domenica 6 gennaio 2019

ACCOGLIENZA E OSPITALITA'

Nel giorno dell’Epifania, l’arcivescovo Lauro Tisi ha lanciato dall’altare del Duomo di Trento un appello all’accoglienza e all’ospitalità, paventando il rischio di una nuova ondata di violenza, intolleranza e xenofobia in un’Europa sempre più vecchia e meno aperta al confronto con il resto del Mondo. In occasione della tradizionale funzione dedicata ai popoli, una celebrazione a cui prendono parte delegazioni di buona parte delle comunità di nuovi cittadini presenti in Trentino, ciascuna con il costume tradizionale della propria zona d’origine, il prelato non ha usato mezzi termini per denunciare il risorgere di nazionalismi e razzismi, arrivando a mutuare alcune delle più conosciute parole di Karl Marx e Friedrich Engels dicendo che «uno spettro si fa strada per l’Europa: quello del settarismo e della violenza».
Senza mai fare esplicito riferimenti ai fatti di cronaca delle ultime settimane, l’arcivescovo di Trento ha poi parlato del pericolo connessi al «prevalere dell’isolazionismo sull’unità». «Vi è lo spettro amaro della chiusura delle nazioni - ha infatti aggiunto - e quello amarissimo della pace non più custodita come bene, mentre fatichiamo a riconoscere il valore della novità, e le nostra agende sono piene di cose già viste e di ovvietà. Non ci ricordiamo che ospitare non è solo un atto di bontà e di solidarietà, ma è soprattutto una condizione dell’esistere, della vita. Un popolo refrattario a culture altre, a storie diverse, non ha futuro».
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Estratto da l'Adige.it

venerdì 21 dicembre 2018

AUGURI DI BUON NATALE E DI UN NUOVO ANNO DI PACE!

Se vogliamo ritrovare il senso del Natale...

<<Bisogna spogliarsi di ogni senso di grandezza, affinché possiamo incontrare
la grandezza e l’umiltà di Dio
nella persona di suo figlio.
Dobbiamo essere pronti
all’imprevedibilità della rivelazione.>>
(Matta el Meskin)


... perché ...

<<Ogni Natale è un Natale nuovo,
è una nuova offerta
di amicizia e di condivisione
che Dio fa a ciascuno di noi.
Da parte nostra, allora,
ogni atto di accoglienza
e poi ogni atto di giustizia, di perdono,
di comprensione e di solidarietà
è il coronamento naturale
della celebrazione del Natale.>>

 (Carlo Maria Martini)


venerdì 14 dicembre 2018

NON E' MAI TROPPO TARDI...

Il 28 novembre il parlamento italiano ha approvato il cosiddetto decreto Salvini, che prevede la cancellazione della protezione umanitaria per chi non ha diritto all’asilo ma non può tornare nel suo paese. Subito dopo diversi comuni hanno applicato la norma, spingendo centinaia di persone in un limbo. La chiesa cattolica ha espresso la sua profonda disapprovazione. “Da parte nostra il discorso è molto chiaro. Prima di tutto deve prevalere un senso profondo di solidarietà. Non si possono mettere le persone in queste situazioni. Al centro dev’esserci sempre la persona umana e la sua dignità”, ha dichiarato Pietro Parolin, segretario di stato vaticano.
Il vescovo di Caltagirone, Calogero Peri, ha offerto quaranta letti in una struttura di proprietà della chiesa per accogliere chi rischia di essere espulso. “E se non dovessero bastare i posti letto? Ho già parlato con gli altri vescovi: apriremo le porte delle chiese, di ogni singola parrocchia nel nostro territorio”, dice Peri: “Qui non si tratta di politica. Qui si tratta di stare dalla parte degli esseri umani. Pensate che in Italia, in questo momento, è reato abbandonare i cani per strada, mentre non lo è abbandonare le persone. Anzi, abbandonare uomini, donne e bambini è richiesto da una legge”.
E non è finita qui!
Mons. Giancarlo Maria Bregantini (arcivescovo di Campobasso-Boiano, ex vescovo di Locri) in un articolo pubblicato sul settimanale 'Famigli Cristiana' ha le idee chiare: «Non si può invitare a fare il presepe e non accogliere negli Sprar una coppia vera di giovani sposi che hanno avuto un bimbo qualche mese fa e che ora sono per strada. Non si può venerare il crocifisso senza aver solidarietà con i crocifissi della storia».
«Sono molto belle le nostre tradizioni religiose popolari», continua mons. Bregantini sempre a proposito del presepe, «ma guai se ci accontentiamo solo di questa bellezza. Anzi, quello che viviamo in queste dimensioni religiose diventa ipocrisia se non c'è raccordo con quello che si vive nella realtà quotidiana. Si rischia di andare contro il mistero stesso che celebriamo».
Quello dell'arcivescovo di Campobasso è un invito alla coerenza: «Che facciano il presepe, ma non contro qualcuno. Che mettano il crocifisso, ma sapendo che questo non basta. Chi prepara il presepe e appende il crocifisso sappia che mette il cuore dentro una linea di solidarietà».
Parole che arrivano in ritardo? Forse. Ma sicuramente utili alla Chiesa stessa che riemerge con la profondità del messaggio umanamente cristiano, contro le falsità di chi si nasconde dietro un nazionalismo che rifiuta e divide.

