martedì 3 marzo 2015

VESCOVI DEL BELGIO:NO ALL'EUTANASIA PER I MALATI DI DEMENZA!

I vescovi belgi prendono posizione contro «la deriva» del regime dell'eutanasia nel Paese: con un editoriale su diversi quotidiani, la Chiesa belga oggi mette in guardia contro quello che teme sarà il prossimo passo,  cioè l'eutanasia delle persone malate di demenza.

 «Dalla legge del 2002 sull'eutanasia, s'impone la presa d'atto: la deriva predetta all'epoca è divenuta realtà, i limiti della legge sono costantemente superati, trasgrediti. Il ventaglio dei gruppi di pazienti che rientrano nella casistica ammessa non cessa di allargarsi», affermano i vescovi nell'editoriale. Il loro timore è che la prossima tappa sarà l'estensione della dolce morte ai malati di demenza, dove il criterio della sofferenza intollerabile sarà rimpiazzato dalla perdita della capacità cognitiva. «Ci opponiamo fermamente a questa tendenza, una perdita d'autonomia non può essere una perdita di dignità», concludono.

 Una proposta di legge sull'estensione dell'eutanasia per chi soffre di malattie neurodegenerative era stata presentata da un senatore nella precedente legislatura. Ma al momento non c'è alcuna proposta in discussione.
Da "VATICAN INSIDER"

Preti sposati: nella chiesa latina come in quelle chiese orientali?

Don Basilio Petrà, ordinario di teologia morale presso la Facoltà teologica dell'Italia centrale,precisa che : «Tutte le Chiese orientali cattoliche ammettono uomini sposati al presbiterato ad eccezione delle Chiese siro-malabarese e siro-malankarese in India». La regola fondamentale, spiega il teologo, è che «nelle chiese orientali vengono ordinati uomini sposati ma non è previsto che uno già prete possa sposarsi. Questa è una distinzione molto importante. Inoltre, se coloro che dopo il matrimonio sono diventati preti rimangono vedovi non possono più risposarsi. Ancora, i preti sposati non diventano vescovi e sono per lo più impegnati come parroci».

VITA MORALE E CASTITA' CONIUGALE
La pratica dei preti uxorati «ha radici antiche e si ispira alle lettere pastorali di Paolo. Essi sono chiamati ad essere esemplari sia nella vita sacerdotale che nella vita genitoriale e coniugale. Inoltre è prevista la castità coniugale, come per i laici sposati: castità coniugale non significa astinenza coniugale ma vivere la sessualità coniugale in modo degno e rispettoso della legge morale. Prima delle celebrazioni c'è un tempo di astinenza sessuale, un giorno o due secondo ciò che prevede la disciplina della chiesa di riferimento».

IL CASO DEI PRETI ANGLICANI SPOSATI
Anche nella Chiesa cattolica di rito latino ci sono già esempi di preti sposati. «In Germania ad esempio, c'è la presenza di pastori protestanti diventati preti cattolici rimanendo sposati, così come altrove ci sono ministri anglicani diventati preti cattolici. Sottolineo: essi rimangono sposati anche se vengono ordinati come preti cattolici. In America Latina molti anni fa c'è stato almeno un caso eccezionale di "vir probatus" ordinato prete».

LA VERA SVOLTA E' RIAMMETTERE I PRETI GIA' SPOSATI
Dunque secondo don Basilio Petrà, nell'attesa che Francesco si apra maggiormente sulla questione, la vera novità nella chiesa di rito latino sarebbe quella di riammettere al servizio sacerdotale «quei preti che lasciano l'abito, si sposano e poi vogliono "rientrare" rimanendo sposati. Naturalmente bisogna vedere se il Papa ha davvero l'intenzione di promuovere la loro riammissione semplice al ministero sacerdotale. Se ciò avvenisse - conclude il teologo - parleremmo di una svolta almeno da 1700 anni a questa parte».

