lunedì 11 febbraio 2013

DIMISSIONI

Apprezzamento per le dimissioni di Benedetto XVI. Si è superato l’immobilismo: il vescovo di Roma è vescovo tra gli altri vescovi. E’ necessario un nuovo corso nella Chiesa.
“Noi Siamo Chiesa” (NSC), dopo la  sorpresa e l’iniziale disorientamento per la notizia delle dimissioni di Benedetto XVI, esprime il suo vivo apprezzamento per la decisione del papa. La possibilità di dimissioni era stata più volte in passato auspicata dal nostro movimento insieme all’International Movement We Are Church, nella fase finale della  malattia di Giovanni Paolo II. Con esse si evita il pericolo di avere una Chiesa gestita di fatto da persone che parlano e decidono in nome del papa non più capace di esercitare le sue funzioni. E si demitizza la figura del papa, da una parte  vista  nell’umanità del suo vissuto di uomo, dall’altra  considerata come quella di un vescovo tra gli altri vescovi anche se con il compito di essere segno di unità per la comunità dei credenti nell’Evangelo di Gesù. Il tradizionale immobilismo delle norme e delle prassi nella Chiesa Cattolica è stato, in questo caso, positivamente superato. NSC auspica che si vada coraggiosamente e progressivamente in questa direzione anche in altre questioni, a partire dalla modifica della composizione del collegio elettorale del vescovo di Roma perché sia più rappresentativo della ricca e pluralistica realtà di tutto il popolo di Dio.
La decisione di Benedetto XVI fa anche riferimento alla situazione  in cui si trova attualmente la Chiesa davanti ai grandi cambiamenti sullo scenario delle culture emergenti, dei rapporti tra le  religioni e  tra i popoli. Questa consapevolezza ci sembra un fatto positivo. “Noi Siamo Chiesa” nei prossimi giorni esprimerà le proprie opinioni  sul pontificato di papa Ratzinger e sul nuovo corso che auspichiamo  il Conclave sappia avviare.
Roma, 11 febbraio 2013                                                 NOI SIAMO CHIESA

