sabato 27 ottobre 2018

METTERSI DALLA PARTE DEGLI ALTRI...ANCHE E SOPRATTUTTO SE MIGRANTI!

Ci sono frangenti della storia in cui il silenzio e l’inerzia diventano complici del male. Questo è uno di quelli. Le conseguenze della crisi economica si stanno manifestando come crisi di civiltà. Sulla paura e il disorientamento della gente soffia il vento della propaganda. Demagoghi scaltri e senza scrupoli si ergono a paladini del «popolo» e della «nazione» e acquistano di giorno in giorno consenso, additando nemici di comodo: erano le democrazie e gli ebrei al tempo del fascismo, oggi sono l’Europa e i migranti. Il sistema economico dominante – quello che Papa Francesco definisce senza mezzi termini «ingiusto alla radice», responsabile di una «economia di rapina» – ha certo enormi colpe, a cominciare da un’immigrazione forzata, di fatto una deportazione indotta dalle disuguaglianze. Ma la denuncia dei suoi mali e l’impegno per eliminarli non giustifica il ritorno a società chiuse, guardinghe, attraversate dal rancore e dalla paura, avvinghiate a un’idea equivoca di sovranità, perché in un mondo interconnesso non si tratta di isolarsi – posto che sia possibile – ma di imparare a convivere e a condividere con maggiore giustizia, realizzando i principi della Costituzione, della Dichiarazione universale dei diritti umani, della Convenzione di Ginevra e di tutti i documenti scritti per archiviare una stagione di violenza e di barbarie. Ecco allora l’importanza di uscire e di muoversi, di denunciare la perdita di umanità ma anche di capacità e onestà politica, perché un fenomeno come l’immigrazione non si può reprimere o respingere con i muri e le espulsioni, si deve governare con lungimiranza, pragmatismo e, certo, umanità. Senza smettere di chiederci come vorremmo essere trattati se al posto dei migranti ci fossimo noi. Mettersi nei panni degli altri è la chiave dell’etica evangelica, ma lo è anche di una società consapevole che la vita non ha confini, così come non hanno confini i bisogni, le speranze, i diritti delle persone. Facciamo sentire la voce di un’Italia che per quei diritti non smette di lottare.
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di Luigi Ciotti in “il manifesto” del 27 ottobre 2018

martedì 23 ottobre 2018

TORNA IL PROBLEMA ...

Nella rubrica di www.corriere.it , lo dico al Corriere, con risposta di Aldo Cazzullo
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Caro Aldo
papa Francesco è un rivoluzionario. Ma non ha fatto tre riforme sempre più necessarie: 1) il matrimonio dei preti (per combattere la pedofilia del clero), peraltro permesso nei primi 1.000 anni della storia della Chiesa; 2) il sacerdozio delle donne, per bilanciare la crisi delle vocazioni maschili; 3) l’uso degli anticoncezionali per evitare che un’Africa sovrappopolata invada l’Europa. Temo che le riforme non saranno realizzate in una Chiesa che diventerà sempre più irrilevante. O vedremo papa Francesco II fare ciò che non è consentito fare a Francesco I? 
Gianfranco Cavi
Caro Gianfranco
Non credo che papa Francesco sia un rivoluzionario. Di sicuro è un Papa «politico» e «sociale» più che dottrinario e teologico. Ha spostato l’asse del pontificato dalla morale all’economia, ha messo al centro del suo discorso i rapporti di forza che governano il mondo rispetto al relativismo etico e ai «valori non negoziabili», espressione che ha apertamente disconosciuto. Insomma, al di là della retorica sulla continuità, è andato molto oltre il mandato che il Conclave gli aveva implicitamente affidato, o meglio delle aspettative coltivate da molti tra coloro che l’hanno eletto. Del resto lo stesso Bergoglio ha molto rinnovato il collegio cardinalizio. 
Ma non credo che dopo di lui verrà un Francesco II. Il tempo delle riforme è questo. Se vuole la mia previsione, non credo che la Chiesa consentirà ai preti di sposarsi. Piuttosto consentirà agli sposati di farsi preti. Magari a cominciare dal Sinodo che sarà dedicato tra l’altro alla questione dell’Amazzonia, un territorio immenso in cui i sacerdoti mancano, e potrebbero essere in parte sostituiti dai «viri probati», uomini di provata virtù cui saranno affidati compiti oggi riservati al clero. Un esperimento destinato forse a estendersi al mondo intero.

