lunedì 5 novembre 2018

COMMEMORARE LA FINE DELLA PRIMA GUERRA MONDIALE:SI PASSI DALL'IDEA DI VITTORIA A QUELLA DI PACE

L’invito del vescovo Ivo Muser a rinominare una delle più controverse piazze di Bolzano sostituendo la parola “vittoria” con la parola “pace”, arriva quanto mai opportuno.
La sua lettera pastorale ci riporta ai primi di novembre del 1918 quando calava il sipario sulla tragedia cui Papa Benedetto XV diede il titolo di “Inutile strage”. Qualcuno applaudì, molti stettero in silenzio. Per milioni fu il silenzio della morte. Se a cent’anni di distanza volessimo ancora parlare di “vittoria” vorrebbe dire che il “secolo breve” (con le sue lunghe appendici) sarebbe trascorso invano.
Il novembre 1918 segnò la fine di un’epoca? Piuttosto ne rappresenta il compimento. Si pensi alla lunga stagione dei nazionalismi, cominciata nell’Ottocento e ahimè – lo constatiamo ogni giorno in Europa e non solo – non ancora conclusa.
La proposta del pastore di Bolzano-Bressanone – chiamiamola “piazza della Pace” - non vuole solo chiudere definitivamente un capitolo storico, ma soprattutto per dare un messaggio chiaro al presente e per offrire una prospettiva futura.
Innanzitutto il cambio di nome dice l’importanza delle parole. Il nostro linguaggio – oggi più che mai – rivela la sostanza e la ricchezza (o la miseria) del nostro pensiero. “Vittoria” o “pace” diventano delle scelte. Come muro o ponte, accoglienza o chiusura, violenza o dialogo, vita o morte.
Il cambio di nome dice la necessità di avere una prospettiva storica. Di non essere appiattiti sul presente e di non incatenare il presente a un passato che non tornerà. Il “pensiero breve”, padre di ogni slogan, si nutre dell’ignoranza, a volte una “ignoranza colta” (come quella di cui la retorica della vittoria, della patria, della nazione, del sangue è espressione). Ignora soprattutto la complessità.
E' straordinario che possano risuonare parole come “beati i costruttori di pace”. Rappresentano un pensiero esigente che mette insieme realtà complesse come la felicità, la azioni costruttive, le relazioni positive tra le persone. Sono parole antiche e sempreverdi, adatte a chi non si vuole arrendere e sa guardare lontano.
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Estratto da www.vitatrentina.it, n°43

sabato 3 novembre 2018

DOSSIER IMMIGRAZIONE 2018

Sono stati presentati i dati relativi al Dossier Immigrazione 2018 realizzato dal Centro studi e ricerche IDOS, in partenariato con il Centro studi Confronti e la collaborazione dell’Ufficio nazionale antidiscriminazioni razziali (UNAR), cofinanziato dal fondo 8 per mille dell’Unione delle chiese metodiste e valdesi.
 “L’Italia non è né il paese con il numero più alto di immigrati né quello che ospita più rifugiati e richiedenti asilo. Con circa 5 milioni di residenti stranieri (5.144.000 a fine 2017, secondo l’Istat), viene dopo la Germania, che ne conta 9,2 milioni, e il Regno Unito, con 6,1 milioni, mentre supera di poco la Francia (4,6 milioni) e la Spagna (4,4). Anche l’incidenza sulla popolazione complessiva, pari all’8,5% (dato Istat), risulta più bassa di quella di Germania (11,2%), Regno Unito (9,2%) e diversi altri paesi più piccoli dell’Unione, dove i valori superano anche in maniera consistente il 10% (Cipro 16,4%, Austria 15,2%, Belgio 11,9% e Irlanda 11,8%). L’incidenza più alta si registra nel Lussemburgo, dove gli stranieri sono quasi la metà di tutti i residenti (47,6%)”.

