NON C'È FUTURO SENZA MEMORIA
COLORO CHE NON HANNO MEMORIA DEL PASSATO SONO DESTINATI A RIPETERLO
«La grande razzia nel vecchio Ghetto di Roma cominciò attorno alle 5,30 del 16 ottobre 1943. Oltre cento tedeschi armati di mitra circondarono il quartiere ebraico. Contemporaneamente altri duecento militari si distribuirono nelle 26 zone operative in cui il Comando tedesco aveva diviso la città alla ricerca di altre vittime. Quando il gigantesco rastrellamento si concluse erano stati catturati 1022 ebrei romani.
Due giorni dopo in 18 vagoni piombati furono tutti trasferiti ad Auschwitz. Solo 15 di loro sono tornati alla fine del conflitto: 14 uomini e una donna. Tutti gli altri 1066 sono morti in gran parte appena arrivati, nelle camere a gas. Nessuno degli oltre duecento bambini è sopravvissuto.»
(F. Cohen, 16 ottobre 1943. La grande razzia degli ebrei di Roma)
"La memoria del 16 ottobre è uno degli eventi maggiori della storia della nostra Roma contemporanea. A partire da questa memoria si costruisce un'idea di Roma e di solidarietà tra i romani. E' la memoria di una ferita all'intera città, ma soprattutto alla Comunità ebraica perpetrata, come un ladro nella notte, dopo che si era provveduto a isolare quella Comunità con le leggi razziste e con la politica fascista. A partire da quella memoria si afferma la volontà di un patto tra i romani per non dimenticare, per non isolare mai più nessuna comunità, per considerare la Comunità ebraica di questa città come uno dei luoghi decisivi per la nostra identità. Noi, come Sant'Egidio, ci sentiamo dentro questo patto a non dimenticare, che vuol dire non tollerare che nessuna comunità - soprattutto la comunità ebraica - sia isolata nella vita cittadina. Un patto per non dimenticare: è quello che si celebra ogni mese di ottobre con questa manifestazione".
(Andrea Riccardi)
"Io credo che questa commemorazione che viene fatta ogni anno ci deve portare soprattutto a riflettere fino a che punto può decadere l'animo umano, fino a che punto si può scendere nella bassezza, fino ad arrivare a perdere la ragione.
Ci troviamo qui ogni anno per ricordare queste vittime, per rivolgere un pensiero a loro che hanno dato dignità al popolo ebraico, perché erano vittime innocenti e quindi la loro morte è stata un crimine verso il popolo ebraico, ma soprattutto verso l'umanità".
(Elio Toaff)
"Ricordare insieme il 16 ottobre 1943, non è per noi un'abitudine. Anzi, più si allontana quel giorno e più cresce in noi la responsabilità di mantenere vivo il ricordo di quel tragico evento, che ha lasciato una ferita profonda non solo nella comunità ebraica di Roma, ma nella vita dell'intera città. Per questo la Comunità di Sant'Egidio e la Comunità ebraica di Roma, sono fedeli a questo appuntamento, compiendo ogni anno un pellegrinaggio della memoria, che da Trastevere si muove verso il Portico d'Ottavia. E' un pellegrinaggio pacifico che vuole ripercorrere in senso contrario il triste itinerario di quella gente inerme, che fu deportata con violenza da queste strade."
(Alessandro Zuccari)
mercoledì 16 ottobre 2019
martedì 15 ottobre 2019
COSA FACCIAMO?... BEVIAMO!
Lodigiano, l’alcol fra minorenni fa sempre più vittime:la dipendenza ora inizia a 12 anni
«Tantissimi minori al Pronto Soccorso per intossicazione alcolica, necessario intervenire fin dalle scuole medie». I tentacoli dell’alcol arrivano ai giovanissimi, l’allarme parte dall’Acat (Associazione club alcologici territoriali) che registra un lieve calo nel consumo ma un forte abbassamento dell’età media, con le prime sbronze a 12 e 13 anni. L’allerta è arrivata a margine della tradizionale festa annuale dell’Acat, tenutasi sabato sera a Codogno nella Sala Cabrini della Rsa Columbus. A oggi le famiglie seguite dall’Acat tra Lodi e Codogno sono 27, con dipendenze legate soprattutto all’alcol, ma non solo, anche alla droga e alle ludopatie, in forte crescita negli ultimi anni. Da gennaio a ottobre sono già 60 i ragazzi che si sono rivolti al dipartimento dipendenze dell’Asst per abuso di cannabis, cocaina, ma anche alcol e dipendenze da gioco.