domenica 30 settembre 2018

UN LIBRO INTERESSANTE PER ASSAPORARE IL VALORE FONDAMENTALE DELLA LEGALITÀ

Dalla Campania alle Scampia d'Italia", il libro scritto da me e da don Aniello Manganiello, già parroco di Scampia e figura di spicco della più autentica e concreta anticamorra. Libro che, dopo 7 anni, rivedrà la luce agli inizi di settembre prossimo, e sarà distribuito in tutta Italia dalle Messaggerie italiane. Il libro, che racconta l'esperienza di un prete sul fronte dell'anti-Stato (1994-2010), quando uscì, fu per mesi al vertice delle classifiche di vendita in Italia. Questa edizione è aggiornata al 2018 e integra così il racconto con la nascita e l'opera di "Ultimi", l'associazione antimafia fondata da don Manganiello e presieduta da me, che conta già 19 presidi in Italia. Confidiamo che il libro possa riscuotere lo stesso successo della I edizione. Il ricavato delle vendite finanzierà le opere sportive per i giovani emarginati di Scampia.
(Andrea Manzi)

mercoledì 26 settembre 2018

SICUREZZA ONLINE

HO RICEVUTO DA UN'AMICA E CONDIVIDO CON MOLTO PIACERE.
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Ciao  ,
Ho visto che hai menzionato direcontrolaviolenza.it su  percontinuareilviaggio.blogspot.com/2016/, volevo ringraziarti per il lavoro che stai svolgendo nel promuovere le donne.
Vorrei suggerirti di condividere questa guida appena uscita che  parla della sicurezza online per le donne. E' stata scritta da donne per le donne e permette alle donne di proteggersi on-line.
Mi è piaciuto il modo in cui hanno dato alcuni suggerimenti  e soluzioni su cosa fare in ogni situazione.

Grazie per il tuo lavoro nell'aiutare le donne a proteggersi online, 
Adela

lunedì 24 settembre 2018

GUERRA E PACE !

Un anno fa, papa Francesco pronunciò il suo no alla guerra giusta, rompendo con un concetto dalla
lunga e gloriosa carriera nella cristianità. Difficile misurare l’impatto di quel passo a un anno di
distanza, mentre aumenta il rumore di fondo di un mondo in armi. È nuova e grave la sfida per i
cristiani di oggi, contemporanei dello stato di conflitto generalizzato, della mobilitazione
permanente, del dispiegamento diffuso di forze. I seguaci di Cristo sono alle prese con due esigenze
in conflitto tra loro. Da un lato i cristiani vogliono la pace: si attendono ogni parola e ogni iniziativa
in tal senso dai loro leader religiosi e politici, dai teologi, dai pastori. Dall’altro lato, i cristiani
devono combattere: per le loro nazioni e comunità, per la loro fede e cultura. La formula di
Bergoglio sembrò offrire una risposta solo alla prima domanda: «Non mi piace l’espressione guerra
giusta. Si dice: “Io faccio la guerra perché non ho altra possibilità per difendermi”. Ma nessuna
guerra è giusta. L’unica cosa giusta è la pace». Alla seconda domanda, al persistente bisogno di
legittimazione della guerra, rispondono i fatti: l’obiezione di coscienza alla guerra preme meno ai
vescovi di quella ad aborto e nozze gay, i cappellani militari sono vivi e vegeti, prosperano i
crocifissi sovranisti e nazionalisti.
_______________________________________________________________________________ Marco Ventura in “la Lettura” del 23 settembre 2018

