maestri, non hanno alcun sacramento né obblighi di celibato. Spiegano e interpretano le Scritture, quello è il loro compito non più di quello.
I musulmani hanno anch’essi le loro Scritture e la loro dottrina ma di sacerdoti non c’è traccia.
Attenzione però: le varie sette musulmane hanno maestri che interpretano il Corano, ma anche tribunali che indicano il nemico da abbattere perché infedele. Potenzialmente sono teocrazie,a volte in modo diretto come in Iran e a volte indirettamente,sicché la tentazione al fondamentalismo è forte e spesso nefasta.
E così, sia pure essendo cristiani, avviene in tutte le varie confessioni protestanti dove non esistono preti, ma pastori. I pastori somigliano in qualche modo ai rabbini, sono maestri, hanno famiglia, amministrano quei sacramenti che le varie confessioni hanno conservato, ma il contatto tra l’uomo e Dio non è obbligatoriamente mediato dai vescovi con cura di anime e comunque dai preti. È un contatto diretto. Questa fu la grande rivoluzione di Lutero: il credente legge le Scritture, la Bibbia, i Vangeli e la fede gli consente il contatto diretto con Dio.
Allora la domanda è questa: riuscirà la Chiesa di Roma a conservare l’Ordine ecclesiastico con i suoi doveri i suoi diritti quasi castali? Il problema è tanto più attuale in quanto alcune confessioni non cattoliche si stanno avvicinando alla Chiesa di Roma e possono anche decidere di unificarsi con essa. È già accaduto per alcuni anglicani può accadere per gli ortodossi. Ma i pastori se decidono di farsi cattolici portano con loro la famiglia che hanno legittimamente costituito, come del resto avviene già da secoli con la Chiesa orientale che è sempre stata cattolica ma senza l’obbligo del celibato.
Eugenio Scalfari su Repubblica del 15 Marzo 2015.
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