Un’invasione dunque, sovente evocata, che in realtà non esiste: il numero degli stranieri residenti in Italia, infatti, è pressoché stabile dal 2013 e si attesta intorno ai 5 milioni. La loro incidenza sul totale della cittadinanza, nell’ordine dell’8% dal 2013, aumenta di pochissimi decimali l’anno, e le cause di questo quasi impercettibile aumento si devono a una popolazione italiana sempre “più anziana (gli ultra65enni sono 1 ogni 4, mentre tra gli stranieri 1 ogni 25), meno feconda (1,27 figli per donna fertile, contro 1,97 tra le straniere) e tornata a emigrare verso l’estero, quasi 115.000 espatriati ufficiali nel corso del 2017: un dato sottodimensionato se si considera che molti, nel trasferirsi all’estero, trascurano di effettuare la cancellazione anagrafica, non essendo obbligatoria”.
Il Dossier non si limita a riportare dati generali ma scatta anche una fotografia degli stranieri residenti sul nostro territorio: “Circa due su tre (2.390.000) hanno un permesso di soggiorno di durata illimitata, che attesta un grado di radicamento e stabilità ormai consolidato. I restanti 1.325.000 (35% del totale) hanno un permesso a termine, in maggioranza per famiglia (35,7% del totale) o per lavoro (35,2%). Meno di 1 su 5 (239.000) è titolare di un permesso inerente alla richiesta di asilo o alla protezione internazionale o umanitaria”.

domenica 28 ottobre 2018

La cacciata del clericalismo salverà la Chiesa

Le comunità cristiane vivono attualmente un grande disagio. La domanda più importante che si pone alla Chiesa non è chi sta dietro gli scandali, ma che cosa questi scandali – in particolare gli abusi su minori – rivelano del suo modo di essere. Di fatto, la Chiesa è costretta non solo a cercare un rimedio ai comportamenti inappropriati dei suoi preti, ma anche ad interrogarsi sulle ragioni profonde che li hanno resi possibili. La “tolleranza zero” non basta se non è suffragata dalla volontà radicale di rivedere i nostri modi di funzionamento interni alla Chiesa, in particolare per quanto riguarda l'esercizio dei ministeri ordinati. La Chiesa è incorsa nel rischio di funzionare più come un'istituzione religiosa che come una comunità di fede. La cosa veramente ambigua è che essa fa rientrare dalla finestra ciò che il Vangelo aveva fatto uscire dalla porta: il carattere sacro. Tutto ciò che viviamo oggi mette in luce le conseguenze amare di una sacralizzazione di certe funzioni ecclesiali che, in realtà, sono e restano servizi. L'identificazione tra il ministero a servizio della vita di una comunità e l'identità personale del ministro ordinato ha creato tutta una serie di abusi che, prima ancora di essere dei reati, sono in realtà un modo di porsi che è in contrasto con il vangelo, benché profondamente “religioso”. Così la Chiesa si ritrova a pagare oggi le conseguenze amare di un ripristino del funzionamento religioso e sacro. Questo funzionamento ha creato una casta – la casta clericale – che non riguarda solo i chierici, ma anche i laici clericali. Come i farisei e i sadducei del tempo di Gesù, questa casta, invece di servire il Vangelo, è tentata di servirsene. In fondo, se ci riflettiamo, il Vangelo, con le sue esigenze di libertà, di uguaglianza e di fraternità universali, è la rovina della Chiesa. Se non ci fosse il Vangelo, tutto potrebbe continuare a funzionare come sempre. Ma il Vangelo impone una conversione che passa dalla ricezione delle critiche che vengono dall'esterno. Esse devono essere a fondamento di un riposizionamento serio e generoso delle comunità cristiane. Rimettere il Vangelo al centro della vita della Chiesa significa riconoscere un errore fondamentale: quello di aver smorzato l'appello provocante ad essere una comunità di fratelli a servizio dell'umanità, e non una “religio” come le altre. Ciò che fa la differenza, non è il bagaglio dogmatico o rituale; è l'atteggiamento che consiste nel rinunciare ad ogni privilegio derivante dalla rivendicazione di una investitura venuta dall'alto, per privilegiare al contrario la relazione con l'altro, che arriva al punto di mettersi ai suoi piedi per servirlo. Che cosa facciamo realmente per rinunciare ad ogni forma di clericalismo e, anche, di maschilismo? Finché non rinunceremo all'abuso di esclusivismo e di esclusione, sarà molto difficile guarire dalla malattia che genera abusi sessuali, di potere e di coscienza. Una Chiesa che riparte con il Vangelo è una Chiesa che si è spogliata di se stessa, che rinuncia a creare delle caste esclusive arrogandosi il diritto di escludere gli altri in nome di una vocazione e di una investitura venuta dall'alto. Quest'ultima, in realtà, può venire solo dal basso. Gli avvenimenti e, soprattutto, la comprensione maggiore che abbiamo del Vangelo, esigono che non si cada nella logica del “rattoppo” (Marco 2,21), ma che al contrario ci si lanci gioiosamente verso l'orizzonte della rifondazione. Tutto questo può avvenire solo se accettiamo innanzitutto di relativizzare tutta una serie di istituzioni e di funzionamenti che, se sono stati utili – almeno in parte – fino ad oggi, non sono probabilmente più adatti. Due elementi sono non solo urgenti, ma anche rivelatori di un reale desiderio di passare dalla nostalgia di noi stessi alla nostalgia del Regno di Dio che viene a destabilizzarci: il ruolo della donna nella vita della Chiesa e il passaggio da una teologia della mortificazione ad una teologia del piacere. In entrambi i casi, il modo di concepire la sessualità, come segno del nostro modo di sentirci umani e di entrare in relazione, è la chiave di volta di una volontà – o meno – di assumere i cambiamenti antropologici attuali non come una minaccia, ma come un'opportunità. Non si tratta di relativizzare in maniera ideologica il celibato dei preti o la castità dei consacrati, ma di ricollocarli nella bontà radicale e totale della nostra umanità. Senza un'esaltazione inutile – e talvolta dannosa – della rinuncia che questo celibato presuppone, come fonte di eccellenza. Ciò ci permetterà di vivere allo stesso modo di prima – il celibato nello specifico – ma con una libertà e una responsabilità che, almeno in parte, devono ancora essere costruite, per essere non solo vivibili dall'interno, ma anche leggibili dall'esterno.
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di Michael Davide Semeraro in “La Croix” del 25 ottobre 2018 