martedì 11 settembre 2018

QUANDO UNA LEGGE PUO' DIVENTARE DISCRIMINANTE

<<Sono passati ottanta anni dalla firma apposta dal re Vittorio Emanuele III nella residenza estiva di San Rossore a Pisa e dal successivo annuncio di Mussolini in Piazza Unità d’Italia a Trieste davanti a una folla entusiasta e plaudente a favore delle "Leggi antiebraiche" o meglio delle "Leggi razziste". La ferita è ancora aperta e le terribili testimonianze di chi in quei giorni fu cacciato da scuole e università, di chi perse il lavoro, di chi perse la piena cittadinanza, i diritti fondamentali, ce lo ricordano ogni giorno. Una infamia sancita nell’indifferenza generale. È questo quello che più urta di questo abominio giuridico, che fu premessa e anticamera alla Shoah. Una lezione che siamo chiamati a far nostra e a proiettare, di fronte a nuove ingiustizie che si compiono, nella lotta sempre aperta a ogni forma di odio e discriminazione, pur in contesti e situazioni molto differenti rispetto ad allora, nel nostro turbolento presente e nel futuro che vogliamo lasciare in dote alle nuove generazioni.
Tutto ciò potrebbe riaccadere oggi? Quali furono i segni premonitori che non si seppero cogliere allora? Quali i segnali o le rassicurazioni da considerare oggi?
Quella che viviamo è un’epoca complessa, sempre più caratterizzata dalla diffusione di fake news, da odio gratuito che inquina spazio pubblico e social network, dal riaffiorare di complottismi e pregiudizi mai del tutto sconfitti. Una minaccia che riguarda non solo i soggetti e le comunità colpite ma che deve vederci sempre più uniti – istituzioni democratiche, società civile, le diverse minoranze – nella consapevolezza della criticità del momento che stiamo attraversando. Davanti a noi un bivio storico, dalle conseguenze potenzialmente devastanti. Oggi più che mai appare urgente la riaffermazione dei valori dell’educazione, della cultura, dell’incontro, della condivisione. Non sarà facile, il compito è evidentemente in salita, ma questo è un orizzonte imprescindibile per tutti coloro che hanno a cuore le conquiste democratiche e i principi sanciti nella Costituzione repubblicana.>>
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Noemi Di Segni, presidente Unione delle comunità ebraiche italiane

mercoledì 5 settembre 2018

BASTERÀ IL SILENZIO DI PAPA FRANCESCO?

La Chiesa è preda di una congiura, in cui l'abisso della vergogna pare senza fondo?
Papa Francesco  si rivolge al “popolo di Dio” e in riferimento al Vangelo che parla del tentativo degli abitanti di Nazareth di eliminare il problema e di soffocare la verità,che è Cristo, dice che «La verità è silenziosa, non è rumorosa», e quindi c’è un’unica scelta da fare «con le persone che cercano soltanto lo scandalo, la divisione, la distruzione: silenzio»: ma Lui deve uscire dal silenzio! Anzitutto per ricordare con forza e ad alta voce a tutti i cristiani più che mai esterrefatti che uno solo è sacerdote, “grande sacerdote”, dice la Lettera agli Ebrei, ricordata in Lumen gentium. E che quel sacerdote lì non può mancare alla Chiesa, al di là di tutte le vicissitudini del tempo. Rileggiamo tutti il Vangelo di Giovanni sul “buon pastore”, sola “porta delle pecore”. L'istituzione – in questo caso il sacerdozio ministeriale – non è la corona sacra della Chiesa. È invece, se ben compresa, e con i suoi limiti, umile servizio per il tempo presente, per la presenza sacramentale di Cristo per il popolo dei battezzati. Che è tutt'altra cosa rispetto a ciò che lascia immaginare il mondo dei “principi della Chiesa”. Ed è questo che ci porta al nocciolo del problema: l'imperiosa necessità che si impone oggi di rivedere radicalmente la nostra ecclesiologia. Perché è una maniera deficiente, squilibrata e presuntuosa di intendere e di vivere il potere presbiterale ad essere, in gran parte, a monte dei crimini di pedofilia e degli scandali di autorità. Una teologia piramidale della Chiesa ha sempre supportato l'identità di prete come cristiano d'élite, al di sopra degli altri battezzati, che ha giurisdizione sulla vita degli altri. L'onnipotenza che ne deriva autorizza necessariamente gli eccessi, in particolare nel togliere gli ostacoli all'esercizio di fantasie di alcuni. Questa realtà deve essere oggi interrogata con coraggio.
Non possiamo più attenerci ad una ecclesiologia elaborata ed attuata esclusivamente dal clero.
Bisogna che la Chiesa sia pensata a più voci.
In ogni caso, nell'istituzione, tutti, chi più chi meno, sono necessariamente coinvolti nel dramma del
momento, dato che esso è in rapporto con un ordine ecclesiale problematico, che favorisce in particolare una colpevole legge del silenzio. Stando così le cose, e di fronte a tutte queste pericolose manovre che contribuiscono a peggiorare la crisi, è importante che si affermi con forza che c'è un bisogno imperioso del ministero di papa Francesco. Lui resta, in questo mondo incerto e minaccioso, la massima autorità morale capace di opporsi a funeste ideologie nazionaliste, a politiche di chiusura e di esclusione, che fomentano gli odi e rabbuiano il futuro della comunità umana. Papa Francesco resta anche, per la Chiesa, il pastore essenziale che, con una fermezza eccezionale, dà consistenza al sacerdozio dei battezzati, ancora recentemente con Gaudete ed exsultate, mostrando che la santità è vocazione di tutti, indissociabile dal battesimo. È anche colui che ricorda, con un vigore che fa superare al suo discorso i confini della Chiesa, che la misericordia  è tutto il messaggio evangelico, e quindi anche ciò che deve essere messo in atto nel nostro rapporto col mondo, al di là delle ristrette visioni moralizzatrici che sfigurano il discorso cattolico. Non si tratta di entrare in una logica di rapporti di forza, molto praticata sia all'esterno come all'interno della Chiesa. Ma di far sapere, come cristiani, ciò di cui abbiamo bisogno da parte dell'istituzione per attenerci fedelmente alla missione affidataci da Cristo.
Certo, l'ostinazione di papa Francesco, fin dalla sua elezione, ad invocare e a comunicare “la gioia del Vangelo” può sembrare oggi totalmente irreale. A meno di immergersi profondamente nel Vangelo, per far fronte alla situazione.
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Estratto di Anne-Marie Pelletier
in “www.la-croix.fr” del 28 agosto 2018