martedì 11 dicembre 2018

SETTANT'ANNI...MA NON LI DIMOSTRA!

Settant’anni ma è come se fosse stata scritta ieri. Ieri perché molti degli articoli della «Dichiarazione universale dei diritti umani» sono ancora lettera e non «spirito», carta e non «carne», vita e storia delle persone. I diritti sono un cammino e una responsabilità. Qualcosa che nasce da un’aspirazione alla libertà e alla dignità, da un desiderio di pace e di giustizia. Dal sogno di una società dove chiunque, a prescindere da condizione, sesso, appartenenza etnica e culturale, riferimenti politici e religiosi, possa esprimere la sua personalità e mettere a disposizione le sue qualità e il suo talento. I diritti sono l’anello di congiunzione tra il bene del singolo e quello della comunità, nell’inesauribile tessitura che li lega e, vicendevolmente, li nutre. Ma per arrivare a questo non basta la politica – che pure ha come prioritario compito il tradurre quell’aspirazione in realtà. Occorre il contributo di tutti, e oggi come non mai dobbiamo avere il coraggio di riconoscere che se i diritti sono così fragili è anche perché non li abbiamo difesi con adeguata forza e continuità, svolgendo sino in fondo il nostro ruolo di cittadini. Giusto allora denunciare lo scandaloso abisso tra il contenuto di quegli articoli e il mondo come si presenta oggi ai nostri occhi: povertà, disoccupazione, guerre, disastri ambientali, migrazioni o, per meglio dire, deportazioni indotte. Un mondo dove il sogno di una società inclusiva, democratica, è stato abbandonato in nome di una logica economica selettiva, «algoritmi» del profitto non di rado coincidenti con dinamiche mafiose e criminali. Giusto denunciarlo così come denunciare una politica in gran parte impotente, inadeguata o spregiudicata fino al cinismo – vedi i negoziati con dittature e Paesi in mano a bande criminali per arrestare i flussi migratori, vedi la propaganda del sovranismo, dove l’odio e l’oblio – odio dello straniero, oblio della propria storia – diventano leve di consenso e di potere. Giusto e necessario. Ma ancora più importante è impegnarsi perché l’anniversario di ieri diventi un nuovo inizio, una storia dei diritti tradotti davvero in linguaggio universale, in grammatica dei rapporti non solo fra Paesi e popoli, ma fra persone e ambiente, perché è tempo ormai – come ci ricorda la «Laudato sì» di Papa Francesco – di riconoscere alla Terra la sua inviolabile dignità e di elevarla a soggetto giuridico, soggetto di diritti. Solo così i diritti umani possono riacquistare l’universalità che li definisce come tali e diventare nel concreto bene comune, base di una società dove ogni persona sia riconosciuta nel suo essere sempre fine e mai mezzo, artefice della propria e della altrui liberazione.
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di Luigi Ciotti in “il manifesto” del 11 dicembre 2018,*Gruppo Abele Libera

"SE NON RITORNERETE COME BAMBINI..."