sabato 27 ottobre 2018

METTERSI DALLA PARTE DEGLI ALTRI...ANCHE E SOPRATTUTTO SE MIGRANTI!

Ci sono frangenti della storia in cui il silenzio e l’inerzia diventano complici del male. Questo è uno di quelli. Le conseguenze della crisi economica si stanno manifestando come crisi di civiltà. Sulla paura e il disorientamento della gente soffia il vento della propaganda. Demagoghi scaltri e senza scrupoli si ergono a paladini del «popolo» e della «nazione» e acquistano di giorno in giorno consenso, additando nemici di comodo: erano le democrazie e gli ebrei al tempo del fascismo, oggi sono l’Europa e i migranti. Il sistema economico dominante – quello che Papa Francesco definisce senza mezzi termini «ingiusto alla radice», responsabile di una «economia di rapina» – ha certo enormi colpe, a cominciare da un’immigrazione forzata, di fatto una deportazione indotta dalle disuguaglianze. Ma la denuncia dei suoi mali e l’impegno per eliminarli non giustifica il ritorno a società chiuse, guardinghe, attraversate dal rancore e dalla paura, avvinghiate a un’idea equivoca di sovranità, perché in un mondo interconnesso non si tratta di isolarsi – posto che sia possibile – ma di imparare a convivere e a condividere con maggiore giustizia, realizzando i principi della Costituzione, della Dichiarazione universale dei diritti umani, della Convenzione di Ginevra e di tutti i documenti scritti per archiviare una stagione di violenza e di barbarie. Ecco allora l’importanza di uscire e di muoversi, di denunciare la perdita di umanità ma anche di capacità e onestà politica, perché un fenomeno come l’immigrazione non si può reprimere o respingere con i muri e le espulsioni, si deve governare con lungimiranza, pragmatismo e, certo, umanità. Senza smettere di chiederci come vorremmo essere trattati se al posto dei migranti ci fossimo noi. Mettersi nei panni degli altri è la chiave dell’etica evangelica, ma lo è anche di una società consapevole che la vita non ha confini, così come non hanno confini i bisogni, le speranze, i diritti delle persone. Facciamo sentire la voce di un’Italia che per quei diritti non smette di lottare.
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di Luigi Ciotti in “il manifesto” del 27 ottobre 2018

martedì 23 ottobre 2018

TORNA IL PROBLEMA ...

