giovedì 4 novembre 2021

PRESENZA E RICORDO DI CHI NON C'E' PIU'

Quando arriva Novembre e in particolare i primi giorni del mese dedicati al ricordo dei nostri cari che ci hanno lasciato, arriva anche un particolare pensiero: "le persone care che ci sono state accanto e non possono più esserci vicine fisicamente, continuano ad accompagnarci in molti modi". Alcuni sostengono di continuare a sentire la loro presenza. Non possiamo più vederle né sentirle ma loro sono nei nostri pensieri e con i loro insegnamenti, uniti ai ricordi, continuano a farci da guida nella vita.

A seconda di ciò in cui crediamo, potremo pensare di rivedere le persone che ci sono state accanto in questa vita in una vita futura o in una vita ‘eterna’. Altri invece pensano che le persone che ormai sono morte possano comunque continuare a manifestarsi nella nostra vita dando vita a dei fenomeni ‘particolari'.


Dato che dal nostro piccolo mondo possiamo sapere ben poco dell’ ‘aldilà‘, non dobbiamo fare altro che provare ad aprire le nostre menti cercando di abbandonare i timori e i pregiudizi. Potrebbe esistere davvero un legame eterno con le persone che ci sono state vicine nella nostra vita, o almeno con le loro anime?

Del resto forse più di una volta ci siamo resi conto di come le persone care del nostro passato ancora oggi continuino ad ispirarci e ad influenzarci, come se fossero ancora presenti e come se ci stessero dando dei suggerimenti utili per la nostra esistenza.

Non importa quali siano il nostro credo, la nostra fede, la nostra religione o le convinzioni che abbiamo, a volte la sensazione che nei momenti peggiori della nostra vita le persone care che hanno fatto parte del nostro passato siano ancora qui ci travolge.

Ogni pensiero e ogni azione della nostra vita hanno delle conseguenze e delle frequenze. Può darsi che a volte le anime delle persone care scompare riescano a ‘sintonizzarsi sulla nostra stessa frequenza’ e a farci sentire la loro presenza. Che sia possibile oppure no, ciò che è certo è che le persone che abbiamo amato le porteremo sempre nel cuore.

giovedì 23 settembre 2021

"EVENU SHALOM ALEJEM" ... LA PACE IN NOI !

 Due giorni fa, il 21 Settembre, abbiamo festeggiato la Giornata Internazionale della Pace. Istituita il 30 novembre 1981 dall’Assemblea Generale delle Nazioni Unite tramite la risoluzione 36/67, la Giornata era nata dalla volontà di creare un giorno all’insegna della pace mondiale e della non violenza. Un'ottima idea per un grande progetto, ma sappiamo bene quanto ciò sia ancora molto distante dalla realtà attuale.  Paesi come l’Afghanistan, l’Egitto, la Libia, la Nigeria, vedono ancora oggi scontri a fuoco tra diverse fazioni per motivi religiosi, politici etnici.  Nessuna di noi ha in tasca una soluzione adatta o calzante per ogni situazione : la pace, oltre che una manifestazione o una giornata particolare, è e rimarrà sempre un obiettivo che si deve posizionare davanti ad ogni uomo di buona volontà, un già ma non ancora!

Fra le molte riflessioni ho scelto una poesia di Pablo Neruda, come una preghiera per l'uomo contemporaneo, affinché i conflitti bellici sparsi nel mondo trovino il prima possibile una soluzione: "Ode alla Pace".