Il 68% dei bambini e adolescenti di oltre 20 Paesi europei si sentono accoglienti e curiosi nei confronti di persone di diverse nazionalità che vivono nei loro paesi, secondo i risultati di un sondaggio online "Europe Kids Want" ("L'Europa che i bambini vogliono"), pubblicati oggi dall'Unicef e da Eurochild, realizzato su un campione composto da: bambini di 9 o meno anni (3,2%), 10-14 anni (35,2%), 15-17 anni (39,2%), 18-30 anni (22,4%). La tolleranza e la parità di trattamento dei migranti, indipendentemente dalla religione, dalla cultura o dalla lingua, sono gli aspetti più rilevanti dei risultati del sondaggio d'opinione.

L'indagine mostra inoltre che il 53% dei bambini e dei giovani dai 10 anni in su sono preoccupati di non trovare un lavoro nel futuro, soprattutto in Italia, Serbia, Spagna, Irlanda e Bulgaria. Il 74% di quelli che hanno risposto hanno detto che la scuola non li sta preparando abbastanza bene per le prossime fasi della loro vite.

Il sondaggio online 'Europe Kids Want' è stato sviluppato da esperti di diritti dell'infanzia e testato con i bambini prima di essere lanciato nel giugno di quest'anno. In totale, quasi 14.000 bambini e giovani di 23 paesi hanno partecipato all'indagine nel corso di quattro mesi, fornendo oltre 38.000 risposte a temi quali la sicurezza scolastica, il cambiamento climatico, l'ambiente familiare e il comportamento online.

"La partecipazione dei bambini al processo decisionale pubblico non è una cosa che è 'bello avere', ma un contributo necessario per ottenere decisioni migliori e una democrazia maggiormente partecipativa. Abbiamo anche bisogno di un'azione di governo a livello locale, nazionale e comunitario per coinvolgere i bambini. Non dobbiamo pensare ai bambini come 'al futuro', ma piuttosto come 'artefici del cambiamento oggi'", ha aggiunto Hanna Heinonen, Presidente ad interim di Eurochild.

venerdì 16 novembre 2018

CI STIAMO DIMENTICANDO DI NOI?


di Ascanio Celestini in “il manifesto” del 14 novembre 2018
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Quanto stiamo diventando cattivi? Come quelli che prendevano il caffè alla stazione quando partivano i treni pieni di ebrei e zingari? Come quelli che erano contenti dell’impero? ...

Più ci penso e più credo che non serve molto parlare di immigrati, di stranieri. Dobbiamo parlare di noi. Dell’umanità che ci stiamo perdendo per strada.

Con lo sgombero dei poveri cristi del Baobab – una ferita per la città perché era una risorsa vera per i disperati di Roma – s’è toccato un fondo che non era facile toccare. Solo con questi personaggi disumani potevamo toccarlo.

Con questi che si circondano di mostri per essere sempre più mostruosi. Quanti like mi mettono se porto un mazzo di fiori per una sedicenne stuprata? E se ce ne aveva tredici?

Viviamo in una città nella quale bisognerebbe riparare le strade piene di buche, dare un alloggio a chi non lo ha, migliorare il trasposto pubblico e le scuole, la sanità, eccetera. Ma si
prendono voti con questi argomenti? No, cari elettori.

Allora arrivano i blindati «l’avevamo promesso, lo stiamo facendo. E non è finita qui. Dalle parole ai fatti» dice il mostro di Riace, quello che ha trattato come un malfattore il sindaco Mimmo Lucano che ha dato una casa ai migranti e un paese ai suoi paesani.

Il ministro che sta facendo a pezzi le nostre barricate di civiltà.

E noi?

venerdì 9 novembre 2018

QUAL E' IL DIRITTO E QUAL E' IL ROVESCIO?