L'AGENDA DEL PAPA

HO LETTO CON MOLTO INTERESSE LE OSSERVAZIONI DI ERNESTO MIRAGOLI INTORNO A QUESTA 'FANTOMATICA' AGENDA DEL PAPA.MI PIACE QUINDI SOTTOLINEARE ALCUNI PASSSAGGI CHE MI HANNO PIENAMENTE RITROVATO.
<<Ognuno di noi, quando scrive impegni sulla propria agenda, si dà delle priorità. Non si possono mantenere tutti gli impegni contemporaneamente, lo sanno tutti.Mi chiedo se questo impegno è in fondo, in mezzo o in cima alle priorità che il papa si è dato.Rebus sic stantibus azzardo che l’impegno – se è scritto e non è solo un flatus vocis tanto per uscire a testa alta da una domanda un po’ imbarazzante – sia in fondo all’agenda.Perché?Perché so che il papa in questi due anni ha ricevuto molte lettere di preti sposati, di movimenti di preti sposati e di donne che amano un prete. La più clamorosa delle lettere ha fatto scalpore nel settembre dello scorso anno: 26 donne hanno scritto al papa ed hanno reso nota la lettera ai giornali. Che sappia io dal papa o dai suoi collaboratori non è venuto alcun cenno di risposta. In nessun senso. E’ come se la lettera non l’avesse ricevuta...Il verso della medaglia, però, è ricco di tanti altri piccoli ceselli che aiutano ad inquadrare meglio il tema del sacerdozio uxorato e di come esso viene vissuto dalle parti della cattolica gerarchia.Quando un prete lascia, il vescovo – perlopiù – se ne frega. Qualche diocesi applica ciò che prevede la legge e l’aiuta economicamente per un certo periodo di tempo, ma oltre non si va. Il vescovo che ha ordinato quel prete imponendogli le mani, i rettori di seminario, i padri spirituali, i professori che quel prete ha avuto non si curano più di lui, di cosa faccia, della sua famiglia, del suo lavoro, della sua vita spirituale.I preti che lasciano il ministero per sposarsi sono come dei lebbrosi per la gerarchia cattolica.Non solo. Se è vero che vi sono preti sposati che a volte sono coinvolti nell’attività pastorale, nella maggioranza dei casi se i parroci sanno che quella persona è un prete sposato, se ne stanno alla larga. Peggio, poi, è la situazione della donna. Se una di queste ha avuto una storia con un prete (che poi è stato promosso ad altro incarico per la serie “lontano dagli occhi, lontano dal cuore”) la sua vita in parrocchia è grama. Insegnava catechismo? Non più. Proclamava la parola di Dio alla messa? Non più. Era attiva in campo sociale, missionario, caritativo? Non più.Mi chiedo: il papa sa come davvero la pensano i suoi vescovi su questo tema?... Un modo per affrontare il problema avrebbe potuto essere anche quello di inviare un questionario ANONIMO a tutti i vescovi del mondo che avrebbero solo dovuto rispondere con un “sì” o con un “no”. Essi non si sarebbero esposti in prima persona, non avrebbero temuto ritorsioni curiali romane e, dall’esito del questionario, si sarebbe capito il pensiero della maggioranza dei Pastori a favore o contro il celibato del clero.  Non so se questo suggerimento sia valido e utile, ma sarebbe un primo modo per cominciare a sfoltire l’agenda papale su questo tema.>> 

Censure e silenzi sui preti sposati

di Luigi Sandri
Il 19 febbraio scorso papa Francesco, nel ricevere il clero di Roma, ha lasciato che, chi voleva, intervenisse. Cogliendo l’occasione, don Giovanni Cereti (teologo, ecumenista, già docente in varie università pontificie), dopo aver sottolineato la carenza di clero che caratterizza molti Paesi, ha sollevato il problema dei preti latini che si sono sposati e che, secondo lui, sarebbe bene riammettere nel ministero, se essi lo desiderassero; del resto, aggiungeva, oltre alle Chiese ortodosse, anche Chiese cattoliche orientali hanno, con il clero celibe, quello uxorato. Il papa – hanno riferito l’indomani molti giornali – ha risposto, senza elaborare: «Il problema è presente nella mia agenda». Ed ha reso noto un particolare inedito: il 10 febbraio a Santa Marta con lui avevano concelebrato sette presbìteri che festeggiavano il 50° di sacerdozio; e, con loro, vi erano anche cinque preti sposati, anch’essi ordinati nel 1965.