Sia pace per le aurore che verranno,

pace per il ponte, pace per il vino,

pace per le parole che mi frugano

più dentro e che dal mio sangue risalgono

legando terra e amori con l’antico

canto;

e sia pace per le città all’alba

quando si sveglia il pane,

pace al libro come sigillo d’aria,

e pace per le ceneri di questi

morti e di questi altri ancora;

e sia pace sopra l’oscuro ferro di Brooklin, al portalettere

che entra di casa in casa come il giorno,

pace per il regista che grida al megafono rivolto ai convolvoli,

pace per la mia mano destra che brama soltanto scrivere il nome

Rosario, pace per il boliviano segreto come pietra

nel fondo di uno stagno, pace perché tu possa sposarti;

e sia pace per tutte le segherie del Bio-Bio,

per il cuore lacerato della Spagna,

sia pace per il piccolo Museo

di Wyoming, dove la più dolce cosa

è un cuscino con un cuore ricamato,

pace per il fornaio ed i suoi amori,

pace per la farina, pace per tutto il grano

che deve nascere, pace per ogni

amore che cerca schermi di foglie,

pace per tutti i vivi,

per tutte le terre e le acque.

Ed ora qui vi saluto,

torno alla mia casa, ai miei sogni,

ritorno alla Patagonia, dove

il vento fa vibrare le stalle

e spruzza ghiaccio

l’oceano. Non sono che un poeta

e vi amo tutti, e vago per il mondo

che amo: nella mia patria i minatori

conoscono le carceri e i soldati

danno ordini ai giudici.

Ma io amo anche le radici

del mio piccolo gelido paese.

Se dovessi morire mille volte,

io là vorrei morire:

se dovessi mille volte nascere,

là vorrei nascere,

vicino all’araucaria selvaggia,

al forte vento che soffia dal Sud.

Nessuno pensi a me.

Pensiamo a tutta la terra, battendo

dolcemente le nocche sulla tavola.

Io non voglio che il sangue

torni ad inzuppare il pane, i legumi, la musica:

ed io voglio che vengano con me

la ragazza, il minatore, l’avvocato, il marinaio, il fabbricante di bambole

e che escano a bere con me il vino più rosso.

Io qui non vengo a risolvere nulla.

Sono venuto solo per cantare

e per farti cantare con me.

domenica 11 luglio 2021

Lettera aperta sul ddl Zan del Consiglio di Presidenza del Coordinamento Teologhe Italiane (CTI)