L'anno scorso un papà single di Napoli aveva avuto in affido una bimba Down, abbandonata in ospedale dalla madre subito dopo il parto e rifiutata da ben sette famiglie in attesa di adozione. All'epoca era una neonata di pochi giorni, oggi ha 18 mesi e Luca Trapanese l'ha adottata al compimento del primo anno. Il tribunale aveva scelto proprio lui, che già da tempo aveva inoltrato la richiesta proprio per accudire un bimbo disabile "senza porre alcuna condizione", creando un caso di risonanza nazionale.
Trapanese ha fondato a Napoli l'associazione "A ruota libera", che si occupa dei ragazzi Down, e "La casa di Matteo", per bambini gravemente malati, e si occupa anche di altre attività per l'inserimento dei disabili nella vita lavorativa in piena autonomia.
Intorno ad Alba non c'è solo Luca, anche se è con lui che dimostra l'attaccamento maggiore:  c'è una famiglia fatta di amici, parenti, cugini, zii e ben due nonne. "Qualche tempo fa sono stato legalmente adottato da una signora che ha un figlio disabile, che ora è mio fratello. Lei ci teneva che me ne occupassi io quando sarà solo e quindi ho due mamme".
Come sarà la vita di Alba? «Spero bellissima. Potrebbe lavorare come me nel sociale, ma, chissà, fare mille altre cose. Già da ora le piace cantare e ballare. Andrà a scuola, avrà amici e io la sosterrò». E un nuovo partner per il papà? Non sarà più difficile trovarlo con una figlia disabile a carico? «Se lo troverò sarà quello giusto, perché prenderà tutto il pacchetto». E il pacchetto è senz’altro di grande valore.
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«Da bambino, da sempre, i vecchi mi fanno schifo. E tutti i ragazzi down mi danno fastidio». E' giallo su un vecchio video che ha come protagonista Rocco Casalino, pubblicato su Youtube da ArcadeTv7, in cui l'ex gieffino oggi portavoce del Premier pronuncia frasi davvero pesanti contro anziani e persone affette da sindrome di down.
Nel filmato che risale al periodo di Casalino post Grande Fratello, Rocco è seduto su una cattedra e parla ad alcuni ragazzi: «I vecchi, i ragazzi down, non ho nessuna voglia di relazionarmi a loro, non ho nessuna voglia di aiutarli, poveretti che gli è capitata `sta cosa». E a chi gli contesta la parola «schifo» spiega: «È come a te fa schifo il ragno, a me è così. Mi danno proprio fastidio. Mi dà imbarazzo. Non mi va di stare dietro ai vecchietti, ai bambini, ai down».
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lunedì 5 novembre 2018

COMMEMORARE LA FINE DELLA PRIMA GUERRA MONDIALE:SI PASSI DALL'IDEA DI VITTORIA A QUELLA DI PACE

L’invito del vescovo Ivo Muser a rinominare una delle più controverse piazze di Bolzano sostituendo la parola “vittoria” con la parola “pace”, arriva quanto mai opportuno.
La sua lettera pastorale ci riporta ai primi di novembre del 1918 quando calava il sipario sulla tragedia cui Papa Benedetto XV diede il titolo di “Inutile strage”. Qualcuno applaudì, molti stettero in silenzio. Per milioni fu il silenzio della morte. Se a cent’anni di distanza volessimo ancora parlare di “vittoria” vorrebbe dire che il “secolo breve” (con le sue lunghe appendici) sarebbe trascorso invano.
Il novembre 1918 segnò la fine di un’epoca? Piuttosto ne rappresenta il compimento. Si pensi alla lunga stagione dei nazionalismi, cominciata nell’Ottocento e ahimè – lo constatiamo ogni giorno in Europa e non solo – non ancora conclusa.
La proposta del pastore di Bolzano-Bressanone – chiamiamola “piazza della Pace” - non vuole solo chiudere definitivamente un capitolo storico, ma soprattutto per dare un messaggio chiaro al presente e per offrire una prospettiva futura.
Innanzitutto il cambio di nome dice l’importanza delle parole. Il nostro linguaggio – oggi più che mai – rivela la sostanza e la ricchezza (o la miseria) del nostro pensiero. “Vittoria” o “pace” diventano delle scelte. Come muro o ponte, accoglienza o chiusura, violenza o dialogo, vita o morte.
Il cambio di nome dice la necessità di avere una prospettiva storica. Di non essere appiattiti sul presente e di non incatenare il presente a un passato che non tornerà. Il “pensiero breve”, padre di ogni slogan, si nutre dell’ignoranza, a volte una “ignoranza colta” (come quella di cui la retorica della vittoria, della patria, della nazione, del sangue è espressione). Ignora soprattutto la complessità.
E' straordinario che possano risuonare parole come “beati i costruttori di pace”. Rappresentano un pensiero esigente che mette insieme realtà complesse come la felicità, la azioni costruttive, le relazioni positive tra le persone. Sono parole antiche e sempreverdi, adatte a chi non si vuole arrendere e sa guardare lontano.
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Estratto da www.vitatrentina.it, n°43

