Succede spesso di accorgersi che qualcosa nato per servirci finisce per governarci. Il telefono che controlliamo continuamente. Il lavoro che invade ogni spazio. Il bisogno di approvazione che orienta le scelte più delle convinzioni profonde. All’inizio sono solo strumenti. Poi, quando abbassiamo il livello di consapevolezza ed entriamo nell’abitudine, diventano criteri. Misuriamo il nostro valore da ciò che produciamo, possediamo o mostriamo. O per come veniamo considerati o riconosciuti. E' una vicenda quasi archeologica: Cesare o Dio, politica o religione? Forse bisognerebbe rifiutarla questa alternativa e spostare l’attenzione sull’appartenenza. L’uomo appartiene a entrambi, ma non allo stesso modo. Vive dentro la storia, con responsabilità concrete, relazioni, lavoro e istituzioni; e nello stesso tempo custodisce una profondità che nessun ruolo e nessun potere possono esaurire. Non esistono due vite separate. Ce n’è una sola, chiamata continuamente a ricomporre la tensione tra ciò che passa e ciò che rimane.
Il vero discrimine non passa tra il mondo e Dio, ma tra fini e mezzi. La moneta di Cesare è un mezzo. Serve agli scambi, all’organizzazione della convivenza, alla gestione della vita comune. Lo stesso vale per il prestigio, il potere, la tecnologia, perfino per le istituzioni. Hanno una funzione importante e necessaria. Il problema nasce quando chiediamo loro ciò che non possono dare. Quando il denaro diventa il significato della vita. Quando il prestigio diventa la misura del nostro valore. Quando la tecnologia pretende di dirci chi siamo. Oggi lo vediamo persino nei dati che lasciamo ovunque e nell’intelligenza artificiale che descrive i nostri comportamenti. Sono strumenti preziosi, ma restano strumenti. Un algoritmo può prevedere una scelta; non può contenere la libertà di chi sceglie. Un profilo digitale può rappresentare una persona; non può esaurirne il mistero. Quando perdiamo di vista questa distinzione, l’essere umano si riduce a oggetto tra gli oggetti.
«Date a Cesare quello che è di Cesare e a Dio quello che è di Dio» significa non confondere i piani. Non perché esistano due mondi separati, ma perché esiste un ordine della realtà da custodire. Ai mezzi va riconosciuto il loro posto; non di più. L’essere umano non è un mezzo. È una presenza unica nell’universo: ne è parte e, nello stesso tempo, lo contiene nella propria coscienza, nelle proprie domande, nella propria capacità di amare e di scegliere. Nessun potere, nessuna ricchezza, nessun successo possono reclamare ciò che egli è. La libertà comincia quando ogni cosa torna al proprio posto.
(Liberamente tratto da uno scritto di Flavio Emanuele Bottaro SJ)
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