mercoledì 29 agosto 2018

LETTERA DI DON GINO RIGOLDI AL DIRETTORE DEL CORRIERE DELL SERA

Caro Direttore, leggo su un giornale milanese che l’85% dei cattolici sarebbe d’accordo con Matteo
Salvini e con i suoi interventi per evitare l’approdo in Italia dei migranti. Certi dati non sono da
prendere come Vangelo, ma, se fossero veri anche in maniera approssimativa, il Vangelo c’entrerebbe eccome.
Mi preme affermare che non si devono mai identificare e giudicare le persone per le loro opinioni.
Certe paure, alcune esperienze brutte possono orientare giudizi e atteggiamenti poco giustificati. Un
potente e, secondo me, disonesto promotore di rifiuti e di odio sono stati alcuni programmi televisivi che sottolineavano, con testimonianze in qualche modo interessate, i privilegi, le ingiustizie, le spese a favore degli immigrati a fronte di grandi povertà degli italiani. Queste pessime trasmissioni sono venute ben prima di Salvini, ma hanno preparato, in un pubblico poco informato, un clima di rifiuto qualche volta anche violento. Il messaggio (ai cristiani) è stato: «Non sono tuoi fratelli o sorelle, sono i tuoi nemici». Esattamente il contrario del Vangelo. Una ricerca realizzata da Ipsos nel marzo di quest’anno, riguardante mille cittadini milanesi ultra-diciottenni, ha evidenziato che l’85% degli intervistati concordava con l’affermazione: «Non si è mai troppo prudenti nel trattare con la gente».
Oggetto del dubbio e della paura sono adesso tutti i «fuori dalla mia piccola cerchia familiare e amicale», stranieri ma anche italiani, vicini di casa e arrivati col barcone, musulmani e cristiani.
Sotto il profilo sociale, relativamente alla unità e coerenza di concetti come città e nazione, questo è un disastro, se poi si considera la coerenza con il Vangelo e si ricorda il Grande Comandamento che ordina, comanda di amare il prossimo e di amare anche i nemici, siamo molto lontani e, direi, contro la fede.
Per i cristiani la parola di Gesù viene molto prima delle esternazioni di un ministro o della politica di un governo. Sotto il profilo evangelico il «prima i nostri e poi gli altri» è la tomba della generosità e della solidarietà e perciò della fede, che è sempre scelta concreta. Giusto, anche evangelicamente, fare i conti con le nostre possibilità, con la richiesta di corresponsabilità dell’Europa. Sempre un grave peccato la mancanza di rispetto per la dignità delle persone, più che mai se sono poveri e fuggitivi.