Ci sono dei momenti in cui è necessario prendere una posizione, anche se in un campo di battaglia disegnato in modo un po’ maldestro, come quello attivato attorno al DdL Zan: da una parte la giusta e sacrosanta istanza di eliminare ogni forma di discriminazione e di violenza omotransfobiche, dall’altro la reazione di chi teme decostruzioni e disordini simbolici. In realtà le cose sono molto più complesse di così e richiederebbero delle precisazioni filosofiche e teologiche. A sottolineare la complessità si prova una strana sensazione e si impone subito una domanda inquietante: vi sembra il caso di mettere i puntini sulle i, quando ci sono di mezzo storie insultate, disprezzate e violentate? Viene in mente allora l’immagine usata da Popper per certi modi di fare filosofia, quando continuamente ci si preoccupa di strofinare gli occhiali per renderli lindi e trasparenti, senza mai inforcarli per vedere che cosa accade intorno a noi. Oppure ci si sente come Piero nella canzone di De Andrè, che mentre si sofferma a pensare alla situazione e al destino dell’uomo che ha di fronte, vestito con la divisa del nemico, si ritrova improvvisamente a terra e poi sepolto in un campo di grano. Tuttavia è scaduto il tempo per gli indugi: sono assolutamente insopportabili e inaccettabili le cattiverie, le chiusure, gli insulti che feriscono le sorelle e i fratelli omosessuali o che affrontano difficili e delicati percorsi psicologici e sanitari per sintonizzarsi con sé stessi e con la loro esperienza intima. È ora di scegliere da che parte stare. Non dalla parte di chi giudica senza capire, non dalla parte di chi vuole controllare la grazia di Dio, non dalla parte di chi teme che le differenze possano corrompere il bene, non dalla parte di una cultura che misura l’amore senza mai riferirsi alla disponibilità di dare la vita per coloro a cui vogliamo bene. I dibattiti a cui abbiamo assistito finora sembrano schiacciati da una concezione misera di pluralità e da una cultura affettiva senza differenze, finendo per mancare l’essenziale: si tratta di nominare come fuori legge tutto ciò che offende, discrimina, emargina e violenta le storie d’amore impreviste, così come abbiamo imparato a condannare tutto ciò che denigra e umilia le persone disabili o le donne (almeno sulla carta). E in questa discussione così difficile, anche noi forse fatichiamo a trovare le parole con le quali esprimere ciò che ci sta a cuore, che è la vita che cerca di fiorire e di donarsi nella sua ricchezza di forme e di differenze. Le parole però vanno trovate, magari imperfette e fragili ma chiare nel significato di comunione con le sorelle e i fratelli omosessuali e transessuali che ora hanno bisogno di tutta la solidarietà possibile. Una volta espressa questa nostra chiara posizione di fondo, ci permettiamo anche di muovere alcune critiche al linguaggio che la proposta di legge ha assunto: è un linguaggio problematico per come usa le categorie di sesso e di genere e per l’antropologia sottesa al testo, che tende a separare, anziché a distinguere, il piano dell’esperienza corporea sessuata da quella più propriamente interpretativa. È come se non si riuscisse a cogliere che l’esperienza corporea è già fin dall’inizio psichica e che l’esperienza interpretativa, personale e sociale insieme, è fin dall’inizio in qualche modo radicata nei corpi. Dovremmo sapere – le donne solitamente lo sanno – che la differenza sessuale è il segno della finitezza di ogni vita che viene al mondo, e che questa differenza è al contempo biologica, psichica, simbolica e sociale e che con tutti questi tratti essa si fa storia. Invece ancora non lo abbiamo capito. È dunque questo lavoro ermeneutico a essere urgente e dovremmo iniziare a farlo nelle scuole, nelle nostre catechesi, nelle nostre famiglie. L’omotransfobia si evita così, con un’educazione alle differenze. Nel frattempo, mentre questa cultura delle differenze è affaticata o impedita da mille ostacoli, non c’è dubbio che ogni resistenza frontale a questa proposta di legge a firma Zan si riveli da sé come una forma di inospitalità verso le vite. Per questo, essa non può che risuonare antievangelica.

martedì 29 giugno 2021

UNA SCELTA LIBERA E IMPEGNATIVA

Contro il razzismo è giusto intervenire convinti, attivamente e a gran voce; ma perché tutti in ginocchio? Black Lives Matter ha lanciato a Euro 2020 una nuova forma di protesta in opposizione all’odio razziale: durante la presentazione ufficiale delle squadre i giocatori sono invitati a inginocchiarsi per segnalare compattamente il loro dissenso da ogni forma di discriminazione.

Un gran 'bel gesto', ma a rischio di essere connotato come obbligo, come abitudine, come gesto per dimostrarsi 'in'. E poi di solito sono i regimi totalitari a imporre gesti e riti collettivi di riconoscimento massificato, mentre le democrazie lasciano spazio alla protesta organizzata, mai comunque formalizzata o semi-forzata (altrimenti che protesta è?) e aprono alla possibilità della modalità individuale di dissenso.


Speriamo che questi cari campioni non pensino di essere dei veri antirazzisti per il solo fatto di assecondare una tendenza creata perché così fan tutti.

Il vero antirazzismo è altro: apertura al diverso, amicizia e accoglienza nei suoi confronti, aiuto economico e sociale a chi giunge profugo scacciato da mondi lontani e violenti, concreta collaborazione affettiva e culturale al suo inserimento, ecc. Bisognerà avere il coraggio di opporsi  con forza alle indegne gazzarre che troppo spesso si verificano negli stadi quando un calciatore di pelle più scura tocca il pallone, con dichiarazioni, gesti concreti di solidarietà, rifiuto di continuare a giocare, se serve!