Nella rubrica di www.corriere.it , lo dico al Corriere, con risposta di Aldo Cazzullo
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Caro Aldo, 
papa Francesco è un rivoluzionario. Ma non ha fatto tre riforme sempre più necessarie: 1) il matrimonio dei preti (per combattere la pedofilia del clero), peraltro permesso nei primi 1.000 anni della storia della Chiesa; 2) il sacerdozio delle donne, per bilanciare la crisi delle vocazioni maschili; 3) l’uso degli anticoncezionali per evitare che un’Africa sovrappopolata invada l’Europa. Temo che le riforme non saranno realizzate in una Chiesa che diventerà sempre più irrilevante. O vedremo papa Francesco II fare ciò che non è consentito fare a Francesco I? 
Gianfranco Cavi
Caro Gianfranco, 
Non credo che papa Francesco sia un rivoluzionario. Di sicuro è un Papa «politico» e «sociale» più che dottrinario e teologico. Ha spostato l’asse del pontificato dalla morale all’economia, ha messo al centro del suo discorso i rapporti di forza che governano il mondo rispetto al relativismo etico e ai «valori non negoziabili», espressione che ha apertamente disconosciuto. Insomma, al di là della retorica sulla continuità, è andato molto oltre il mandato che il Conclave gli aveva implicitamente affidato, o meglio delle aspettative coltivate da molti tra coloro che l’hanno eletto. Del resto lo stesso Bergoglio ha molto rinnovato il collegio cardinalizio. 
Ma non credo che dopo di lui verrà un Francesco II. Il tempo delle riforme è questo. Se vuole la mia previsione, non credo che la Chiesa consentirà ai preti di sposarsi. Piuttosto consentirà agli sposati di farsi preti. Magari a cominciare dal Sinodo che sarà dedicato tra l’altro alla questione dell’Amazzonia, un territorio immenso in cui i sacerdoti mancano, e potrebbero essere in parte sostituiti dai «viri probati», uomini di provata virtù cui saranno affidati compiti oggi riservati al clero. Un esperimento destinato forse a estendersi al mondo intero.

domenica 30 settembre 2018

UN LIBRO INTERESSANTE PER ASSAPORARE IL VALORE FONDAMENTALE DELLA LEGALITÀ

Dalla Campania alle Scampia d'Italia", il libro scritto da me e da don Aniello Manganiello, già parroco di Scampia e figura di spicco della più autentica e concreta anticamorra. Libro che, dopo 7 anni, rivedrà la luce agli inizi di settembre prossimo, e sarà distribuito in tutta Italia dalle Messaggerie italiane. Il libro, che racconta l'esperienza di un prete sul fronte dell'anti-Stato (1994-2010), quando uscì, fu per mesi al vertice delle classifiche di vendita in Italia. Questa edizione è aggiornata al 2018 e integra così il racconto con la nascita e l'opera di "Ultimi", l'associazione antimafia fondata da don Manganiello e presieduta da me, che conta già 19 presidi in Italia. Confidiamo che il libro possa riscuotere lo stesso successo della I edizione. Il ricavato delle vendite finanzierà le opere sportive per i giovani emarginati di Scampia.
(Andrea Manzi)

mercoledì 26 settembre 2018

SICUREZZA ONLINE

HO RICEVUTO DA UN'AMICA E CONDIVIDO CON MOLTO PIACERE.
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Ciao  ,
Ho visto che hai menzionato direcontrolaviolenza.it su  percontinuareilviaggio.blogspot.com/2016/, volevo ringraziarti per il lavoro che stai svolgendo nel promuovere le donne.
Vorrei suggerirti di condividere questa guida appena uscita che  parla della sicurezza online per le donne. E' stata scritta da donne per le donne e permette alle donne di proteggersi on-line.
Mi è piaciuto il modo in cui hanno dato alcuni suggerimenti  e soluzioni su cosa fare in ogni situazione.