«Dal nostro osservatorio ci risulta che il consumo sia in lieve flessione in generale, ma contemporaneamente si è abbassata in modo drastico l’età media dei consumatori, tanto che ormai l’allarme arriva all’età della scuola media – spiega Andrea Tramontano, presidente Acat -. È da tempo ormai che l’allarme è stato lanciato, a livello nazionale e locale».
A Codogno la questione era arrivata anche in consiglio comunale, per il diffondersi di pubblicità di eventi che proponevano alcol al pubblico, chiaramente orientato ai minori, come la tombola organizzata per le scolaresche che metteva in palio delle bevute di superalcolici. E le feste di fine anno delle scuole superiori del Lodigiano (per una platea tra i 14 e i 19 anni) da anni registrano casi di intossicazione etilica. L’abuso di alcol però non è confinato solo alle feste o agli eventi straordinari.
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Andrea Bagatta su Il Cittadino del 15/10/2019
«Tantissimi minori al Pronto Soccorso per intossicazione alcolica, necessario intervenire fin dalle scuole medie». I tentacoli dell’alcol arrivano ai giovanissimi, l’allarme parte dall’Acat (Associazione club alcologici territoriali) che registra un lieve calo nel consumo ma un forte abbassamento dell’età media, con le prime sbronze a 12 e 13 anni. L’allerta è arrivata a margine della tradizionale festa annuale dell’Acat, tenutasi sabato sera a Codogno nella Sala Cabrini della Rsa Columbus. A oggi le famiglie seguite dall’Acat tra Lodi e Codogno sono 27, con dipendenze legate soprattutto all’alcol, ma non solo, anche alla droga e alle ludopatie, in forte crescita negli ultimi anni. Da gennaio a ottobre sono già 60 i ragazzi che si sono rivolti al dipartimento dipendenze dell’Asst per abuso di cannabis, cocaina, ma anche alcol e dipendenze da gioco.
«Dal nostro osservatorio ci risulta che il consumo sia in lieve flessione in generale, ma contemporaneamente si è abbassata in modo drastico l’età media dei consumatori, tanto che ormai l’allarme arriva all’età della scuola media – spiega Andrea Tramontano, presidente Acat -. È da tempo ormai che l’allarme è stato lanciato, a livello nazionale e locale».
A Codogno la questione era arrivata anche in consiglio comunale, per il diffondersi di pubblicità di eventi che proponevano alcol al pubblico, chiaramente orientato ai minori, come la tombola organizzata per le scolaresche che metteva in palio delle bevute di superalcolici. E le feste di fine anno delle scuole superiori del Lodigiano (per una platea tra i 14 e i 19 anni) da anni registrano casi di intossicazione etilica. L’abuso di alcol però non è confinato solo alle feste o agli eventi straordinari.
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Andrea Bagatta su Il Cittadino del 15/10/2019
venerdì 4 ottobre 2019
“Comunicare la bellezza del creato”
Mi permetto di raccontarvi il testo congiunto che i rappresentanti delle Chiese cristiane in Italia – cattolici, ortodossi ed evangelici – hanno elaborato sul tema della custodia del creato. Nel documento si affermano la responsabilità delle chiese nei confronti della creazione e la necessità di pregare affinché l’umanità rispetti il pianeta. Un messaggio importante che intende promuovere cambiamenti a partire dalle comunità con gesti concreti.
I dati, davvero preoccupanti, per il futuro prossimo dell’umanità e dell’intero cosmo, ci spronano, come Chiese cristiane, ad agire con progetti e strategie coraggiose e improrogabili per un cambio di stile di vita quotidiana nella luce dei passi che i cristiani hanno già compiuto.
La nostra coscienza credente, attingendo dalla visione ebraico-cristiana del creato, ci invita a coniugare la spinta etica della fede con il sapere umano e scientifico, in vista di scelte sagge ed efficaci. Come? Educando ad uno sguardo nuovo: dal bene per me al bene per tutti.
La Parola del Signore ci chiede la responsabilità e la consapevolezza di esercitare la diaconia della speranza. Insieme alla predicazione occorre promuovere cambiamenti a partire dalle nostre comunità con gesti concreti.