Un gran 'bel gesto' questo inginocchiarsi, ma soprattutto un grande impegno futuro!

lunedì 28 giugno 2021

IL DDL ZAN NON PUO' ESSERE FERMATO!

Non mi sorprende ma sicuramente mi preoccupa l’iniziativa della Segreteria di Stato vaticana che, tramite l’Ambasciata italiana presso la Santa Sede, avrebbe formalmente chiesto una revisione del Ddl Zan in materia di omotransfobia perché il testo all’esame del Senato violerebbe “l’accordo di revisione del Concordato”.

Nessuno può negare alla Chiesa Cattolica un'opinione in merito al problema, ma non in questi termini che si configurano come una vera e propria interferenza nei confronti della libera determinazione del Parlamento italiano e quindi come una violazione dell’articolo 7 della Costituzione che sancisce che Stato e Chiesa cattolica sono, ciascuno nel proprio ordine, indipendenti e sovrani.

A me sembra che il Ddl Zan non limiti la possibilità della Chiesa cattolica o di altri soggetti di impartire liberamente il proprio insegnamento morale ma vuole punire chi propaganda ovvero istiga a commettere o commette atti di discriminazione fondati sul sesso, sul genere, sull’orientamento sessuale, sull’identità di genere o sulla disabilità. La norma, difatti, non limita né sanziona un insegnamento, un precetto o un’idea ma la propaganda o l’istigazione di un atto di discriminazione. Si tratta di una distinzione essenziale e per questo mi permetto di invitare cattolici, Chiesa e Vaticano a considerare questa norma con uno spirito protettivo e amorevole nei confronti delle vittime di discriminazioni fondate sull’orientamento sessuale o sulle disabilità.

Da parte mia mi sento in dovere di esprimere il mio pieno sostegno umano a quanti, per il loro orientamento sessuale o per le loro disabilità, ogni giorno subiscono attacchi, derisioni e violenze. Spero che il Parlamento, nello spirito laico che deve orientarlo valuti con senso di responsabilità e discernimento il testo in discussione e deliberi con l’urgenza imposta dalla gravità del tema: buon lavoro!

mercoledì 23 giugno 2021

LETTERA CONTRO IL RAZZISMO !

 «Dinanzi a questo scenario socio-politico particolare che aleggia in Italia, io, in quanto persona nera, inevitabilmente mi sento chiamato in questione. Io non sono un immigrato. Sono stato adottato quando ero piccolo. Prima di questo grande flusso migratorio ricordo con un po’ di arroganza che tutti mi amavano. Ovunque fossi, ovunque andassi, ovunque mi trovassi, tutti si rivolgevano a me con grande gioia, rispetto e curiosità. Adesso, invece, questa atmosfera di pace idilliaca sembra così lontana; sembra che misticamente si sia capovolto tutto, sembra ai miei occhi piombato l’inverno con estrema irruenza e veemenza, senza preavviso, durante una giornata serena di primavera.

Adesso, ovunque io vada, ovunque io sia, ovunque mi trovi sento sulle mie spalle, come un macigno, il peso degli sguardi scettici, prevenuti, schifati e impauriti delle persone. Qualche mese fa ero riuscito a trovare un lavoro che ho dovuto lasciare perché troppe persone, prevalentemente anziane, si rifiutavano di farsi servire da me e, come se non bastasse, come se non mi sentissi già a disagio, mi additavano anche la responsabilità del fatto che molti giovani italiani (bianchi) non trovassero lavoro.

Dopo questa esperienza dentro di me é cambiato qualcosa: come se nella mia testa si fossero creati degli automatismi inconsci e per mezzo dei quali apparivo in pubblico, nella società diverso da quel che sono realmente; come se mi vergognassi di essere nero, come se avessi paura di essere scambiato per un immigrato, come se dovessi dimostrare alle persone, che non mi conoscevano, che ero come loro, che ero italiano, che ero bianco. Il che, quando stavo con i miei amici, mi portava a fare battute di pessimo gusto sui neri e sugli immigrati, addirittura con un’aria troneggiante affermavo che ero razzista verso i neri, come a voler affermare, come a voler sottolineare che io non ero uno di quelli, che io non ero un immigrato.