“Il papa apre ai preti sposati”: con titoli come questo, il giorno dopo praticamente tutti i giornali italiani evidenziavano l’accaduto; ma in questo coro mancava Avvenire, “quotidiano di ispirazione cattolica” controllato dalla Conferenza episcopale italiana, il quale non perde il vizietto della censura su problemi ecclesiali considerati tabù (da esso, o da qualche porporato di riferimento, seppure non più ai vertici della Cei). Il giornale riservava un’intera pagina all’udienza, ma evitando, nei titoli e nei vari sommari, la questione del clero sposato. E, nel testo, così raccontava: «Rispondendo alle domande di dieci parroci romani, il papa si è anche soffermato sulla necessità del contatto con il popolo, e sollecitato da uno di loro sulla carenza dei preti e su quelli che, abbandonato il sacerdozio, vorrebbero poi ritornare, ha fatto anche un accenno a tale problematica esprimendo il suo dolore per queste persone». L’aggettivo cruciale, “sposati”, il giornale lo ignora; e così il ricordo del cinquantesimo dei dodici presbìteri.

Non sappiamo se a censurare sia stata già la giornalista che ha scritto il pezzo, Stefania Falasca, o il direttore Marco Tarquinio. Sappiamo però che l’evidentissima censura è sfuggita al castigatore dei giornali, già Rosso Malpelo, e ora semplicemente Gianni Gennari, che firma la rubrica “Lupus in pagina”. Ora, questo prete sposato (con rito concordatario, dopo aver ottenuta la dispensa papale dal celibato), fervidissimo sostenitore del clero sposato, ci verrà a dire che non si è accorto della “svista” del quotidiano sul quale da anni, nella sua rubrica, elenca puntigliosamente errori, censure, sviste, pressappochismi altrui.

Tanto più stupisce la censura di Avvenire, in quanto Gennari era uno dei cinque preti sposati presenti a Santa Marta. Come mai, nella sua rubrica, non ha bacchettato il suo stesso giornale? Chissà: forse ha protestato privatamente con Tarquinio; ma, se (se) così fosse, riterrà ciò sufficiente per sgravarsi la coscienza? E, ove il suo direttore gli avesse proibito di parlare della vicenda nella sua rubrica, non gli pare penoso continuare a collaborare con un giornale che censura un tema che pare costituire la sua mission ecclesiale? Perché, allora, non scrive a qualche importante giornale per denunciare la censura da lui subita?

Ricorderà, il Nostro, che don Abbondio, a quel famoso bivio dove lo attendono i bravi, chiede loro consiglio. E uno dei due, sornione, risponde: «Oh! suggerire a lei che sa di latino!». Anche Gennari, ora, è a un bivio; e lui, di latino, ne sa. Ma ci vorrebbe coraggio; purtroppo, però, come riconosceva il curato manzoniano, «il coraggio uno non se lo può dare». Non vogliamo pensare sia il caso di Gennari.

* vaticanista di lungo corso, già corrispondente dell'Ansa da Mosca e Tel Aviv. Saggista, il suo ultimo libro è “Dal Gerusalemme I al Vaticano III. I Concili nella storia tra Vangelo e potere” (Il Margine,2014)