mercoledì 26 dicembre 2012

VOGLIA DI AUTENTICITA' NELLA CHIESA

Care amiche e cari amici, ancora una volta, in prossimità del Natale, desideriamo ritessere il dialogo con voi, per condividere tristezze e angosce, gioie e speranze, più che mai convinti che “nulla vi è di genuinamente umano che non trovi eco nel cuore dei discepoli di Cristo(Gaudium et spes, 1). Questa decima lettera, quindi, per continuare a riflettere con voi sul senso della nostra esperienza di fede, chiamata a tradursi in testimonianza d’amore. Dieci appuntamenti a cui siamo stati fedeli nel corso degli anni. Per noi è stata l’occasione di parlare del nostro amore alla Chiesa, popolo di Dio, voluta dal Maestro di Nazaret. Per chi ci ha letto e ci leggerà, l’opportunità di riflettere su pensieri e idee che attraversano le nostre e le vostre menti per scendere poi nei cuori e farne una vera e propria passione. Siamo un piccolo gruppo di preti. Impegnati in parrocchia, in carcere, sulla strada, nell’accoglienza dei poveri e degli stranieri, per la giustizia e la pace, nell’ascolto di fratelli e sorelle. Non presunzione ma passione, quindi, ci ha stimolato a continuare anche quando il dubbio, la perplessità e la fatica ci avrebbero sconsigliato di scrivere e di comunicare. L’idea di incontrare il pensiero di molti, approvazione e dissenso, per poi dibattere e persistere nel cercare la verità, ci hanno fatto immaginare anno dopo anno la lettera di Natale ….
 Un tempo doloroso e complesso
Condividiamo con tutti voi la complessità della situazione storica presente. La crisi economica, causata da una finanza autoreferenziale e senza etica, provoca ricadute drammatiche sulla vita delle persone e delle famiglie.Decine di migliaia sono i licenziamenti dal lavoro e manca ogni prospettiva per il futuro dei giovani in particolare. La crisi coinvolge tutta l’umanità, a partire dagli impoveriti e affamati che da sempre vivono questa condizione. La causa è strutturale ed esige un’altra visione del mondo, un’economia di giustizia e di uguaglianza reali, una nuova regola di vita.Ventitré paesi d’Europa hanno aderito, uniti, e in modo significativo, alle manifestazioni di mercoledì 14 novembre nella quale sono stati evidenziati i costi perversi del mondo della finanza dichiarati come accessori per far parte della “civiltà mondiale”: il superamento e lo svuotamento delle forme di democrazia come le abbiamo fino ad ora sperimentate; l’irrisione del significato sociale del lavoro; l’impoverimento radicale di popoli e individui in nome del primato del mercato. Ci uniamo a queste proteste, considerando anche come i tagli operati nel nostro Paese non abbiano riguardato denaro e immobili dei ricchi né i cacciabombardieri F35, ma scuola, sanità e welfare, fasce di popolazione già deboli e in difficoltà.
L’attuale crisi viene da lontano e si intensifica: spaesamento rispetto a dimensioni etiche condivise; diffuse forme di individualismo e di materialismo esasperati; minore appartenenza e partecipazione alla casa comune; illegalità e corruzione: ogni anno 60 miliardi di euro di corruzione e 120 di evasione fiscale, quindi 180 miliardi di euro sottratti al bene comune; crisi della politica; chiusura autoreferenziale delle religioni in nicchie sacrali separate dalla storia, compresa la Chiesa a cui con convinzione e consapevolezza critica apparteniamo come preti. Esprimiamo la nostra convinta partecipazione al movimento che si estende in tutta Europa per una riforma urgente e significativa della Chiesa. Ci sentiamo uniti a quanti, sacerdoti e laici, donne e uomini dell’Austria e della Svizzera tedesca, movimenti ugualmente presenti in Germania, Belgio, Olanda, Francia e Italia, operano per una Chiesa dal volto evangelicamente più umano e con insistenza chiedono un dialogo aperto e sincero su alcune questioni fondamentali anche a partire dal Concilio ecumenico Vaticano II: una Chiesa capace di dialogare con le religioni, le culture, soprattutto con i drammi di questa nostra umanità, disponibile a condividere l’Eucarestia con tutti i battezzati e i fratelli riformati, impegnata a ritrovare una comunione reale con i divorziati e risposati, attenta a valutare presenza e partecipazione nella comunità ecclesiale di omossessuali, eterosessuali, transsessuali, capace di interrogarsi responsabilmente sul sacerdozio alle donne, sul celibato dei preti, sull’ordinazione di uomini sposati.
 Una nuova umanità
Quotidianamente condividiamo con tante persone un interrogativo alla cui risposta siamo chiamati non in modo teorico, bensì relazionale e con scelte di vita: qual è il nostro progetto di umanità? Un’umanità nella quale sia affermata e rispettata la dignità di ogni persona, qualsiasi sia la sua condizione e situazione; nella quale sia dichiarata e praticata la giustizia; uguale per tutti; la libertà e la verità siano ricercate e attuate; la pace sia vissuta ed esigita, reclamando con forza la progressiva e riscontrabile riduzione delle armi e delle guerre; nella quale l’accoglienza di ogni altro, con attenzione a chi fa fatica, all’immigrato, al carcerato, al sofferente psichico, a tante situazioni nascoste, diventi vissuto quotidiano; la solidarietà non copra l’ingiustizia e l’emarginazione; la gratuità diventi l’anima dell’agire oltre il dare e il ricevere; la spiritualità sia dimensione della profondità dell’animo per attraversare ogni situazione della storia. Avvertiamo oggi la necessità e l’urgenza di ridare verità a queste parole, proprio perché spesso vengono rubate, manipolate, inquinate quando la giustizia viene pronunciata con solennità da chi spesso la calpesta; le dichiarazioni di pace coprono azioni di guerra; la libertà e la verità troppo spesso diventano individualismo, omertà, impunità, menzogna; l’accoglienza è selezionata, emarginata e reclusa; la solidarietà diventa gesto occasionale e assistenziale; la gratuità è avvertita come idealismo ingenuo e perdita di efficienza; la spiritualità come spiritualismo che fugge dalla responsabilità della storia. Desideriamo condividere con tutti, uomini e donne, la pretesa di attribuire a queste straordinarie parole la verità della vita e della storia delle persone; di smascherare e denunciare il loro uso strumentale e inaccettabile. Sono le scelte e la coerenza della vita a riempire di significato autentico le parole.
 Fragilità e grandezza del nostro essere donne e uomini