L’unica cosa di troneggiante però, l’unica cosa comprensibile nel mio modo di fare era la paura. La paura per l’odio che vedevo negli occhi della gente verso gli immigrati, la paura per il disprezzo che sentivo nella bocca della gente, persino dai miei parenti che invocavano costantemente con malinconia Mussolini e chiamavano “Capitano Salvini”. La delusione nel vedere alcuni amici (non so se posso più definirli tali) che quando mi vedono intonano all’unisono il coro ”Casa Pound”. L’altro giorno, mi raccontava un amico, anch’egli adottato, che un po’ di tempo fa mentre giocava a calcio felice e spensierato con i suoi amici, delle signore si sono avvicinate a lui dicendogli: “goditi questo tuo tempo, perché tra un po’ verranno a prenderti per riportarti al tuo paese”.

Con queste mie parole crude, amare, tristi, talvolta drammatiche, non voglio elemosinare commiserazione o pena, ma solo ricordare a me stesso che il disagio e la sofferenza che sto vivendo io sono una goccia d’acqua in confronto all’oceano di sofferenza che stanno vivendo quelle persone dalla spiccata e dalla vigorosa dignità, che preferiscono morire anziché condurre un’esistenza nella miseria e nell’inferno. Quelle persone che rischiano la vita, e tanti l’hanno già persa, solo per annusare, per assaporare, per assaggiare il sapore di quella che noi chiamiamo semplicemente “Vita”.

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Seid Visin, Gennaio 2019

domenica 20 giugno 2021

RIFUGIATI NEL MONDO ... UNA NAZIONE PIU' GRANDE DELL' ITALIA!

C’è chi una casa, un villaggio, per non parlare di una terra che possa chiamare sua non l’ha mai avuta. Perché il destino si è accanito contro di lui fin da subito e prima ancora che venisse al mondo l’ha condannato a vivere senza una patria. Non stiamo parlando di poche persone. Tra il 2018 e il 2020 nel mondo quasi un milione di bambini sono nati rifugiati, figli di genitori che, per sopravvivere a una guerra o perché perseguitati, sono stati costretti a fuggire dal proprio Paese abbandonando tutto, affetti, lavoro, abitazione. Una condizione, quella di rifugiato, che per molti minori potrebbe durare anni. La cifra emerge dal rapporto annuale Global trends 2020 sulle migrazioni forzate dell’Alto commissariato Onu per i rifugiati (Unhcr).

Nel 2020, si legge nel rapporto, il numero di uomini, donne e bambini in cerca di salvezza da guerre, violenze, persecuzioni e violazione dei diritti umani è salito fino a quasi 82,4 milioni, il 4% in più rispetto al 2019 quando si arrivò a toccare la cifra, già allora considerata record, di 79,5 milioni.

Se fosse una Paese sarebbe più grande dell’Italia. Di questi, sempre alla fine del 2020, 20,7 milioni si trovavano sotto mandato Unhcr, 5,7 milioni erano rifugiati palestinesi e 3,9 milioni erano venezuelani fuggiti all’estero. 48 milioni di persone erano invece sfollate all’interno del proprio Paese, mentre altri 4,1 milioni erano richiedenti asilo. Le ragazze e i ragazzi sotto i 18 anni rappresentano invece il 42% del totale e, avverte l’Unhcr, sono particolarmente vulnerabili, specie quando le crisi da cui fuggono durano anni. A rendere peggiori le cose se possibile, c’è poi la constatazione che l’emergenza Covid19 non ha certo spinto molti Stati a una maggiore solidarietà verso i rifugiati. Tutt’altro. Nei mesi in cui la pandemia ha toccato il picco, più di 160 Paesi hanno chiuso le loro frontiere e 99 Stati non hanno fatto eccezioni per le persone in cerca di protezione. La conseguenza è che il numero delle richieste di asilo è crollato del 45%, passando da 2 milioni a 1,2 milioni. Per fortuna c’è anche chi ha trovato il modo di garantire l’accesso all’asilo attraverso adeguate misure sanitarie, come screening medici alla frontiera, o quarantena all’arrivo nel Paese. I Paesi che hanno accolto di più sono Usa, Germania e Spagna, mentre quelli da cui proviene il maggior numero di rifugiati sono Venezuela, Afghanistan e Siria. 