lunedì 2 marzo 2015

UN NUOVO VESCOVO SI POTREBBE SCEGLIERE ANCHE COSÌ

Il diritto-dovere della nomina dei vescovi torna d’attualità anche nell’arcidiocesi di Trento, e 
ripropone questioni di metodo su problemi canonici ed ecclesiologici lungi dall’essere risolti. 
Monsignor Luigi Bressan, dal marzo 1999 pastore della Chiesa tridentina, il 9 febbraio scorso ha 
infatti compiuto 75 anni e, perciò, stanti le normative in vigore dal dopo-Concilio, ha presentato la 
sua rinunzia al Papa che deciderà quando accoglierla, e quando nominare il suo successore. La 
procedura, per la stessa fattispecie, si ripete per ogni diocesi della Chiesa latina; e, dunque, pur 
prendendo spunto da un fatto locale, qui apriamo un discorso di carattere generale.
Nei primi secoli del Cristianesimo, era l’intero popolo dei battezzati a scegliere il proprio vescovo, che poi ovviamente veniva consacrato. Anche questa prassi non era esente da problemi, e spesso sorgevano contrasti tra gruppi che sostenevano chi l’uno chi l’altro candidato. Per tale motivo poco alla volta il diritto di scelta fu riservato al clero ed ai nobili, e poi al solo clero; e, dopo contrasti tra Curia romana e impero, infine il papa si riservò il diritto di nomina – salvo eccezioni – per le diocesi latine. Il Concilio Vaticano II esaltò la pregnanza teologica della “chiesa locale” (la diocesi) ma non cambiò le procedure di nomina dei vescovi, lasciando dunque in mano al papa un grande potere, accresciuto dal fatto che, sulla scia del Concilio, si è stabilito – una novità assoluta nella storia della Chiesa romana! – che ogni vescovo al compimento dei 75 anni presenti la sua rinunzia al sommo pontefice che poi decide quando accoglierla. Non è affatto ovvio che, anche dopo il Vaticano II,la“centralizzazione” romana prosegua immutata, senza restituire alle Chiese locali la responsabilità di scegliere il proprio pastore (tra il clero della diocesi, o anche al di fuori, a seconda delle circostanze e delle necessità). In proposito il teologo belga-brasiliano Josè Comblin ha scritto: “Non ci saranno cambiamenti di rilievo nella Chiesa romana se non si comincia con un cambiamento radicale del sistema di nomina dei vescovi”, attualmente in mano ai nunzi e poi alla Curia. E come cambiare? A proposito, circolano varie ipotesi. Si potrebbe, ad esempio, dare peso e valore ai Consigli pastorale e presbiterale della diocesi, i cui membri sono, in qualche modo, eletti: i due organismi sarebbero coinvolti nella scelta della terna entro la quale il papa infine sceglierà il nuovo vescovo. Procedere nella direzione di coinvolgere realmente i fedeli, in modi da definire, nella scelta del proprio pastore, può sorprendere solo chi ignori la storia della Chiesa; e, ad essere contro la (antica) tradizione, sono proprio quanti negano per l’oggi una prassi normale e pacifica tanti secoli fa. 
Sarebbe dunque carino se la diocesi di Trento, che nel Cinquecento ospitò un Concilio, aprisse, oggi, un dibattito su una questione cruciale per inverare il Vaticano II che ha definito la Chiesa “popolo di Dio”. 
di Luigi Sandri in “Trentino” del 2 marzo 2015

MATRIMONIO E SECONDE NOZZE

DAL BLOG DI SANDRO MAGISTER.
Quello che segue è un nuovo intervento, il terzo, stimolato dal saggio di Guido Innocenzo Gargano su matrimonio e seconde nozze nel Vangelo di Matteo, pubblicato su “Urbaniana University Journal” e rilanciato da www.chiesa:

> Per i “duri di cuore” vale sempre la legge di Mosè

Mentre i primi due commenti, di Silvio Brachetta e di Antonio Emanuele, entravano nel merito dell’esegesi delle parole di Gesù, questo di Valentino Bobbio ha il sapore della testimonianza personale.

Bobbio descrive la sua esperienza di divorziato e di risposato civilmente che ha avuto “la fortuna di trovare comunità ecclesiali accoglienti e inclusive”, oltre che un direttore spirituale che lo “ha invitato a continuare nell’impegno ecclesiale e nell’eucarestia”. In piena consonanza, quindi, con la prevalenza della misericordia sulla legge, messa in luce da padre Gargano nelle parole di Gesù.