Nella nostra vita di preti, ma anche dall’incontro con le storie di tante donne e tanti uomini, sperimentiamo l’ambivalenza dell’essere umano. E’ certamente importante riflettere sul rapporto fra persona e ambiente familiare, sociale, culturale, politico, religioso; sugli insegnamenti e sui condizionamenti, in relazione alla libertà personale. Costruire un’umanità più umana, significa assumere tutta l’umanità nei suoi diversi aspetti, senza fideismi e senza parentesi, senza sconti e omissioni, senza la presunzione di essere gli unici a praticare la carità (come, in forma gravemente antievangelica, afferma uno spot televisivo: “Se non noi chi?… nessuno”). A questo proposito, così ci insegna il Concilio Vaticano II: “Tuttavia la Chiesa non pone la sua speranza nei privilegi offertigli dall’autorità civile anzi essa rinunzierà all’esercizio di certi diritti legittimamente acquisiti, ove constatasse che il loro uso potesse far dubitare della sincerità della sua testimonianza o nuove circostanze esigessero altre disposizioni”(Gaudium et Spes 76).
 La crisi della politica
Che la politica sia indispensabile lo si avverte maggiormente proprio ora. Una delle situazioni più preoccupanti, però, è la crisi della politica che riguarda i contenuti, la rappresentatività, i metodi. Noi continuiamo a credere con don Lorenzo Milani che la politica “è l’arte di uscire insieme dai problemi, perché tutto il resto è egoismo” e con papa Paolo VI che “la politica è la più alta espressione della carità”. La crisi è culturale ed etica e si concretizza in un apparato di privilegi separato dalla società; in modalità, linguaggio e comportamenti troppo spesso offensivi della dignità, del lavoro, delle fatiche, dell’onestà dei cittadini. Siamo a conoscenza di tante donne e di tanti uomini impegnati in politica in modo cosciente e disponibile, vero servizio ai cittadini. Il più delle volte la loro esemplarità viene oscurata da corruzione e illegalità che senza indugi e attenuazioni, andrebbero sempre e prontamente denunciate. Stiamo entrando in un periodo di elezioni a livello nazionale e regionale. Siamo convinti dell’urgenza di un profondo rinnovamento della politica, a cominciare da una legge elettorale che esprima e non mortifichi la democrazia e la libertà di scelta; che concentri nel programma elettorale le questioni decisive per la vita delle persone: istruzione, scuola, formazione, ricerca, cultura; salute; lavoro; attenzione alle persone più deboli, più fragili; attenzione del tutto particolare ai giovani, al loro presente e al loro futuro. Per quanto riguarda i candidati pensiamo a persone, donne e uomini appassionate, esperte o comunque disponibili ad impegnarsi per imparare; in rapporto con le storie delle persone e delle comunità; disinteressate, oneste, trasparenti, motivate dal servizio al bene comune. Dove si collocano i cattolici in politica, proprio a partire dall’insegnamento del Concilio Vaticano II a cinquant’anni dal suo inizio? Siamo convinti che non ci possono essere confessionalismi né di centro destra, né di centro sinistra: la laicità della politica è dimensione sempre da salvaguardare. Chi si ispira al Vangelo e partecipa alla comunità cristiana porterà nella politica tale ricchezza interiore, senza farla diventare partito e schieramento, trasferendola come patrimonio nella intelligente e alta mediazione legislativa, mentre assume come criterio sempre e comunque i poveri, i sofferenti, gli emarginati. Ci pare doveroso evidenziare la pretesa impropria di una parte politica che afferma di rappresentare e di difendere i valori cattolici (ad esempio, i cosiddetti valori non negoziabili) con l’approvazione della gerarchia della Chiesa, mentre manifesta convinzioni, atteggiamenti, comportamenti riguardo al neoliberismo, ai privilegi, alla guerra, all’immigrazione contrastanti il messaggio del Vangelo con evidenze di corruzione e immoralità.
 Le vere ricchezze della Chiesa
Viviamo nella Chiesa come parte del popolo di Dio in cammino nella storia, come preti e ne avvertiamo ricchezze e tribolazioni, coerenze, fragilità e paure. A cinquant’anni dall’inizio del Concilio Vaticano II rileviamo la presenza di persone e comunità che vivono con autenticità il riferimento al Vangelo di Gesù e il tentativo di attuarlo in modo coerente nella vita e nella storia. Constatiamo anche un diffuso conformismo religioso; una gerarchia timorosa che ripete esortazioni senza incarnarsi e assumere la storia; che riafferma in modo automatico che solo la fede può portare salvezza ad una umanità ammalata, senza approfondire quale fede, in quale Dio, in quale Gesù; senza chiedersi come si pre- senti la Chiesa nell’annunciare il Vangelo dell’Uomo di Nazaret.Anche il recente Sinodo mondiale dei vescovi ha rivelato una scarsa incisività dei contenuti. Pure nelle nostre diocesi si avverte distanza fra i vissuti di tante donne e di tanti uomini, giovani e anziani, impegnati nelle comunità parrocchiali, e i momenti istituzionali della Chiesa.Ancora una volta desideriamo condividere la fede umile che, credendo, continua a ricercare profondità e autenticità nel Dio umanissimo di Gesù di Nazaret che, sentiamo, può essere riferimento per tante donne e uomini del nostro tempo, proprio perché ci insegna a vivere e amare, soffrire e morire nel modo più umano possibile. Desideriamo condividere con voi l’esperienza della Chiesa dell’accoglienza di ogni persona; che non consideri nessun valore “non negoziabile”, proprio perché reputa fondamentale ascoltare, e quindi dialogare con le persone sulle loro storie di vita; l’esperienza di una Chiesa povera e abitata dai poveri, liberata dall’abbraccio mortale con il potere economico, politico, militare, mediatico. Di una simile Chiesa c’è bisogno in ogni momento della storia.
 Guardando avanti
Condividiamo una speranza che si nutra della Parola profetica del Vangelo; della testimonianza coerente di tante donne e di tanti uomini nella società, nelle istituzioni, nelle religioni a livello locale e su tutto il Pianeta; del patrimonio dei profeti e dei martiri. Senza attenuare la complessità e la crisi attuali, riteniamo fondamentale nutrire il progetto di un’umanità veramente umana e trovare il senso stesso della vita nella dedizione e nell’impegno per attuarlo nella storia. Libertà, responsabilità, bene comune sono dimensioni costitutive e imprescindibili insieme alla fedeltà, alla coerenza e alla perseveranza. La povertà è espressione di un affidamento radicale a Dio e si manifesta come sobrietà, essenzialità, condivisione, è atteggiamento interiore e pratica da riscoprire e da vivere nelle scelte personali e familiari, comunitarie e sociali, politiche ed ecclesiali.Ci pare di scorgere in noi preti firmatari e in tante persone l’esigenza profonda, irrinunciabile di un risveglio culturale ed etico, politico e spirituale per una nuova visione del mondo. Anche nella complessità e nella crisi individuiamo i segni che ci incoraggiano. Non arrendiamoci dunque, ma disponiamoci a rendere ragione con la vita della speranza che è in noi per un mondo nuovo e una Chiesa del Vangelo.
 Condividere questa speranza è sentirsi parte dello stesso progetto e del medesimo cammino.
 Pierluigi Di Piazza, Franco Saccavini (Udine); Mario Vatta (Trieste); Giacomo Tolot, Renzo De Ros, Piergiorgio Rigolo (Pordenone); Luigi Fontanot, Alberto De Nadai, Andrea Bellavite (Gorizia); Antonio Santini (Vicenza); Albino Bizzotto (Padova)