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Estratto di Leo Lancari in “il manifesto” del 20 giugno 2021

venerdì 28 maggio 2021

AUGURI AD AMNESTY INTERNATIONAL : GRAZIE DI ESISTERE! ... E DI RESISTERE!

 Esattamente 60 anni fa, l’avvocato inglese Peter Benenson, dopo aver appreso la notizia di due studenti ingiustamente arrestati, lanciò un appello per chiedere la loro liberazione sulle pagine di un quotidiano. La risposta fu travolgente: centinaia di persone scrissero e inviarono lettere, trasformando la frustrazione e l’indignazione in un’azione per chiedere la liberazione dei prigionieri di coscienza.


Quel giorno nacque Amnesty International e da allora le nostre battaglie si sono moltiplicate: in 60 anni abbiamo condotto campagne mondiali contro la tortura e la pena di morte (ormai abolita in oltre metà dei paesi nel mondo) e ci battiamo per i diritti sociali ed economici di tutte le persone.

Da quel giorno, è nata una rete di persone, in ogni angolo del pianeta, accomunate dalla voglia di lottare per un mondo migliore, attraverso azioni e mobilitazioni.

Una rete di persone come te, che lottano per i diritti di persone come te, con l’aiuto di persone come te.

Se una persona è una goccia nel mare, insieme siamo una marea: è grazie alle vostre firme, donazioni e mobilitazioni, infatti, che in 60 anni abbiamo ridato libertà e dignità a oltre 50.000 persone, salvando 3 vite al giorno.

Ricorda. È merito tuo.