Il caso qui descritto mostra come la comunione ai divorziati risposati non sia solo una questione teorica in attesa di una soluzione futura, affidata all’esame del sinodo, ma sia già anche una realtà di fatto, attuata con il conforto e l’incoraggiamento di non pochi pastori e con l’ammirato riferimento alla prassi delle Chiese orientali.

Questa prassi è ritenuta più “misericordiosa” di quella della Chiesa cattolica per il suo ammettere le seconde nozze. Ma va anche tenuto presente che essa è storicamente molto più debitrice al prepotere dei tribunali civili che al dettato evangelico, come mostra la dettagliata ricostruzione che ne ha fatto alla vigilia del sinodo l’arcivescovo di rito greco Cyril Vasil, gesuita, segretario della congregazione vaticana per le Chiese orientali, già decano della facoltà di diritto canonico presso il Pontificio Istituto Orientale di Roma:

> Divorzio e seconde nozze. La cedevole “oikonomia” delle Chiese ortodosse

Ma lasciamo la parola a Valentino Bobbio.

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Gentile Sandro Magister,

la mia dolorosa e faticosa esperienza personale – oltre che la riflessione sui testi pubblicati sul suo blog – mi porta a condividere le fini e documentate argomentazioni di Guido Innocenzo Gargano nell’intervento su “il mistero delle nozze cristiane”, ed a concordare con il suo approccio, che unisce alla giustizia di Dio la misericordia, ed anzi ci ricorda che quest’ultima connota tutto l’insegnamento di Gesù, che la fa sempre prevalere sulla legge.

Il mio primo matrimonio, con una donna di grande valore e fede, è stato una sofferenza indicibile, fatta di incomprensioni continue e profonde. Dieci lunghi anni di dolore, rifiuto e torture psicologiche, anche se con la gioia di due splendidi figli. Innumerevoli i tentativi di risanare il rapporto con l’aiuto di psicologi, sacerdoti ed amici. La verifica del processo di nullità del matrimonio mi aveva fatto rinunciare, perché le modalità mi parevano offensive per mia moglie. Ero talmente distrutto che pensavo fosse impossibile un rapporto sereno e di condivisione tra uomo e donna.

Poi ho incontrato Francesca, mia moglie attuale: ero spaventato, tendevo a fuggire e attendevo spaventose tempeste che non sono mai arrivate. Ogni giorno sereno, di dialogo e condivisione mi pareva un miracolo unico destinato, immaginavo, a finire nella tragedia. Invece sono passati venticinque anni bellissimi di crescita insieme. In un clima di sostegno reciproco, rispetto e fiducia, abbiamo una casa aperta agli amici ed alle persone che hanno bisogno, e a cui Francesca è di grande conforto. Abbiamo un altro figlio, ma anche i due altri figli della mia ex moglie sono quasi nostri figli, ed i cinque fratelli vengono sovente, ancora adesso che sono grandi, tutti insieme in vacanza con noi.

Il mio confessore, don Arturo Ferrera che aveva seguito anni di tormenti e dolore – un grande biblista che aveva studiato al Capranica, emarginato a suo tempo dal cardinale Siri (quando poi, lasciato il ruolo di arcivescovo, don Ferrera andava a trovarlo, si chiedeva: “Perché vieni a trovarmi tu che avevo messo da parte e non vengono gli altri, che erano di mia fiducia e che ho fatto crescere?”) –, quando ho conosciuto Francesca mi ha detto: “Ora basta, approfondisci seriamente il rapporto con lei: nella Chiesa orientale è consentito un secondo matrimonio, in tono minore” e mi ha invitato a continuare nell’impegno ecclesiale e nell’eucarestia. Francesca è buddista, ma don Ferrera mi ha confortato, e confermo che la sua fede costituisce un grande valore e un’occasione importante di approfondimento e di intesa.

Anche la mia ex moglie, risposata civilmente come me, svolge il ruolo di catechista e di animatrice in parrocchia e suo marito è diventato anche lui studioso di teologia, molto impegnato. Abbiamo avuto tutti la fortuna di trovare comunità ecclesiali accoglienti ed inclusive, che ascoltano e cercano di capire i problemi, evitando di giudicare il cuore ed il comportamento delle persone, rispettose della coscienza e delle faticose e dolorose esperienze.