lunedì 24 dicembre 2012

IL LINGUAGGIO DEI REGALI

Arriva il Natale, che sembra essere rimasto nel cuore della gente solo per luci e regali. Che poi oggi sono in fase calante visto l’aria che tira e scendono come investimento al 75% rispetto al 2011. Ma nonostante noi pensiamo che il Natale sia altro che le spese rituali, guardiamoli da vicino i regali perché il regalo comunque “significa” qualcosa: svela l’idea che abbiamo sull’elemento ormai rimasto centrale nel Natale, i bambini.

Infatti esistono varie categorie di regali:

La prima sono i “regali-istruttore”, che implicano il seguente messaggio: “Ecco il tuo modello, quello che noi ci aspettiamo da te”. In questa categoria vediamo i regali che modulano il bambino secondo le nostre aspettative sociali e familiari. Non avete notato infatti che ad esempio oggi cagnolini di peluche e gattini hanno sostituito i bambolotti umani negli scaffali dei regali? Non c’è più Cicciobello, ma Fuffi, come a dire ai bambini: “Ci aspettiamo da voi che ci chiediate un criceto e non un fratellino!”. Oppure abbiamo tutta la serie di bambole-fotomodelle dalle misure fisiche impossibili (hanno la pancia dello stesso diametro delle vertebre) come a dire “ecco cosa ci aspettiamo che diventiate”.  Il bello è che queste aspettative genitoriali non sono esplicite ma sono nondimeno normali: quanti si augurano di avere la figlia velina e quanti sperano che l’esperienza di avere un figlio non si ripeta? E attenzione: queste aspettative sono in buona parte non originarie di quello che la gente davvero vuole, ma mutuate dal clima utilitaristico e mercantile dilagante.
A fianco, infatti, di questi due cliché c’è il “regalo intelligente” che sarebbe quello che “insegna divertendo”; ora non si capisce che bisogno abbiano i bambini di essere indottrinati a loro insaputa, facendogli credere che li facciamo giocare e invece li facciamo studiare, quasi che scopo dell’infanzia sia prepararsi ad essere bravi ingranaggi del mondo adulto secondo le esigenze del mercato.

La seconda categoria sono “regali-techno”, regali elettronici, davvero belli e attraenti e anche divertenti, con l’unico problema che sono così belli e attraenti che non ci si stacca più. Anche l’American Academy of Pediatrics ha dovuto dare delle linee-guida per arginare lo strapotere dei videogiochi e del web sulla mente infantile.

La terza categoria sono i “regali-architetto”: elementi creativi come le costruzioni, che però oggi stanno assumendo le caratteristiche del prefabbricato: un tempo con le costruzioni potevi costruire le forme che volevi, anche quelle apparentemente senza senso per tutto il resto del mondo; oggi tanti hanno già un progetto ed elementi così ben definiti e riconoscibili che non sono più duttili e addomesticabili o deformabili a piacere.

Abbiamo poi i “regali-desiderio”, di solito abiti o accessori di marca e “regali-mordi-e-fuggi”, di solito il denaro.

Perché ci interessa parlare di regali? Perché ci dicono che sguardo abbiamo sui bambini, e spesso questo sguardo è poco elastico, poco colmo di fantasia e troppo preordinato utilitaristicamente. La cultura utilitarista passa attraverso piccoli gesti, inconsci, semplici, abitudinari, innocenti.

Bisogna riflettere come genitori e come adulti su una semplice domanda: “Cosa è un figlio?” “Che destino ha?”. Questa domanda è la base della pedagogia e la pedagogia che scegliamo (anche se crediamo di non aver scelto qualcuno lo ha già fatto per noi) influisce su come trattiamo i figli e la dice lunga anche su come giudichiamo noi stessi. Abbiamo così tanta paura di sentirci inutili se non produciamo, che non riusciamo a concepire neanche il gioco dei nostri figli come “non utile”; invece il gioco ha una dimensione inutile e per questo bella, una dimensione costruttiva ma non per questo incasellabile nelle future esigenze del mercato.

Il gioco è proprietà dei bambini che riescono a farlo col minimo indispensabile e gli stiamo sottraendo questo diritto obbligandoli a giocare con quello che vorremmo noi, o a giocare con cose “che già si sa come vanno a finire”, o che li “tengono buoni” e noi possiamo rilassarci in un’altra stanza. Invece il gioco richiederebbe un solo essenziale ed indispensabile ingrediente: gli altri; mentre oggi i giochi e i regali hanno l’illusione di farli sentire soddisfatti lasciandoli invece soli.

Facciamoli allora, i regali; ma riflettiamo un attimo. Riflettiamo su cosa sia il Natale, su cosa sia un regalo e cosa sia un figlio.

Ecco perché ci siamo dilungati a parlare dei regali: perché le grandi ideologie si riflettono nelle piccole cose; l’utilitarismo (l’ideologia nemica della solidarietà), e la religione dell’autonomia (altro modo di chiamare la solitudine) iniziano a entrare nelle menti umane quando hanno ancora solo 5 anni, anche passando attraverso quello che viene regalato ai bambini – e magari su come viene regalato -: è un linguaggio non parlato ma molto esplicito, che passa attraverso i messaggi impliciti che li avvertono su cosa i “grandi” si aspettano da loro e su cosa (e attraverso i “grandi”, i mercati) pretendano, ohimè, dai piccoli, futuri obbedienti consumatori.
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CARLO BELLIENI su "LA NUOVA BUSSOLA QUOTIDIANA".