#AmnestyIsYou

lunedì 24 maggio 2021

<< Fare l’amore è un’opera d’arte >>

Recenti fatti di cronaca, e soprattutto l’esteso spazio dedicato loro dai media, riguardo a violenze e stupri consumati anche da gruppi di ragazzi hanno certamente scosso molti genitori, diversi educatori e anche le coscienze più o meno consapevoli di molti giovani. Ma rimanere scossi non significa ancora essere spinti a reagire, fino a cercare di valutare questi eventi. Purtroppo oggi, se è vero che questi fatti causano un certo turbamento, ai giovani mancano però le parole per esprimerlo, e alle generazioni che li precedono, a partire dai genitori, manca la capacità di trasmissione dell’esperienza e dell’eventuale sapienza acquisita. L’espressione poetica di un assetato di amore qual è stato Wystan Hugh Auden, “La verità, vi prego, sull’amore”, è una richiesta profonda che abita il cuore umano, un’invocazione forse oggi più che mai presente, ma che non riesce a raggiungere qualcuno che sappia dare una risposta. Si può dire che è cambiato il mondo “erotico”, cioè il mondo delle relazioni d’amore, e dunque anche dell’esercizio sessuale, ma resta vero che il mutamento è nelle forme, non nella sostanza, che consiste sempre in un’umanizzazione dell’animalità che è in noi, che ci costituisce, e che dobbiamo sottomettere, ordinare e rendere capace di relazione. Ognuno di noi intuisce con una certa perspicacia, al di là dei concetti, che la pienezza della vita si ottiene solo nella reciprocità della relazione, nel reciproco e integrale dono di se stessi all’altro. In questo senso noi innestiamo nell’eros tutta la nostra sete abissale di vita, sete del corpo e sete dell’anima. Proprio perché abbiamo sete di vita cerchiamo l’altro, entriamo in relazione con l’altro, conosciamo l’amore e lo celebriamo nella sessualità. “La verità, vi prego sull’amore!” deve essere declinata come: “La verità, vi prego, sulla relazione!”. Noi umani, quando avvertiamo la pulsione sessuale, che è desiderio di vita, rispondiamo a un corpo animale. Gli animali sentono la pulsione in alcuni tempi dell’anno, nei periodi di fertilità, allora si accoppiano e generano. Noi umani invece conosciamo la pulsione con la pubertà, e certo fin da quel momento siamo fisicamente idonei all’accoppiamento e alla generazione, ma che senso avrebbe? Da noi c’è spazio per una dilazione, spazio per un lungo processo in cui disciplinare la sessualità, far maturare il desiderio, distinguerlo dal bisogno. Se viene a mancare questo spazio, da dedicarsi a un’educazione alla relazione, al sentimento e all’amore, allora compare la violenza, lo stupro, il bisogno che non conosce il desiderio e non sa vedere l’altro che ha di fronte nella sua alterità, libertà, dignità di soggetto. E facilmente l’esercizio della sessualità appare allora come possibilità di dominio sull’altro, un consumo del corpo dell’altro, una cosificazione del sesso dell’altro. Non è forse questo ciò che è indotto dalla pornografia così largamente e assiduamente “usitata” da ragazzini ai quali è negato l’accesso a strumenti di discernimento? Resta comunque paradossale che da un lato si inizi la pratica sessuale molto prima rispetto al passato, ma nello stesso tempo sia cresciuta in molti la paura dell’esercizio sessuale, sovente angosciato, mentre in altri si registra una senescenza precoce dei sensi a tal punto che si spegne il desiderio… Per opporre resistenza a queste derive della violenza sessuale e della dissipata giovinezza, incapace di costruire vere storie d’amore, servono insegnanti che facciano segno, certo non per insegnare la tecnica dell’esercizio sessuale ma per indicare come la relazione con l’altro sia necessaria per la pienezza di vita. Fare l’amore è fare un’opera d’arte, con il cuore, la mente, le parole e il corpo.

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di Enzo Bianchi in “la Repubblica” del 24 maggio 2021

lunedì 26 aprile 2021

CONTINUA LA CAMPAGNA DI AMNESTY INTERNATIONAL CONTRO LA PENA DI MORTE

 
Amnesty International si oppone incondizionatamente alla pena di morte, ritenendola una punizione crudeledisumana e degradante ormai superata, abolita nella legge o nella pratica (de facto), da più di due terzi dei paesi nel mondo.

La pena di morte viola il diritto alla vita, è irrevocabile e può essere inflitta a innocenti. Non ha effetto deterrente e il suo uso sproporzionato contro poveri ed emarginati

 è sinonimo di discriminazione e repressione.

Oggi, più di due terzi dei paesi al mondo ha abolito la pena capitale per legge o nella pratica.

Nel 2020 Amnesty International ha registrato 483 esecuzioni in 18 stati, con un decremento del 26 per cento rispetto alle 657 esecuzioni registrate nel 2019. Si tratta del più basso dato registrato nell’ultimo decennio.