venerdì 10 agosto 2018

MANIFESTO PER L'ACCOGLIENZA

Questa è una chiesa che accoglie
 «In quanto lo avete fatto a uno di questi miei minimi fratelli, l'avete fatto a me» (Matteo 25,40)
Dio si avvicina a noi come straniero: respingendo chi chiede il nostro aiuto chiudiamo la porta a Gesù che ci cerca e tende la sua mano.
 «Fui straniero e mi accoglieste» (Matteo 25,35)
Annunciamo che la fede in Cristo ci impegna all’accoglienza nei confronti del prossimo che bussa alla nostra porta in cerca di aiuto, protezione e cure.
 «Nel giorno che Dio creò l'uomo, lo fece a somiglianza di Dio» (Genesi 5,1)
Affermiamo che ogni uomo, ogni donna, ogni bambino e ogni bambina sono creature di Dio, a sua
immagine e somiglianza, e che pertanto non si possa discriminare nessuno a causa della sua pelle, della sua religione, della sua identità di genere. Ogni forma di razzismo è per noi un’eresia teologica.
 «Maledetto chi calpesta il diritto dello straniero» (Deuteronomio 27,19)
Siamo chiamati a difendere la vita, la dignità e i diritti di migranti, richiedenti asilo, rom, minoranze
etniche e religiose e di quanti sono perseguitati ed emarginati.
 «Non c'è qui né Giudeo né Greco… perché voi tutti siete uno in Cristo Gesù» (Galati 3,28)
L’Evangelo di Cristo abbatte le differenze etniche e ci chiama a essere una Chiesa aperta all’incontro e allo scambio, in cui italiani e immigrati vivono insieme la fede cristiana.
 «Un uomo scendeva da Gerusalemme a Gerico, e s'imbatté nei briganti che lo spogliarono, lo ferirono e poi se ne andarono, lasciandolo mezzo morto… un Samaritano… vedendolo, ne ebbe pietà; avvicinatosi, fasciò le sue piaghe versandovi sopra olio e vino, poi lo mise sulla propria cavalcatura, lo condusse a una locanda e si prese cura di lui» (Luca 10,30.33-34)
Apprezziamo e sosteniamo chi salva le vite dei migranti vittime dei traffici illegali e garantisce il
soccorso umanitario nel Mediterraneo come sui passi alpini.
e per questo:
 Respingiamo la falsa contrapposizione tra accoglienza degli immigrati e bisogni degli italiani, perché un paese tra i più ricchi al mondo ha le risorse per garantire l’una e gli altri e perché sappiamo che, col tempo, anche i nuovi immigrati costituiscono una risorsa per un paese come l’Italia ad alto declino demografico.
 Siamo impegnati a garantire corridoi umanitari a favore dei richiedenti asilo in modo che possano
arrivare in Europa in sicurezza e legalmente. Lo facciamo ecumenicamente e nel rispetto delle
normative europee.
 Crediamo nella necessità dell’integrazione degli immigrati in una società accogliente, capace di
promuovere l’incontro e lo scambio interculturale nel quadro dei principi della Costituzione.
 Ci opponiamo alle politiche italiane ed europee di chiusura delle frontiere, di respingimento e di
riduzione delle garanzie di protezione internazionale dei richiedenti asilo, tanto più quando fonti
istituzionali delle Nazioni Unite attestano sistematiche violazioni dei diritti umani nei paesi di partenza e di transito.
 A tutti - ma ancor di più a chi ha responsabilità istituzionali - chiediamo di adottare un linguaggio
rispettoso della dignità dei migranti e di contrastare con gesti e azioni concrete atteggiamenti xenofobi e razzisti.
 Denunciamo e critichiamo la campagna politica contro gli immigrati e i richiedenti asilo che, a fronte di arrivi in diminuzione e perfettamente sostenibili in un quadro di solidarietà europea, esaspera e drammatizza il dibattito pubblico.
 Ci appelliamo alle chiese sorelle dell’Europa perché accolgano quote di richiedenti asilo e spingano i loro governi a promuovere politiche di condivisione dei flussi migratori in un quadro di solidarietà e responsabilità condivise.
 Ricordando la Parola dell’apostolo «Se parlassi le lingue degli uomini e degli angeli, ma non avessi amore, sarei un rame risonante o uno squillante cembalo» (I Corinzi 13,1), affermiamo che l’amore di Dio per l’umanità è più forte dei nostri egoismi di individui e di nazioni e che noi siamo chiamati a testimoniarlo ogni giorno con gioia, speranza e fiducia.
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Questo «Manifesto per l’accoglienza» è stato approvato l’8 agosto 2018 dal Consiglio della Federazione delle Chiese
Evangeliche in Italia (FCEI) 