domenica 16 dicembre 2012

VERITA' PER EMANUELA ORLANDI

Ciao a tutti,
sono Pietro Orlandi.
In primo luogo volevo ringraziarvi per il vostro sostegno e per aver aderito
in tantissimi alla petizione, lanciata lo scorso anno, a Papa Benedetto XVI
(più di 85 mila firme) per la Verità su mia sorella Emanuela, che ci ha
permesso di fare dei passi avanti , fino a poco tempo fa ritenuti
impossibili, come l’apertura della tomba di De Pedis.
Quando la voce di una persona non riesce a farsi sentire, quella di migliaia
arriva alle orecchie di chi troppo spesso non vuole ascoltare.
Per questo sono qui ancora a chiedere il vostro aiuto. Un mese fa ho
lanciato una nuova petizione, alla quale alcuni di voi hanno già aderito,
per ribadire la nostra volontà a non arrenderci .Questa volta il destinatario è
il segretario  di Stato di Papa Benedetto XVI , cardinal Tarcisio Bertone,
perché nonostante siano passati 29 anni, la Santa Sede continua nella sua
opera omertosa, come imporre di togliere la foto di Emanuela dalla
scrivania di mia moglie in ufficio, perché ritenuta un simbolo e può dare
fastidio. Che fastidio può dare? E a chi? La foto di una bambina la cui
unica colpa è quella di essere stata rapita e alla quale è stata negata la
possibilità di scegliere della propria vita fa dunque paura?
Per aderire a questa nuova petizione (SOLO SE NON LO SI E' GIA' FATTO) basta
andare sul sito
                       http://www.emanuelaorlandi.it
dove troverete il testo e la possibilità di aderire
direttamente. C’è anche un numeratore, così in qualunque momento potrete
vedere l’aumento delle adesioni e naturalmente potranno vederlo anche i
destinatari della petizione stessa.
E’ un piccolo gesto che può aiutarci a cambiare le cose, per Emanuela, per
la dignità di questo paese e per la credibilità di questa Chiesa. Ma è molto
importante che siamo in tanti, tantissimi: il mio sogno è arrivare a mezzo
milione, o magari a UN MILIONE di aderenti alla petizione. Per questo vi
chiedo di far girare il più possibile questa lettera a tutti i vostri
contatti e sul web.
Considerate che, seguendo le istruzioni sul sito, si può votare anche PER
CONTO di altri (familiari o amici), a condizione di fornire i dati richiesti.
Se ognuno di voi convincerà a firmare almeno 30 persone, quell'obiettivo che
ora pare irraggiungibile si avvicinerà!

Un forte abbraccio,
Pietro
Per contatti, informazioni o eventuali novità vi lascio la mia mail
personale:
pietro_1959@libero.it

domenica 25 novembre 2012

L'EREDITA' DI CARLO MARIA MARTINI

DAL BLOG DI DANIELE BIACCHESSI.
Ci sono morti soffici come piume e morti che lasciano vuoti enormi.
La morte di Carlo Maria Martini è una di quelle.
Perchè Martini non è stato solo un punto di vista per la storia della Chiesa e del Novecento italiano.
Martini è stato soprattutto uomo di pace e di dialogo che ha sempre affermato in pubblico e in privato i valori di giustizia ed equità sociale.
Ma è stato anche un uomo capace di smuovere le coscienze della società civile negli anni della “Milano da bere”, del pericoloso rapporto tra politica e affari emerso con Tangentopoli.
Diciamo che Martini è stato l’uomo del cambiamento, spesso poco ascoltato e criticato, perchè voleva andare verso il mondo per comprendere i problemi della società moderna.
Non per rinnegare la propria fede, ma per calarsi fino al centro dell’uomo.
La sua militanza durò tutta la vita, interpretando il comando evangelico “essere nel mondo senza essere del mondo” come “essere nel sistema senza essere del sistema”.
Proprio come il suo amico Padre Davide Maria Turoldo, di cui quest’anno ricorre il ventesimo anniversario della morte.
Oggi non c’è un erede spirituale di Carlo Maria Martini.
Vedo il suo spirito critico esprimersi nelle azioni quotidiane di certi umili preti di frontiera.
E osservo invece comportamenti e buone pratiche che proseguono il cammino da lui indicato: l’idea di un cristianesimo vissuto dal basso, dalla parte dei più poveri, gli umili del mondo.

domenica 4 novembre 2012

LA COMUNIONE AI DIVORZIATI?

Parole nuove sembravano emerse dai vescovi che hanno appena terminato il Sinodo a Roma sulla 'Nuova evangelizzazione”. Ma la dura lex rimane inflessibile: “I divorziati risposati civilmente non possono accedere alla comunione eucaristica...non possono esercitare certe responsabilità ecclesiali...non può essere loro accordata l'assoluzione se non si sono pentiti e impegnati a vivere in una completa astinenza” così il Catechismo al n.2384. A nulla valgono altre parole che cercano di stemperare questa dura proposizione: “Ai divorziati risposati – aveva detto il papa al meeting sulla famiglia di Milano - dobbiamo dire che la Chiesa li ama, devono vederlo e sentire che realmente facciamo il possibile per aiutarli'. Martini aveva ricordato l'anno scorso il pericolo di spezzare attraverso questa 'proibizione' il tenue filo che lega ancora i figli di genitori cattolici alla chiesa. L'impressione che abbiamo è che la gerarchia, non riesce a recepire i cambiamenti moderni.
Ma la rigidità delle regole permette situazioni di questo tipo: in un paese della collina modenese ogni domenica il parroco aggredisce i parrocchiani: “Per fare la comunione dovete confessarvi, se no fate sacrilegio. Chi non va a Messa fa peccato mortale e merita l'inferno...” Un altro minaccia, catechismo di Pio X alla mano: “I divorziati non sono ammessi alla comunione e chi interrompe una gravidanza è un assassino ecc...Ma poi nonostante questi inqualificabili interventi terroristici, la domenica tutti tranquillamente fanno la comunione e...non si sono confessati. Sembra dunque che i cristiani ormai, scelgono i loro comportamenti indipendentemente dalle parole dei preti e dei vescovi. Non sono dei disobbedienti, ma dei cristiani adulti.
Oggi ci sono giovani che vanno a convivere, coppie di omosessuali, donne e uomini divisi e risposati, famiglie allargate: molte coppie di fatto insomma. Solo pochi credenti più sensibili, cercano di seguire con angoscia le parole della gerarchia. Dagli interventi dei vescovi in verità si avverte la difficoltà di sposare la 'legge' ai sentimenti evangelici di misericordia e accoglienza. Anche nella nostra città se sei divorziato, e vuoi un'assoluzione e il “permesso” di fare la comunione ci sono preti intelligenti e sensibili che ti ascoltano e assolvano, magari ti consigliano di fare la comunione in un'altra chiesa. Infatti nelle parrocchie la gente si conosce. Il berlusconi di turno diviso, ma non divorziato ufficialmente non convivente, può fare la comunione. Il rossi qualsiasi che ha sposato una donna abbandonata dal marito e ne ha allevato il figlio con amore e dedizione, no. E poi evasori eclatanti, strozzini conosciuti, ladri, mafiosi occulti, inquinatori universali, bugiardi, mentitori, donne non più virtuose...che ne facciamo di tutti questi? Solo ai divorziati neghiamo la comunione?
Io se fossi vescovo.
So che chi si divide dal proprio coniuge fa una cosa non buona per se e specialmente per i figli. Ma alle volte il progetto del matrimonio è fallito. A stare insieme ci si fa solo del male. So che le persone soffrono e sanguinano nel fare certe scelte. E lo fanno responsabilmente. Cercherei umanamente di aiutarli a ricostruire il vincolo spezzato. Ma poi se non c'è più niente da fare, se hai trovato un compagno o una compagna e vuoi essere credente, dopo un congruo tempo di riflessione, ti riammetterei alla comunione chiedendoti come sola (!) condizione di perdonarvi l'un l'altro e di non mantenere sentimenti di astio. Senza sottostare all'umiliante richiesta di 'annullamento' da parte del tribunale ecclesiastico. Poi spenderei una parola per invitare i credenti risposati a mantenere fede alla loro seconda unione: la nuova promessa è valida anche davanti a Dio.
Oppure. Ricevere il pane consacrato non è un premio per i perfetti ma una partecipazione completa all'eucarestia e agli amici che ti sono intorno. Poi ci sono ben altri peccati che meriterebbero un tipo di scomunica e implicherebbero l'auto allontanamento dalla comunità.
Ma in fondo, non sta a me vescovo o parroco o ai parrocchiani moralisti giudicare chi è buono o peccatore.
Beppe Manni ( Pubblicato sulla Gazzetta di Modena il 1 Novembre 2012)