  • La pena di morte viola il diritto alla vita. La Dichiarazione universale dei diritti umani e altri trattati regionali e internazionali, che chiedono l’abolizione della pena di morte, riconoscono il diritto alla vita. Un riconoscimento sostenuto anche dall’Assemblea generale delle Nazioni Unite che, nel 2007 e nel 2008, ha adottato una risoluzione che chiede, fra l’altro, una moratoria sulle esecuzioni, in vista della completa abolizione della pena di morte.
  • La pena di morte è una punizione crudele e disumana. La sofferenza fisica causata dall’azione di uccidere un essere umano non può essere quantificata, né può esserlo la sofferenza mentale causata dalla previsione della morte che verrà per mano dello Stato. Sebbene le autorità dei paesi mantenitori continuino a cercare procedure sempre più efficaci per eseguire una condanna a morte, è chiaro che non potrà mai esistere un metodo umano per uccidere.
  • La pena di morte non ha valore deterrente. Nessuno studio ha mai dimostrato che la pena di morte sia un deterrente più efficace di altre punizioni.
  • La pena di morte è un omicidio premeditato dello stato. Eseguendo una condanna a morte, lo stato commette un omicidio e dimostra la stessa prontezza del criminale nell’uso della violenza fisica. Alcuni studi hanno non solo dimostrato come il tasso di omicidi sia più alto negli stati che applicano la pena di morte rispetto a quelli dove questa pratica è stata abolita, ma anche come questo aumenti rapidamente dopo le esecuzioni.
  • La pena di morte è sinonimo di discriminazione e repressione. Nelle mani di regimi autoritari, la pena capitale è uno strumento di minaccia e repressione che riduce al silenzio gli oppositori politici.
  • La pena di morte non dà necessariamente conforto ai familiari della vittima. Lontana dal mitigare il dolore, la lunghezza del processo non fa altro che prolungare la sofferenza dei familiari della vittima, fino alla conclusione dove una vita viene presa per un’altra vita, in una forma di vendetta legalizzata.
  • La pena di morte può uccidere un innocente. Una difesa legale inadeguata, le false testimonianze e le irregolarità commesse da polizia e accusa sono tra i principali fattori che determinano la condanna a morte di un innocente. In alcuni paesi, il segreto di Stato che circonda la pena capitale impedisce una corretta valutazione di questo fenomeno.
  • La pena di morte infligge sofferenza ai familiari dei condannati. La pena capitale ha effetto sulla famiglia, sugli amici e su tutti coloro che sono vicini al condannato a morte.
  • La pena di morte nega qualsiasi possibilità di riabilitazione. Qualunque sia il metodo scelto per uccidere il condannato, l’uso della pena di morte nega la possibilità di riabilitazione, di riconciliazione e respinge l’umanità della persona che ha commesso un crimine.
  • La pena di morte non rispetta i valori di tutta l’umanità. I diritti umani sono universali, indivisibili e interdipendenti. Derivano da molte e diverse tradizioni nel mondo e sono riconosciuti da tutti i membri delle Nazioni Unite come standard verso i quali hanno accettato di conformarsi. È sull’insieme di questi valori che Amnesty International basa la sua opposizione alla pena di morte.

Appena dopo la fondazione nel 1961, abbiamo iniziato a inviare appelli per fermare le esecuzioni di prigionieri di coscienza. Un lavoro che oggi avviene a prescindere dal reato o dal comportamento sanzionato come reato, e indipendentemente dalla presenza o assenza dell’attenzione dei mezzi di informazione o del pubblico sui singoli casi.

A livello internazionale siamo tra i membri fondatori della Coalizione mondiale contro la pena di morte (World Coalition Against Death Penalty, WCADP) e coordiniamo le attività della Rete asiatica contro la pena di morte (Anti-Death Penalty Asia Network, ADPAN). Dal 2014 collaboriamo con la Task force contro la pena di morte, istituita dal ministero degli affari esteri, affinché il voto biennale sulla moratoria sulla pena di morte all’Assemblea generale delle Nazioni unite raccolga sempre di più il maggior numero di voti favorevoli.

Infine monitoriamo costantemente l’applicazione della pena di morte nel mondo fornendo dati e informazione in una pubblicazione annuale.

Il nostro impegno continuerà fino a quando:

  • i paesi che ricorrono ancora alla pena di morte non sospenderanno immediatamente tutte le esecuzioni;
  • i paesi che hanno già sospeso le esecuzione, non aboliranno questa pena per tutti i reati in maniera permanente;
  • tutte le condanne a morte non saranno commutate in pene detentive.

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