sabato 4 agosto 2018

SE IL SINGOLARE SOFFOCA IL PLURALE

Non molto tempo fa mi trovavo in un negozio per fare degli acquisti. Al momento del pagamento, al
titolare che, tra l’altro, era anche un mio amico, dico: «Senti, tieniti basso con il prezzo perché non
pago con i soldi miei ma con quelli della parrocchia!». Vicino a me c’era una signora, anch’essa una
mia conoscente, che mi guarda stupita e mi dice: «Don Aldo! Che fai? Ragioni al contrario? È
quando i soldi sono tuoi che devi fare più attenzione!».
Ed io, di rimando: «No, signora cara! Io, con i soldi altrui sono più esigente che con i miei! E
ritengo le cose della Comunità più importanti di quelle mie personali! E ritengo la strada più
rispettabile del cortile di casa mia!».
Lascio il negozio tra il sorriso intrigante dell’amico negoziante e lo stupore stralunato della signora
interdetta.
Lascio il negozio ma non la riflessione, che per strada mi continua ad investire con domande
impertinenti, ma anche con incontri imprevisti e sorprendenti.
Incontro, camminando, don Milani che mi dice: «Certe cose, caro Aldo, non sono spontanee, ma si
imparano assumendo delle responsabilità. I miei ragazzi di Barbiana, per esempio, imparavano
insegnando. Se vai a leggere la loro Lettera ad una Professoressa, sin dall’inizio vi troverai scritto
che ‘il problema degli altri è uguale al mio. Sortirne tutti insieme è la politica. Sortirne da soli è
l’avarizia’».
In effetti il grande male delle società moderne, massificate e parcellizzate, è che l’individuo non si
percepisce più come appartenente ad un gruppo. Il virus individualista ha derubato la coscienza
moderna di una certezza elementare, e cioè che si sta tutti sulla stessa barca...
Il soggetto, ridotto a individuo, non si percepisce più come «nodo di relazioni», così come lo intendeva Raimon Panikkar, ma vive la sua individualità come fosse una monade apolide e considera la relazione interumana del tutto estranea all’identità soggettiva. Un processo di sradicamento e delocalizzazione delle persone che vivono le particolarità di un luogo senza sentirsene parte...
Sempre cammin facendo incontro un altro grande sacerdote, don Tonino Bello, che con il suo magro e solare sorriso mi dice: «Altro che ‘relazioni’. L’acidità ci inquina. Stiamo diventando corazze. Più che luoghi d’incontro, siamo spesso piccoli centri di scomunica reciproca. Tendiamo a chiuderci. La trincea ci affascina più del crocicchio. L’isola sperduta, più dell’arcipelago. Il ripiegamento nel guscio, più della esposizione al sole della comunione e al vento della solidarietà. Sperimentiamo la persona più come solitario auto-possesso, che come momento di apertura al prossimo. E l’altro, lo vediamo più come limite del nostro essere, che come soglia dove cominciamo a esistere veramente». (Uno per uno fa sempre uno. Verso la Pasqua, casa della Trinità).
Questa la tragedia dentro la quale oggi ci tocca vivere.
Rientro in casa come se entrassi nel mondo: i libri, i giornali e le riviste che invadono il mio studio formano un coro che si unisce alla voce della mia coscienza e che anche in questa denuncia mi dice che non sono solo.
Vedo il volto austero e cupo del filosofo Friedrich Wilhelm Nietzsche, che nel 1887, un anno prima di scendere nel buio della sua follia, annunciava profeticamente l’«avvento dell’Individuo sovrano», uguale soltanto a se stesso, riscattato dall’eticità dei costumi, miope divoratore di diritti propri senza coscienza di doveri.
Ascolto il giornalista Ezio Mauro che scrive ad alta voce: «Quando il cittadino si rinchiude nell’esercizio privato dei suoi diritti e li coniuga soltanto al singolare, non mette nulla in movimento, e diventa per questo irrilevante, numero ma non soggetto» (La Repubblica del 22 Febbraio 2018).
Leggo il teologo Vito Mancuso che scrive: «L’incipit giovanneo ‘in principio erat verbum’  potremmo tradurlo anche: ‘in principio la relazione’. Perché linguaggio di Dio è la relazione che crea armonia, non il dictatus che crea sottomissione!».
È una sinfonia che il chiasso sguaiato delle solitudini in conflitto non ascolta.
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di Aldo Antonelli in “Rocca” n. 15/16 del 15 agosto 2018

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