giovedì 1 novembre 2012

L’APPELLO ALLA DISOBBEDIENZA DILAGA: IN SVIZZERA,400 TRA PRETI E SUORE CHIEDONO RIFORME ALLA CHIESA

BERNA-ADISTA. Si allarga sempre di più, in Europa, il fronte della protesta e della richiesta di riforme nella Chiesa. Dopo l’“appello alla disobbedienza” promosso in Austria nel 2011 da circa 300 sacerdoti, che ha raccolto l’adesione di altri gruppi in diversi Paesi (v. Adista Notizie n. 9/12), ora un’analoga iniziativa è stata lanciata nella Svizzera tedesca, sotto il nome di “Iniziativa delle parrocchie”. I firmatari dell’appello, arrivati al momento a quota 400 tra preti, religiosi, religiose e responsabili pastorali laici – ma altri 300 sono i simpatizzanti, secondo quanto si deduce dal sito dell’iniziativa, www.pfarrei-initiative.ch – formulano il loro appello articolandolo in dieci punti; tra i più rilevanti, la possibilità per tutti i battezzati di condividere il “pane della vita”; la condivisione dell’eucaristia con i fratelli riformati; la comunione ai divorziati risposati, ai quali va accordata una benedizione della loro nuova unione; pari diritti e doveri per i credenti a prescindere dal loro orientamento sessuale, e a laici, uomini e donne, il diritto di pronunciare l’omelia, dopo aver ricevuto una formazione e un incarico formale in tal senso, come pure la possibilità di pronunciare parti della preghiera eucaristica.
L’iniziativa, lanciata lo scorso settembre, ha suscitato una reazione di sorpresa tra i vescovi. In un comunicato comune, pubblicato il 20 settembre, mons. Markus Büchel di San Gallo, mons. Vitus Huonder di Coira e mons. Felix Gmür di Basilea esprimono il loro stupore per il fatto che gli operatori pastorali non abbiano cercato un dialogo prima di lanciare pubblicamente la loro petizione. Le soluzioni individuate nell’appello, continuano i vescovi, non costituiscono una strada percorribile per garantire la responsabilità pastorale, poiché la pastorale può essere vissuta esclusivamente in unione con i vescovi e con la Chiesa universale. (ludovica eugenio)

domenica 21 ottobre 2012

UN'AMICO DA NON DIMENTICARE!