Grazie per il tuo lavoro nell'aiutare le donne a proteggersi online, 
Adela

lunedì 24 settembre 2018

GUERRA E PACE !

Un anno fa, papa Francesco pronunciò il suo no alla guerra giusta, rompendo con un concetto dalla
lunga e gloriosa carriera nella cristianità. Difficile misurare l’impatto di quel passo a un anno di
distanza, mentre aumenta il rumore di fondo di un mondo in armi. È nuova e grave la sfida per i
cristiani di oggi, contemporanei dello stato di conflitto generalizzato, della mobilitazione
permanente, del dispiegamento diffuso di forze. I seguaci di Cristo sono alle prese con due esigenze
in conflitto tra loro. Da un lato i cristiani vogliono la pace: si attendono ogni parola e ogni iniziativa
in tal senso dai loro leader religiosi e politici, dai teologi, dai pastori. Dall’altro lato, i cristiani
devono combattere: per le loro nazioni e comunità, per la loro fede e cultura. La formula di
Bergoglio sembrò offrire una risposta solo alla prima domanda: «Non mi piace l’espressione guerra
giusta. Si dice: “Io faccio la guerra perché non ho altra possibilità per difendermi”. Ma nessuna
guerra è giusta. L’unica cosa giusta è la pace». Alla seconda domanda, al persistente bisogno di
legittimazione della guerra, rispondono i fatti: l’obiezione di coscienza alla guerra preme meno ai
vescovi di quella ad aborto e nozze gay, i cappellani militari sono vivi e vegeti, prosperano i
crocifissi sovranisti e nazionalisti.
_______________________________________________________________________________ Marco Ventura in “la Lettura” del 23 settembre 2018

martedì 11 settembre 2018

QUANDO UNA LEGGE PUO' DIVENTARE DISCRIMINANTE

<<Sono passati ottanta anni dalla firma apposta dal re Vittorio Emanuele III nella residenza estiva di San Rossore a Pisa e dal successivo annuncio di Mussolini in Piazza Unità d’Italia a Trieste davanti a una folla entusiasta e plaudente a favore delle "Leggi antiebraiche" o meglio delle "Leggi razziste". La ferita è ancora aperta e le terribili testimonianze di chi in quei giorni fu cacciato da scuole e università, di chi perse il lavoro, di chi perse la piena cittadinanza, i diritti fondamentali, ce lo ricordano ogni giorno. Una infamia sancita nell’indifferenza generale. È questo quello che più urta di questo abominio giuridico, che fu premessa e anticamera alla Shoah. Una lezione che siamo chiamati a far nostra e a proiettare, di fronte a nuove ingiustizie che si compiono, nella lotta sempre aperta a ogni forma di odio e discriminazione, pur in contesti e situazioni molto differenti rispetto ad allora, nel nostro turbolento presente e nel futuro che vogliamo lasciare in dote alle nuove generazioni.
Tutto ciò potrebbe riaccadere oggi? Quali furono i segni premonitori che non si seppero cogliere allora? Quali i segnali o le rassicurazioni da considerare oggi?
Quella che viviamo è un’epoca complessa, sempre più caratterizzata dalla diffusione di fake news, da odio gratuito che inquina spazio pubblico e social network, dal riaffiorare di complottismi e pregiudizi mai del tutto sconfitti. Una minaccia che riguarda non solo i soggetti e le comunità colpite ma che deve vederci sempre più uniti – istituzioni democratiche, società civile, le diverse minoranze – nella consapevolezza della criticità del momento che stiamo attraversando. Davanti a noi un bivio storico, dalle conseguenze potenzialmente devastanti. Oggi più che mai appare urgente la riaffermazione dei valori dell’educazione, della cultura, dell’incontro, della condivisione. Non sarà facile, il compito è evidentemente in salita, ma questo è un orizzonte imprescindibile per tutti coloro che hanno a cuore le conquiste democratiche e i principi sanciti nella Costituzione repubblicana.>>
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Noemi Di Segni, presidente Unione delle comunità ebraiche italiane

mercoledì 5 settembre 2018

BASTERÀ IL SILENZIO DI PAPA FRANCESCO?

