Granada, 22 settembre 2020
venerdì 25 settembre 2020
martedì 22 settembre 2020
I RISCHI DELL' AIUTARE IL PROSSIMO
lunedì 21 settembre 2020
"IL PRIMO GIORNO DI SCUOLA" di Gianni Rodari
Suona la campanella
scopa scopa la bidella,viene il bidello ad aprire il portone,
viene il maestro dalla stazione
viene la mamma, o scolaretto,
a tirarti giù dal letto…
Viene il sole nella stanza:
su, è finita la vacanza.
Metti la penna nell’astuccio,
l’assorbente nel quadernuccio,
fa la punta alla matita
e corri a scrivere la tua vita.
Scrivi bene, senza fretta
ogni giorno una paginetta.
Scrivi parole diritte e chiare:
Amore, lottare, lavorare.
lunedì 10 agosto 2020
LA VULNERABILITA'
Se c’è una cosa che il Covid ci ha insegnato, imprimendola dolorosamente nei corpi di tanti, è la nostra vulnerabilità. Di tutto il resto – degli effetti economici, sociali, politici – si può discutere. Ma non di questo. Siamo esposti alla sofferenza e alla morte. Certo, lo sapevamo da sempre, di dover soffrire e morire. Ma non così. Di potere essere travolti, all’improvviso, tutti, senza riparo. Quello che nel giro di qualche mese è cambiato non è la nostra vulnerabilità, ma la percezione di essa: non siamo anche, ma essenzialmente, vulnerabili. Gli esseri umani non sono solo caratterizzati, ma definiti dalla vulnerabilità. Ma per penetrare ancora più a fondo nel tema in questione bisogna risalire all’esperienza di una pensatrice,donna ed ebrea, in fuga dalla Francia occupata dai nazisti e morta in esilio: Simone Weil. Al centro della sua esperienza l’esposizione dell’essere umano alle ferite fisiche e morali. Il rischio estremo – ben presente, non solo negli anni in cui Simone scriveva – è costituito dalla spoliazione integrale che lascia la vita nuda, priva di ogni qualifica propriamente umana. Ciò accade quando la sopravvivenza, in una condizione disperata, diventa l’unico obiettivo perseguibile. Allora la vita si raggomitola su se stessa, perdendo ogni attenzione nei confronti dell’altro. Del resto è difficile rivolgere vera attenzione a chi soffre – alla carne nuda, inerte, sanguinante. Alla vita sul ciglio di un baratro, accatastata nei carnai senza nome nelle periferie del mondo o anche annidata nei crepacci delle nostre società. L’attenzione sfugge la sventura. La scorge appena, prima di volgere altrove lo sguardo: «Il pensiero prova ripugnanza a pensare alla sventura – scrive Simone – così come la carne prova ripugnanza di fronte alla morte». Eppure solo da quel punto, ignorato, rimosso, cancellato, si delinea l’altro polo che caratterizza l’essere umano, originato proprio della consapevolezza della vulnerabilità: l’obbligo nei confronti dell’altro sofferente. L’essere umano, proprio perché essenzialmente vulnerabile, è sempre in obbligo verso chi condivide la stessa sorte. È il punto decisivo che fa di Simone Weil la maggiore pensatrice contemporanea: il primato dell’obbligo sul diritto. Solo perché gli uomini sono in obbligo verso i propri simili, questi hanno dei diritti. Non viceversa: «Un uomo che fosse solo nell’universo, non avrebbe dei diritti, ma avrebbe degli obblighi», qualcuno verso se stesso. L’obbligo nei confronti dell’essere umano precede ogni relazione. Non è relativo, ma assoluto. Bastano queste parole di Simone Weil è rivelare la modestia intellettuale ed etica delle polemiche politiche sui migranti. Non si comprende che essi vanno salvati non perché abbiano dei diritti – difficili da definirsi – ma perché noi abbiamo un obbligo assoluto verso di essi. Poi la politica può fare scelte diverse, in considerazione del contesto, delle situazioni, dei rapporti di forza. Ma senza confondere i piani. L’obbligo non si basa su situazioni contingenti, sulla giurisprudenza, sui costumi. Esso non risponde al diritto, ma alla giustizia. Certo il diritto può, e anzi deve, tendere ad approssimarsi alla giustizia, ma sapendo di non essere mai giusto. Diritto e giustizia si rivolgono allo stesso oggetto – la società umana. Ma cambia il punto di vista da cui la guardano: il diritto dalla prospettiva dell’immunità, la giustizia da quello della comunità. L’incomparabile grandezza di Simone Weil sta nel rivolgersi, senza mai sovrapporli, al reale e al giusto: «Su questa terra non c’è altra forza che la forza». L’unica forza, non di questa terra, che la contrasta è la giustizia.