"La festa ebraica della Pasqua si avvicinava e Gesù salì a Gerusalemme. Nel cortile del Tempio trovò i mercanti che vendevano buoi,pecore e colombe. C'erano anche i cambiamonete seduti dietro i loro banchi.
Allora Gesù fece una frusta di cordicelle,scacciò tutti dal tempio,con le pecore e i buoi,rovesciò i tavoli dei cambiamonete spargendo a terra i loro soldi. Poi si rivolse ai venditori di colombe e disse:-Portare via di qua questa roba! Non riducete a un mercato la casa di mio Padre!-". (Gv 2.13-16).
Ho ancora nelle orecchie la voce di mio padre che,appoggiato e sostenuto da mia madre,mi richiamava a fare scelte personali,a non lasciarmi condizionare dagli altri.
In parte,avevano ragione,in quelle situazioni dove gli amici giocano un ruolo determinante,ma,da un altro lato,dimenticavano quanti maestri avrei dovuto ascoltare e,da loro,lasciarmi affascinare,perchè mi avrebbero comunicato il "senso" della vita,la gioia dell'essere uomo.
Avrei forse incontrato persone come don Enzo Mazzi,anima fondatrice della comunità di base dell'Isolotto di Firenze,da un anno scomparso,un po' dimenticato e un po' gelosamente amato da quanti lo hanno conosciuto.
Ho perso un'occasione fondamentale!
In una delle ultime interviste televisive a don Enzo,che ho visto riproposta in tv in questi giorni nel ricordo della sua morte,lui raccontava "l'episodio delle chiavi".
Dopo le sue forti prese di posizione,all'interno della Chiesa,in merito all'occupazione del Duomo di Parma,dopo le sue continue "frustate" alla gerarchia ecclesiale,con l'appoggio di tutta la sua comunità dell'Isolotto,viene sospeso a divinis dall'allora Vescovo di Firenze,Florit.
Ed è il Vescovo stesso,che,di persona,si reca dalla comunità dell'Isolotto e,di fronte ai fedeli riuniti,esige che don Enzo restituisca le "chiavi" della chiesa parrocchiale e quindi si ritiri a vita privata.
Dalle prime file,qualcuno alza le mani,con le sue chiavi di casa e urla:-Prenda anche queste!-.
-Fu un concerto di chiavi,che tintinnavano lungo tutta la navata della chiesa-ricorda,con un bellissimo sorriso,don Enzo,e si commuove,pensando che,lì,era nascosto il segreto della "Buona Novella".
Chi era il sacerdote?
In che via si trovava il Tempio di Dio?
Ecco che cosa vuol dire <<...E il Verbo si fece carne e venne ad abitare in mezzo a noi;e noi vedemmo la sua gloria,gloria come di unigenito dal Padre,pieno di grazia e di verità.>>(Gv1,14).
Ecco l'universalità del sacerdozio di Cristo!!!
Ecco riscritta la storia dell'autentica comunità cristiana:<<...Tutti coloro che erano diventati credenti stavano insieme e tenevano ogni cosa in comune;chi aveva proprietà e sostanze le vendeva e ne faceva parte a tutti,secondo il bisogno di ciascuno.Ogni giorno tutti insieme frequentavano il tempio e spezzavano il pane a casa prendendo i pasti con letizia e semplicità di cuore,...>>(At2,44-46).
Ecco una forma evangelica di religiosità:<<...Ma è giunto il momento,ed è questo,in cui i veri adoratori adoreranno il Padre in spirito e verità;perchè il Padre cerca tali adoratori.Dio è spirito,e quelli che lo adorano devono adorarlo in spirito e verità...>>>(Gv4,23-24).
Mi piacerebbe,in questo momento,esporre quel famoso striscione apparso in occasione del funerale di Giovanni Paolo II e riscriverlo così:<<SANTO SUBITO,PERCHE' SANTO DA SEMPRE!!>>.
Eppure penso che sarebbe soltanto meglio ricordare don Enzo come un maestro,perchè cosa rimane nel cuore di ciascuno se non il ricordo della nostra maestra delle elementari che tanto ci ha insegnato e tanto ci ha amato?
ALLORA,GRAZIE DON ENZO,PER LA TUA STUPENDA,COERENTE E CRISTIANA LOTTA CONTRO TUTTO CIO' CHE OFFUSCAVA L'ORIGINALITA' DEL MESSAGGIO DI CRISTO!
DI NUOVO,GRAZIE DON ENZO...PERCHE' CI HAI AIUTATO A CAPIRE,CON IL TUO AGIRE E DIALOGARE,CHE CRISTO E' VISSUTO SOPRATTUTTO PER QUANTI CI STANNO ACCANTO E NON CHIEDONO ALTRO CHE DI ESSERE PRESI PER MANO E ACCOMPAGNATI VERSO LA LUCE:QUELLA LUCE DI LIBERAZIONE E DI COMUNIONE CRISTIANA!!!
CON AFFETTO,
AGOSTINO.

domenica 14 ottobre 2012

In attesa dei frutti del Concilio
di mons. Luigi Bettazzi
da Adista Segni Nuovi n. 36 del 13/10/2012