Esercitare la diaconia della speranza vuol dire:
• comunicare la bellezza del creato;
• denunciare le contraddizioni al disegno di Dio sulla creazione;
• educare al discernimento, imparando a leggere i segni che madre terra ci fa conoscere;
• dare una svolta ai nostri atteggiamenti ed abitudini non conformi all’ecosistema;
• scegliere di costruire insieme una casa comune, frutto di un cuore riconciliato;
• mettere in rete le scelte locali, cioè far conoscere le buone pratiche di proposte eco-sostenibili e promuovere progetti sul territorio;
• promuovere liturgie ecumeniche sulla cura del creato in particolare per il “Tempo del Creato” (1° settembre – 4 ottobre);
• elaborare una strategia educativa integrale, che abbia anche dei risvolti politici e sociali;
• operare in sinergia con tutti coloro che nella società civile si impegnano nello stesso spirito;
• le Chiese cristiane sappiano promuovere scelte radicali per la salvaguardia del creato
I dati, davvero preoccupanti, per il futuro prossimo dell’umanità e dell’intero cosmo, ci spronano, come Chiese cristiane, ad agire con progetti e strategie coraggiose e improrogabili per un cambio di stile di vita quotidiana nella luce dei passi che i cristiani hanno già compiuto.
La nostra coscienza credente, attingendo dalla visione ebraico-cristiana del creato, ci invita a coniugare la spinta etica della fede con il sapere umano e scientifico, in vista di scelte sagge ed efficaci. Come? Educando ad uno sguardo nuovo: dal bene per me al bene per tutti.
La Parola del Signore ci chiede la responsabilità e la consapevolezza di esercitare la diaconia della speranza. Insieme alla predicazione occorre promuovere cambiamenti a partire dalle nostre comunità con gesti concreti.
Esercitare la diaconia della speranza vuol dire:
• comunicare la bellezza del creato;
• denunciare le contraddizioni al disegno di Dio sulla creazione;
• educare al discernimento, imparando a leggere i segni che madre terra ci fa conoscere;
• dare una svolta ai nostri atteggiamenti ed abitudini non conformi all’ecosistema;
• scegliere di costruire insieme una casa comune, frutto di un cuore riconciliato;
• mettere in rete le scelte locali, cioè far conoscere le buone pratiche di proposte eco-sostenibili e promuovere progetti sul territorio;
• promuovere liturgie ecumeniche sulla cura del creato in particolare per il “Tempo del Creato” (1° settembre – 4 ottobre);
• elaborare una strategia educativa integrale, che abbia anche dei risvolti politici e sociali;
• operare in sinergia con tutti coloro che nella società civile si impegnano nello stesso spirito;
• le Chiese cristiane sappiano promuovere scelte radicali per la salvaguardia del creato
martedì 1 ottobre 2019
A PROPOSITO DEL DIBATTITO SUL FINE VITA
"Chiedevo perché non possiamo avere in Italia la stessa possibilità che esiste in altri Paesi civili di
scegliere serenamente il modo in cui morire quando la sofferenza è grave e irrimediabile. Mi rispose
allora l’Osservatore Romano, presentando argomenti contrari. Ritengo che il rispetto delle opinioni
diverse sia il fondamento della democrazia, e sia particolarmente importante su un tema delicato
come questo.
La prima riguarda le dichiarazioni recenti di alcuni rappresentanti del mondo medico, che chiedono
di non essere obbligati ad assistere una persona che vuole terminare la sua vita. Mi ha colpito la
frase di un medico che diceva «si parla della libertà del paziente, ma
che ne è della libertà del medico?». Il medico curante che per motivi legati
alle sue convinzioni morali non può farlo, secondo la legge del Paese, dirige semplicemente il paziente verso un collega che non ha simili impedimenti e salvaguardando la libertà tanto del
paziente che del medico. Mi sembra una soluzione civile. Non dobbiamo imporre l’uno all’altro le
nostre convinzioni religiose o morali; dobbiamo rispettare le convinzioni di ciascuno, e avere leggi
che permettano questo, e limitino la nostra libertà solo se la nostra libertà può nuocere ad altri.
Nel rispondere al mio articolo, l’Osservatore Romano presentava l’alternativa fra una morte «in un
freddo letto di ospedale», «oscura, tremebonda e piena di tabù», oppure una morte in casa propria,
scelta e vissuta serenamente. Sono d’accordo. Il suicidio assistito deve avvenire in
casa, serenamente. Eventualmente attorniati dai propri cari. Noi tutti
dovremo affrontare l’ultimo giorno della nostra vita. Io spero intensamente che il mio possa essere
in una situazione di serenità e affetto.
I medici sanno che ci sono condizioni che portano a sofferenze estreme e senza rimedio, e a un
degrado e un abbrutimento senza ritorno. Alcuni fra noi vogliono affrontare questo degrado
comunque. Li rispetto. Altri preferiscono non farlo. Ritengo meritino eguale rispetto.