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Estratto di Roberto Esposito in “la Repubblica” del 8 agosto 2020
mercoledì 15 luglio 2020
PREGHIERA
lunedì 6 luglio 2020
"LA PIETÀ DEL MARE"
giovedì 25 giugno 2020
LA FEDE E' PERSA O IN FASE DI RECUPERO?
Cosa faceva Gesù? Cosa ci dice il Vangelo? Gesù non ha parlato di templi o conventi e non ha organizzato una religione come quella che abbiamo. Se il Vangelo ha ragione, ricordiamo ciò che Gesù disse a una donna samaritana: “Credimi, donna, viene l’ora in cui né su questo monte né a Gerusalemme adorerete il Padre….viene l’ora - ed è questa - in cui i veri adoratori adoreranno il Padre in spirito e verità” (Gv 4, 21-24). Gli esperti discutono il significato esatto di questo testo. Di sicuro Gesù afferma che l’adorazione di Dio non è associata a un luogo specifico. Che tu abbia un tempio o meno, la cosa veramente importante è la rettitudine, l’onestà, la bontà, la lotta contro la sofferenza e lo sforzo di umanizzare questo mondo e questa vita. È questo ciò che stiamo vivendo? È questo ciò che la gente applaude? È questa la nuova svolta che (a partire dal modo di essere e di vivere di papa Francesco) sta avendo la Chiesa? La cosa più logica è pensare che la religione non affondi. Si sta spostando. E mi sembra che sta lasciando il tempio. E sta recuperando il Vangelo. Non come credenza religiosa (questa la conoscevamo bene), ma come stile di vita. Uno stile di vivere da cui siamo molto lontani. E che è urgente recuperare il prima possibile.
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Estratto di José María Castillo in “Religión Digital” - (www.religiondigital.com) – del 24 giugno 2020
giovedì 18 giugno 2020
IL PREZZO DELL’UOMO
mercoledì 10 giugno 2020
Egitto il baratto della vergogna
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9 giugno 2020 - Tonio Dell'Olio
venerdì 5 giugno 2020
Boris Pasternak
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Boris Leonidovic Pasternak è stato uno scrittore e poeta di fama internazionale. Il suo unico romanzo “Il dottor Zivago” è stato al centro di uno scandalo politico, che coinvolse i servizi segreti occidentali, ma gli valse la candidaura al Nobel per la Letteratura. Esordì nel 1914 con una raccolta di poesie, che lo fece conoscere al pubblico sovietico, e aderì alla rivoluzione russa, dalla quale prese le distanze proprio in occasione della pubblicazione del suo romanzo e all’obbligo da parte del Regime di rinunciare al prestigioso premio. Da quel momento Pasternak si trasferirà nella sua dacia di Peredelkino, vicino Mosca, e si chiuse nella delusione e nel completo silenzio.
Questa sua citazione è un inno alla vita, alla bellezza delle imperfezioni, alle cadute, all’emozione che fa tremare la voce e che però non impedisce di esprimersi e di voler comunicare, tentando anche se in modo goffo un contatto con l’altro.
Diceva Beckett in un modo magistrale, che non è possibile raggiungere alcun risultato nella vita se prima non si impara a fallire e a fare del proprio fallimento una forza, un motore che ci spinge a migliorare. La bellezza di ciò che possiamo raggiungere non può non passare attraverso le cadute e l’osservazione dei propri errori. La bellezza non esiste, ma si conquista con sforzo e dedizione, attraverso l’umiltà di riconoscere la propria condizione come perfettibile, mai perfetta. Per concludere, ecco a voi l’invito di Beckett: “Mai provato, mai fallito. Prova ancora, fallisci ancora, fallisci meglio”
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