L'11 ottobre 2012 ricorrono cinquant’anni dall’inizio del Concilio Vaticano II. Come si sa, il Concilio ecumenico è l’assemblea di tutti i vescovi cattolici del mondo, convocati dal papa per affrontare e risolvere con lui i problemi dottrinali e vitali più importanti. Il primo Concilio si era riunito a Nicea, presso Costantinopoli, nell’anno 325. L’ultimo, il ventesimo, era stato convocato da Pio IX a Roma (e per questo denominato Vaticano I) nel 1869 e sospeso nel luglio del 1870 (in previsione dell’arrivo delle truppe italiane, che entrarono difatti a Porta Pia il 20 settembre), con la definizione del primato e dell’infallibilità del papa, quando parla come papa («ex cathedra»). Papa Giovanni XXIII, sollecitato dai suoi interessi giovanili e dalle conoscenze varie del suo servizio diplomatico (in Bulgaria, a Costantinopoli, a Parigi) decise, all’insaputa di tutti, di convocare un Concilio e di presentarlo non come «dogmatico» (cioè che proclama le verità di fede, scomunicando chi non le accetta), ma «pastorale», che si preoccupasse cioè di presentare quelle verità in modo comprensibile e adeguato all’umanità del nostro tempo. E questo non rende il Concilio pastorale meno autorevole del dogmatico, anzi lo valorizza, perché una verità di fede non raggiunge pienamente il suo scopo se non quando viene accolta e vissuta.
Tale aspetto qualifica il Concilio Vaticano II come un richiamo alla responsabilità specifica dei cristiani e delle comunità; ed è evidente, se consideriamo i quattro documenti conciliari, le Costituzioni. Così la prima, sulla liturgia (il titolo viene dalle prime parole del testo latino, Sacrosanctum Concilium), ci fa scoprire nella messa non solo l’atto misterioso – a cui “si assisteva” – della transustanziazione, cioè del cambiamento della sostanza del pane e del vino nella sostanza del corpo e del sangue di Cristo, bensì la presenza di Cristo nella sua eterna offerta pasquale, a cui «si partecipa», ricevendo lo Spirito Santo che alimenta così la nostra vita cristiana. La Bibbia (Costituzione Dei Verbum) non è tanto un deposito di verità a cui attingere per la nostra teologia, bensì la parola viva che Dio continua a rivolgere alla sua Chiesa e ad ogni cristiano per aprirli al suo amore.
Le altre due Costituzioni sono state indicate come «rivoluzioni copernicane», nel senso che come l’astronomo polacco Copernico dimostrò che non è il Sole a girare intorno alla Terra ma la Terra intorno al Sole, così quanto sembrava primario si rivela funzionale e viceversa. E in realtà la Chiesa nel mondo contemporaneo (Costituzione Gaudium et spes) riconosce che non è l’umanità subordinata alla Chiesa, ma è la Chiesa al servizio dell’umanità; e nella Chiesa in sé (Costituzione Lumen gentium) prima ancora di un laicato subordinato alla gerarchia, vi è un primato del popolo di Dio, del quale la gerarchia è al servizio (in latino: ministerium).
Già da qui si evidenzia che, se con Benedetto XVI consentiamo che nella Chiesa v’è una «continuità» dogmatica (non è stato definito alcun nuovo dogma, al massimo ne sono stati richiamati alcuni trascurati, come l’universalità dell’offerta di salvezza o la collegialità, o collaborazione dei vescovi col papa), vi è stata però una forte «discontinuità» pastorale, col richiamo appunto della responsabilità personale, nella formazione cristiana e nell’agire ecclesiale.
Dobbiamo riconoscere che l’entusiasmo e la spinta dei tempi del Concilio e delle speranze immediate si sono affievoliti, un po’ per la maggiore difficoltà di una maturazione comunitaria nei confronti di strutture gestite autoritativamente (a tutti i livelli), un po’ per alcuni eccessi realizzati negli anni ‘68-‘69 che hanno indotto chi era in allarme per i cambiamenti a bloccare tutto (e forse, come dicono i tedeschi, insieme all’acqua sporca abbiamo buttato via anche il bambino).
Una lezione comunque che abbiamo ricevuto da questo Concilio è che la tradizione non equivale alla fissazione del passato, bensì, secondo l’etimologia (tradere è trasmettere, tradizione è trasmissione), è «aggiornare», secondo la formulazione di papa Giovanni, è dire le verità di sempre in modo adatto al giorno d’oggi.
Diceva padre Congar – poi diventato cardinale – che un Concilio ottiene i frutti più pieni dopo cinquant’anni. Preghiamo il Signore che sia proprio così!
* Vescovo emerito di Ivrea; già presidente di Pax Christi e padre conciliare

martedì 2 ottobre 2012

UN SEME O UN SEGNO DEI TEMPI?

MI PERMETTO DI SEGNALARE UNA PROPOSTA DELLA CHIESA DI LODI CHE MERITA UN'ATTENZIONE PARTICOLARE PERCHE' SI POSSA ALLARGARE A MACCHIA D'OLIO.
  Oltre: percorso spirituale per persone separate, divorziate o risposate
Signore Ascolta la mia preghiera
Riparte Venerdi 12 ottobre, OLTRE… Momenti per separati divorziati e risposati
Riprende per il quinto anno il cammino di Oltre… che la Diocesi di Lodi propone alle persone separate, divorziate e risposate.
Questo è un ulteriore segno che le famiglie che vivono una ferita nella loro storia o un cammino di nuova unione non sono al di fuori della realtà pastorale familiare.
Questa è una proposta fortemente voluta dal nostro vescovo ed è in linea anche col pensiero di Benedetto XVI che ha richiamato in termini di sofferenza di chi vive questa realtà e di vicinanza delle comunità cristiane , questa pastorale durante l’incontro di Bresso del 3 Giugno scorso nell’ambito della festa mondiale delle famiglie. La chiesa è vicina a coloro che per le vicissitudine più differenti, dolorose e personali si sono trovati a fare i conti nella loro vita con un sogno e un progetto che si spezzato.
In questi anni abbiamo incontrato ed accompagnato nei nostri cammini oltre 50 persone che hanno colto il senso di questa proposta. Qualcuno prosegue con noi e qualcuno ha fatto ritorno nella vita della propria comunità e qualcuno e passato
Oltre...
Perché abbiamo chiamato Oltre… il nostro percorso? Perché questo titolo nasce dall’idea che il nostro Dio sa andare oltre i nostri limiti sa vedere oltre i nostri fallimenti e ci chiede di avere speranza oltre i nostri errori e le nostre infedeltà, perché nessuno è escluso dall’Amore che salva!
Gli incontri spirituali sono pensati come momenti di preghiera in cui si legge la Parola di Dio e dopo un momento di riflessione personale con la possibilità di fare Adorazione Eucaristica, si condivide con gli altri la propria esperienza di vita e di fede. E’ quindi l’occasione di trovare un momento di tranquillità per pregare, un momento da dedicare a se stessi ma è anche un momento in cui non ci si sente soli perché ci si può confrontare con chi vive una situazione analoga alla nostra e si fa anche esperienza di una Chiesa che vuole essere “vicina a chi ha il cuore ferito” e si sente abbandonato.
I brani scelti per il cammino di quest’anno ci porteranno a rifletere sul tema della Preghiera. Infatti il nostro percorso ha come titolo
“Signore ascolta la mia preghiera”.
Ogni uomo ha il bisogno e sente il desiderio di poter avere un dialogo personale ed intimo con Dio, dialogo che scaturisce da una fede a volte incerta, da un bisogno di amore da un senso di abbandono umano, ma che Dio raccoglie ed ascolta e poi per vie misteriose esaudisce.

Inoltre vista la bella esperienza vissuta in questi anni anche il percorso di quest’anno si concluderà con un
week end presso l’Eremo di Caresto, ove avremo la possibilità di incontrarci, confrontarci e riflettere assieme ad altri amici di altre diocesi che vivono questa esperienza di famiglia ferita.


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