L’Osservatore Romano mi obietta che se la ragione della scelta di morire è una sofferenza estrema e
incurabile, la risposta è che oggi ci sono «cure palliative» che risolvono il problema. Sarebbe bello
se tali cure fossero sufficienti, ma purtroppo non lo sono. Aumentare
fortemente la dose di farmaci come la morfina è talvolta possibile, ma equivale in molte situazioni a
un’eutanasia, perché accelera la fine della vita. Questo lascia una zona grigia, ben conosciuta dai
medici, in cui si gioca fra ambiguità e ipocrisia, a fin di bene, per fare senza dire. Non è un modo
onesto di gestire qualcosa di sacro e importante come la morte, secondo me. Dopo la nascita, la
morte è il passo più importante della vita. Trattiamolo con il rispetto che merita, con il viso scoperto
e la fronte alta, non con non-detti e mezze parole oscure. Di fronte a sofferenze irrimediabili e
terribili, che purtroppo esistono, di fronte a un degrado fisico e sopratutto spirituale senza ritorno,
quando il paziente non chiede altro che smettere di soffrire, e la famiglia ne è consapevole, credo
che pochi medici che abbiano un poco di cuore neghino davvero la pace a chi la vuole con tutta
l’anima. Non lasciamo che questo avvenga in un oscuro limbo di semi-illegalità, che può poi
portare a degenerazioni che arrivano fino alla cronaca nera. I primi beneficiari di una legge su
questo argomento sono i medici, che non siano più obbligati a dover far fronte non solo a difficili
scelte umane, ma anche ad assurdi rischi legali.
Il problema del suicidio assistito non è, e non deve essere, una questione fra laici e religiosi.
Una delle condizioni che porta al suicidio assistito è che la sofferenza sia grave e
irrimediabile. Un’altra, ovvia, è che il desiderio di morire sia forte, sincero, motivato e genuino.
Forse non sarà una legge perfetta. È solo una delle soluzioni che Paesi diversi hanno adottato. A me
sembra comunque molto migliore della situazione italiana, che mette i medici nella posizione
dolorosa di dover scegliere se violare la propria umanità oppure violare la legge. Perché la vera
questione qui non è la libertà. È l’umanità. Permettere, a chi lo desidera fortemente, di evitare la
sofferenza. Questa è umanità. Quella stessa umanità che anima chi si adopera ad alleviare le
sofferenze in tanti altri ambiti, e che anima tantissime persone, tanto nel mondo religioso che in
quello delle persone che non sono religiose.
La morte è sempre difficile. La si affronta con timori e lascia in
chi resta le emozioni più dure. Ciascuno di noi è diverso. Arriviamo con sentimenti diversi alla
morte dei propri cari e alla propria. Non pretendo di dire agli altri come dovrebbero
avvicinarsi alla morte. Ma penso che questo rispetto dovrebbe essere reciproco. Se una persona, i suoi
medici, i suoi familiari, convergono tutti nel ritenere giusto e sereno un modo di morire, penso
dobbiamo interrogarci tutti se non sia meglio accettare la possibilità che di fronte al dolore
irrimediabile qualcuno preferisca scegliere lui stesso il momento, che viene comunque, in cui
sentirsi, come Abramo nella Genesi, «sazio di giorni»."
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ESTRATTO DA UN ARTICOLO DI CARLO ROVELLI in “Corriere della Sera” del 1 ottobre 2019
martedì 24 settembre 2019
Appello al Parlamento e al Governo per l'abrogazione dei cosiddetti Decreti Sicurezza e Sicurezza bis e l'annullamento degli accordi con la Libia
Noi
cittadini e cittadine, organizzazioni della società civile, enti e
sindacati chiediamo al Parlamento e al Governo di abrogare al più
presto le disposizioni in materia di asilo, immigrazione e
cittadinanza contenute nei c.d. decreti Sicurezza (d.l. n. 113/18
convertito con legge n. 132/18) e Sicurezza-bis (d.l. n. 53/19
convertito con legge n. 77/19) e di annullare gli accordi con la
Libia, in quanto violano i principi affermati dalla nostra
Costituzione e dalle Convenzioni internazionali, producono
conseguenze negative sull’intera società italiana e ledono la
nostra stessa umanità.