La Chiesa è preda di una congiura, in cui l'abisso della vergogna pare senza fondo?
Papa Francesco  si rivolge al “popolo di Dio” e in riferimento al Vangelo che parla del tentativo degli abitanti di Nazareth di eliminare il problema e di soffocare la verità,che è Cristo, dice che «La verità è silenziosa, non è rumorosa», e quindi c’è un’unica scelta da fare «con le persone che cercano soltanto lo scandalo, la divisione, la distruzione: silenzio»: ma Lui deve uscire dal silenzio! Anzitutto per ricordare con forza e ad alta voce a tutti i cristiani più che mai esterrefatti che uno solo è sacerdote, “grande sacerdote”, dice la Lettera agli Ebrei, ricordata in Lumen gentium. E che quel sacerdote lì non può mancare alla Chiesa, al di là di tutte le vicissitudini del tempo. Rileggiamo tutti il Vangelo di Giovanni sul “buon pastore”, sola “porta delle pecore”. L'istituzione – in questo caso il sacerdozio ministeriale – non è la corona sacra della Chiesa. È invece, se ben compresa, e con i suoi limiti, umile servizio per il tempo presente, per la presenza sacramentale di Cristo per il popolo dei battezzati. Che è tutt'altra cosa rispetto a ciò che lascia immaginare il mondo dei “principi della Chiesa”. Ed è questo che ci porta al nocciolo del problema: l'imperiosa necessità che si impone oggi di rivedere radicalmente la nostra ecclesiologia. Perché è una maniera deficiente, squilibrata e presuntuosa di intendere e di vivere il potere presbiterale ad essere, in gran parte, a monte dei crimini di pedofilia e degli scandali di autorità. Una teologia piramidale della Chiesa ha sempre supportato l'identità di prete come cristiano d'élite, al di sopra degli altri battezzati, che ha giurisdizione sulla vita degli altri. L'onnipotenza che ne deriva autorizza necessariamente gli eccessi, in particolare nel togliere gli ostacoli all'esercizio di fantasie di alcuni. Questa realtà deve essere oggi interrogata con coraggio.
Non possiamo più attenerci ad una ecclesiologia elaborata ed attuata esclusivamente dal clero.
Bisogna che la Chiesa sia pensata a più voci.
In ogni caso, nell'istituzione, tutti, chi più chi meno, sono necessariamente coinvolti nel dramma del
momento, dato che esso è in rapporto con un ordine ecclesiale problematico, che favorisce in particolare una colpevole legge del silenzio. Stando così le cose, e di fronte a tutte queste pericolose manovre che contribuiscono a peggiorare la crisi, è importante che si affermi con forza che c'è un bisogno imperioso del ministero di papa Francesco. Lui resta, in questo mondo incerto e minaccioso, la massima autorità morale capace di opporsi a funeste ideologie nazionaliste, a politiche di chiusura e di esclusione, che fomentano gli odi e rabbuiano il futuro della comunità umana. Papa Francesco resta anche, per la Chiesa, il pastore essenziale che, con una fermezza eccezionale, dà consistenza al sacerdozio dei battezzati, ancora recentemente con Gaudete ed exsultate, mostrando che la santità è vocazione di tutti, indissociabile dal battesimo. È anche colui che ricorda, con un vigore che fa superare al suo discorso i confini della Chiesa, che la misericordia  è tutto il messaggio evangelico, e quindi anche ciò che deve essere messo in atto nel nostro rapporto col mondo, al di là delle ristrette visioni moralizzatrici che sfigurano il discorso cattolico. Non si tratta di entrare in una logica di rapporti di forza, molto praticata sia all'esterno come all'interno della Chiesa. Ma di far sapere, come cristiani, ciò di cui abbiamo bisogno da parte dell'istituzione per attenerci fedelmente alla missione affidataci da Cristo.
Certo, l'ostinazione di papa Francesco, fin dalla sua elezione, ad invocare e a comunicare “la gioia del Vangelo” può sembrare oggi totalmente irreale. A meno di immergersi profondamente nel Vangelo, per far fronte alla situazione.
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Estratto di Anne-Marie Pelletier
in “www.la-croix.fr” del 28 agosto 2018

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