Non cambia la nostra visione della famiglia: l’attenzione, il desiderio di comunione vanno coltivati in una prospettiva di fedeltà al progetto comune, consapevoli delle nostre fragilità e limitatezze, e questo richiede impegno e indubbio superamento di ostacoli.

Purtroppo non hanno trovato comunità accoglienti e, direi profondamente ispirate e permeate dal Vangelo, sia quell’amico ginecologo che, avendo rifiutato di fare obiezione di coscienza per mantenere un dialogo credibile e non settario con le sue pazienti (pur essendo riuscito a non fare aborti), è stato cacciato dalla Chiesa; e così pure quel nostro amico gay che si è sentito giudicato, disprezzato, respinto e buttato fuori dalla Chiesa.

Dobbiamo veramente come comunità ecclesiali convertirci al Vangelo superando le nostre paure e timori (quelli che rendevano così rigidi e chiusi i farisei) e ricordarci, come ci dice padre Gargano, che la Nuova Alleanza proposta da Gesù è fondata non più sulla legge, ma risiede nel cuore. La Chiesa, egli ci ricorda, ha sempre affermato il primato della coscienza (il che non toglie che molto spesso non lo abbia rispettato, compiendo misfatti ed efferatezze), perché il giudizio sulle cose interne appartiene solo a Dio, che fa piovere sui giusti e sugli ingiusti (Mt 5, 45). E Gesù non è venuto per condannare il mondo, ma per salvarlo (Gv 12, 47), perché non sono i sani che hanno bisogno del medico, ma i malati (Mt 9, 12). Infatti la Chiesa, ricorda padre Gargano; ha sempre ritenuto suo compito formare le coscienze, rispettando comunque l’autonomia del foro interno, fino al paradosso che, anche nei momenti più bui dell’inquisizione, la Chiesa condannava il comportamento esterno (e purtroppo quindi il corpo), lasciando alla misericordia di Dio la valutazione della coscienza e delle motivazioni dei condannati.

L’insegnamento della Chiesa orientale, sempre molto attenta a rispettare l’annuncio evangelico, legge le parole di Gesù sul matrimonio con più misericordia e in modo meno formale e meno giuridico, con meno paure rispetto alla nostra Chiesa ed a molte nostre comunità ecclesiali.

La fede ci deriva, e viene rafforzata, dalla testimonianza e dall’attenzione alla persona che viviamo nelle nostre comunità (Dio non ha mani, ha solo le nostre mani, dice una preghiera fiamminga; San Francesco diceva: Signore fai di me uno strumento della tua pace). Quante persone perdono la fede perché isolate e perché la loro comunità non le ascolta, non le capisce, ma, piena di paure le giudica e le condanna?

Credo proprio che il Dio della vita, come dice padre Gargano, abbia l’obiettivo di portare l’uomo, tutti gli uomini, “alla pienezza della vocazione originaria”, ossia alla pienezza di una vita di relazioni profonde, di comunione e di rispetto reciproco, e questo è quello che ci insegna la nostra Chiesa che vogliamo costruire come comunità inclusiva e accogliente.

Valentino Bobbio

Marx lancia la sfida: "Non siamo una filiale di Roma e non sarà un Sinodo a dirci cosa fare qui"

di Matteo Matzuzzi su "Il Foglio"

Il cardinale Reinhard Marx, arcivescovo di Monaco e Frisinga e presidente della conferenza episcopale tedesca


Che i vescovi tedeschi fossero i più battaglieri sulle materie oggetto della riflessione sinodale lo si sapeva già. Lo scorso agosto, dopotutto, annunciarono che sarebbero calati su Roma con un documento recante in calce tutte le firme dei presuli favorevoli alle tesi proposte dal cardinale Walter Kasper. Oggi, poco soddisfatti dei risultati del primo appuntamento, il Sinodo straordinario dello scorso ottobre, si preparano alla sfida finale. Il presidente della loro conferenza episcopale, il cardinale Reinhard Marx, arcivescovo di Monaco e Frisinga, chiarisce in conferenza stampa che "noi non siamo una filiale di Roma".