sabato 3 novembre 2018

DOSSIER IMMIGRAZIONE 2018

Sono stati presentati i dati relativi al Dossier Immigrazione 2018 realizzato dal Centro studi e ricerche IDOS, in partenariato con il Centro studi Confronti e la collaborazione dell’Ufficio nazionale antidiscriminazioni razziali (UNAR), cofinanziato dal fondo 8 per mille dell’Unione delle chiese metodiste e valdesi.
 “L’Italia non è né il paese con il numero più alto di immigrati né quello che ospita più rifugiati e richiedenti asilo. Con circa 5 milioni di residenti stranieri (5.144.000 a fine 2017, secondo l’Istat), viene dopo la Germania, che ne conta 9,2 milioni, e il Regno Unito, con 6,1 milioni, mentre supera di poco la Francia (4,6 milioni) e la Spagna (4,4). Anche l’incidenza sulla popolazione complessiva, pari all’8,5% (dato Istat), risulta più bassa di quella di Germania (11,2%), Regno Unito (9,2%) e diversi altri paesi più piccoli dell’Unione, dove i valori superano anche in maniera consistente il 10% (Cipro 16,4%, Austria 15,2%, Belgio 11,9% e Irlanda 11,8%). L’incidenza più alta si registra nel Lussemburgo, dove gli stranieri sono quasi la metà di tutti i residenti (47,6%)”.

Un’invasione dunque, sovente evocata, che in realtà non esiste: il numero degli stranieri residenti in Italia, infatti, è pressoché stabile dal 2013 e si attesta intorno ai 5 milioni. La loro incidenza sul totale della cittadinanza, nell’ordine dell’8% dal 2013, aumenta di pochissimi decimali l’anno, e le cause di questo quasi impercettibile aumento si devono a una popolazione italiana sempre “più anziana (gli ultra65enni sono 1 ogni 4, mentre tra gli stranieri 1 ogni 25), meno feconda (1,27 figli per donna fertile, contro 1,97 tra le straniere) e tornata a emigrare verso l’estero, quasi 115.000 espatriati ufficiali nel corso del 2017: un dato sottodimensionato se si considera che molti, nel trasferirsi all’estero, trascurano di effettuare la cancellazione anagrafica, non essendo obbligatoria”.
Il Dossier non si limita a riportare dati generali ma scatta anche una fotografia degli stranieri residenti sul nostro territorio: “Circa due su tre (2.390.000) hanno un permesso di soggiorno di durata illimitata, che attesta un grado di radicamento e stabilità ormai consolidato. I restanti 1.325.000 (35% del totale) hanno un permesso a termine, in maggioranza per famiglia (35,7% del totale) o per lavoro (35,2%). Meno di 1 su 5 (239.000) è titolare di un permesso inerente alla richiesta di asilo o alla protezione internazionale o umanitaria”.