Il porporato ha osservato che se nell'insegnamento si rimane in comunione con la Chiesa, nelle questioni meramente pastorali "il Sinodo non può prescrivere nel dettaglio ciò che dobbiamo fare in Germania". Come scrive il Tagespost, la conferenza episcopale di Germania corre e non pare avere intenzione di attendere quel che accadrà il prossimo autunno e le successive decisioni papali: "Non possiamo aspettare fino a quando un Sinodo ci dirà come dobbiamo comportarci qui sul matrimonio e la pastorale familiare". Marx ha anche annunciato che nelle prossime settimane sarà pubblicato un documento in vista dell'appuntamento di ottobre, verso il quale la Germania “ha una certa aspettativa”. Necessario, a giudizio del presidente della conferenza episcopale tedesca, trovare “nuovi approcci” in grado di “aiutare a garantire che le porte sono aperte”.

In una lunga intervista apparsa lo scorso gennaio sulla prestigiosa rivista America, edita dalla Comapgnia di Gesù, Marx chiariva che c’è tanto lavoro da fare in campo teologico. Dobbiamo trovare il modo perché le persone ricevano l’eucaristia. Non si tratta di trovare modi per tenerle fuori! Dobbiamo trovare modi per accoglierle. Dobbiamo usare la nostra immaginazione e chiederci se possiamo fare qualcosa. L’attenzione deve focalizzarsi su come accogliere le persone”.

venerdì 27 febbraio 2015

"Oggi...non ci sono più i viandanti che passano nei paesi...Sono rimasti i <<barboni>> nelle città,ma hanno vita grama perché suscitano non compassione ma odio,appaiono insopportabili agli occhi di molti. Come dice acutamente l'amico Michele Serra,a causa del benessere obbligatorio,della micidiale fregola di normalità,di bei vestiti,di carriera,costoro appaiono semplicemente osceni. Nessuno vuole conoscere la loro storia : disturbano e quindi vani rimossi."
ENZO BIANCHI

giovedì 26 febbraio 2015

“Io, infermiere vi racconto l’eutanasia silenziosa nei nostri ospedali” 
di MATTEO PUCCIARELLI su REPUBBLICA.IT

FIRENZE - Come possiamo definirla? "Eutanasia silenziosa". Per noi è un fatto di tutti i giorni. Lo affrontiamo con grande difficoltà, ma sicuri di fare sempre la cosa più giusta", dice Michele (lo chiameremo così). Una laurea, la specializzazione, il master, la carriera infermieristica, oggi è caposala all'ospedale Careggi di Firenze. Ha voglia di raccontare quello di cui, chissà se per pudore o se per una congiura del silenzio, nessuno parla mai. E di farlo evitando la politica, "ma con il buonsenso di chi sta in prima linea".

Premessa: Michele non è ateo, anzi, è un cattolico praticante, va a messa due volte alla settimana. Sorride di questa apparente contraddizione, "ma qui Dio non c'entra nulla. Sono un professionista, ho studiato. Se teniamo in vita artificialmente un paziente, siamo noi che ci stiamo sostituendo a Dio...".

Ogni anno, in un grande reparto come quello dove lavora Michele, medici, infermieri e operatori sanitari hanno a che fare con almeno 30-40 casi di persone sospese in una terra di mezzo dove il confine tra cosa è eutanasia e cosa no è sottilissimo. "Dal punto di vista normativo siamo obbligati a nutrire e idratare anche un vegetale. In queste condizioni un paziente può andare avanti per mesi, o anni", spiega.

Un po' come avvenne con Eluana Englaro: "Ho perso il conto di quanti malati ho visto così. E da fuori, quando si sta bene, non ci si rende conto di quanto sia facile ritrovarsi in quelle condizioni. Il caso Eluana ci diede una lezione: nessun riflettore, silenzio sulla materia con l'esterno. Poi però mi chiedo se è giusto omettere la verità".

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