domenica 28 ottobre 2018

La cacciata del clericalismo salverà la Chiesa

Le comunità cristiane vivono attualmente un grande disagio. La domanda più importante che si pone alla Chiesa non è chi sta dietro gli scandali, ma che cosa questi scandali – in particolare gli abusi su minori – rivelano del suo modo di essere. Di fatto, la Chiesa è costretta non solo a cercare un rimedio ai comportamenti inappropriati dei suoi preti, ma anche ad interrogarsi sulle ragioni profonde che li hanno resi possibili. La “tolleranza zero” non basta se non è suffragata dalla volontà radicale di rivedere i nostri modi di funzionamento interni alla Chiesa, in particolare per quanto riguarda l'esercizio dei ministeri ordinati. La Chiesa è incorsa nel rischio di funzionare più come un'istituzione religiosa che come una comunità di fede. La cosa veramente ambigua è che essa fa rientrare dalla finestra ciò che il Vangelo aveva fatto uscire dalla porta: il carattere sacro. Tutto ciò che viviamo oggi mette in luce le conseguenze amare di una sacralizzazione di certe funzioni ecclesiali che, in realtà, sono e restano servizi. L'identificazione tra il ministero a servizio della vita di una comunità e l'identità personale del ministro ordinato ha creato tutta una serie di abusi che, prima ancora di essere dei reati, sono in realtà un modo di porsi che è in contrasto con il vangelo, benché profondamente “religioso”. Così la Chiesa si ritrova a pagare oggi le conseguenze amare di un ripristino del funzionamento religioso e sacro. Questo funzionamento ha creato una casta – la casta clericale – che non riguarda solo i chierici, ma anche i laici clericali. Come i farisei e i sadducei del tempo di Gesù, questa casta, invece di servire il Vangelo, è tentata di servirsene. In fondo, se ci riflettiamo, il Vangelo, con le sue esigenze di libertà, di uguaglianza e di fraternità universali, è la rovina della Chiesa. Se non ci fosse il Vangelo, tutto potrebbe continuare a funzionare come sempre. Ma il Vangelo impone una conversione che passa dalla ricezione delle critiche che vengono dall'esterno. Esse devono essere a fondamento di un riposizionamento serio e generoso delle comunità cristiane. Rimettere il Vangelo al centro della vita della Chiesa significa riconoscere un errore fondamentale: quello di aver smorzato l'appello provocante ad essere una comunità di fratelli a servizio dell'umanità, e non una “religio” come le altre. Ciò che fa la differenza, non è il bagaglio dogmatico o rituale; è l'atteggiamento che consiste nel rinunciare ad ogni privilegio derivante dalla rivendicazione di una investitura venuta dall'alto, per privilegiare al contrario la relazione con l'altro, che arriva al punto di mettersi ai suoi piedi per servirlo. Che cosa facciamo realmente per rinunciare ad ogni forma di clericalismo e, anche, di maschilismo? Finché non rinunceremo all'abuso di esclusivismo e di esclusione, sarà molto difficile guarire dalla malattia che genera abusi sessuali, di potere e di coscienza. Una Chiesa che riparte con il Vangelo è una Chiesa che si è spogliata di se stessa, che rinuncia a creare delle caste esclusive arrogandosi il diritto di escludere gli altri in nome di una vocazione e di una investitura venuta dall'alto. Quest'ultima, in realtà, può venire solo dal basso. Gli avvenimenti e, soprattutto, la comprensione maggiore che abbiamo del Vangelo, esigono che non si cada nella logica del “rattoppo” (Marco 2,21), ma che al contrario ci si lanci gioiosamente verso l'orizzonte della rifondazione. Tutto questo può avvenire solo se accettiamo innanzitutto di relativizzare tutta una serie di istituzioni e di funzionamenti che, se sono stati utili – almeno in parte – fino ad oggi, non sono probabilmente più adatti. Due elementi sono non solo urgenti, ma anche rivelatori di un reale desiderio di passare dalla nostalgia di noi stessi alla nostalgia del Regno di Dio che viene a destabilizzarci: il ruolo della donna nella vita della Chiesa e il passaggio da una teologia della mortificazione ad una teologia del piacere. In entrambi i casi, il modo di concepire la sessualità, come segno del nostro modo di sentirci umani e di entrare in relazione, è la chiave di volta di una volontà – o meno – di assumere i cambiamenti antropologici attuali non come una minaccia, ma come un'opportunità. Non si tratta di relativizzare in maniera ideologica il celibato dei preti o la castità dei consacrati, ma di ricollocarli nella bontà radicale e totale della nostra umanità. Senza un'esaltazione inutile – e talvolta dannosa – della rinuncia che questo celibato presuppone, come fonte di eccellenza. Ciò ci permetterà di vivere allo stesso modo di prima – il celibato nello specifico – ma con una libertà e una responsabilità che, almeno in parte, devono ancora essere costruite, per essere non solo vivibili dall'interno, ma anche leggibili dall'esterno.
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di Michael Davide Semeraro in “La Croix” del 25 ottobre 2018 

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