In
particolare, riteniamo imprescindibili ed urgenti i seguenti
interventi, che auspichiamo siano immediatamente adottati dal Governo
mediante decreto legge:
- - Reintrodurre la protezione umanitaria
Il d.l. n. 113/18 ha abrogato il permesso di soggiorno per motivi
umanitari, che era rilasciato in presenza di seri motivi di carattere
umanitario o risultanti da obblighi costituzionali o internazionali.
Di
conseguenza, decine
di migliaia di persone che pure avrebbero diritto all’asilo ai
sensi dell’art. 10 della Costituzione o che si trovano in
condizioni di estrema vulnerabilità per gravi motivi di carattere
umanitario, vivono oggi nel nostro Paese senza poter ottenere o
rinnovare il permesso di soggiorno, condannate
così all’emarginazione e allo sfruttamento. Tra questi, anche
molti cittadini stranieri che avevano già trovato un inserimento
lavorativo e che, in seguito alla perdita del permesso di soggiorno,
non possono più
essere impiegati
regolarmente.
Per questi motivi riteniamo necessario e urgente reintrodurre la protezione umanitaria.
- - Abrogare la norma riguardante la residenza dei richiedenti asilo
In base a un’interpretazione restrittiva del decreto Sicurezza,
nella maggior parte dei Comuni italiani i richiedenti asilo non
vengono più iscritti all’anagrafe. L’impossibilità di ottenere
la residenza determina enormi problemi nell’inserimento lavorativo
e nell’accesso ai servizi, contribuendo a ostacolare l’inclusione
sociale dei richiedenti asilo e il raggiungimento dell’autonomia.
Per superare tali problemi, è a nostro avviso fondamentale abrogare la norma del decreto Sicurezza riguardante l’iscrizione anagrafica dei richiedenti asilo.
- - Ristabilire un sistema nazionale di accoglienza che promuova l’inclusione sociale di richiedenti asilo e titolari di protezione
In seguito all’entrata in vigore del d.l. n. 113/18, i richiedenti
asilo non possono più essere inseriti nel sistema di accoglienza
gestito dai Comuni (ex-SPRAR), ma possono essere accolti unicamente
nei CAS, strutture prefettizie spesso di grandi dimensioni e prive di
servizi fondamentali come i corsi di italiano, l’orientamento
lavorativo e la mediazione interculturale. Viene così ostacolata
l’inclusione sociale delle persone accolte e la loro positiva
interazione con i territori.
Dall’entrata in vigore del decreto, inoltre, migliaia di titolari
di protezione umanitaria sono stati costretti a lasciare i centri
d’accoglienza e abbandonati per strada.
Il progressivo smantellamento del sistema di accoglienza ha infine
comportato la perdita del posto di lavoro per migliaia di operatori e
operatrici, senza un’adeguata copertura e accompagnamento degli
ammortizzatori sociali.
Per questi motivi riteniamo fondamentale reintrodurre il diritto all’inserimento nello SPRAR dei richiedenti asilo e dei titolari di protezione umanitaria e, in attesa del rilancio dello SPRAR quale sistema unico di accoglienza, prevedere che i CAS rispettino standard analoghi a quelli SPRAR, con azioni per l'inclusione sociale, la formazione e l'inserimento lavorativo delle persone accolte.
- - Abrogare le norme riguardanti i divieti per le navi impegnate nei salvataggi
Il decreto Sicurezza bis ha introdotto una serie di norme finalizzate
a impedire l’arrivo in Italia delle navi che trasportano cittadini
stranieri soccorsi in mare. Tali norme hanno comportato gravi
violazioni del diritto internazionale, che impone agli Stati di
indicare alla nave che abbia soccorso dei naufraghi un porto sicuro
dove farli sbarcare nel più breve tempo possibile. In attuazione del
d.l. n. 53/19, uomini, donne e bambini, già provati dalle violenze
subite in Libia, sono stati trattenuti per settimane sulle navi
soccorritrici, in condizioni inaccettabili.
Inoltre, come affermato dallo stesso Presidente della Repubblica, le
pesantissime sanzioni previste per le navi che violino il divieto
d’ingresso in acque territoriali, risultano assolutamente
sproporzionate. Il risultato complessivo del decreto Sicurezza-bis,
ostacolando l’operato delle navi umanitarie e scoraggiando le navi
commerciali dall’intervenire nei salvataggi, è di aumentare le
morti in mare.
Per questi motivi riteniamo imprescindibile ed urgente abrogare le norme del decreto Sicurezza-bis che prevedono divieti e sanzioni nei confronti delle navi impegnate nei salvataggi.
Numerose altre norme introdotte dai decreti Sicurezza andrebbero a
nostro avviso abrogate al più presto, tra cui le norme che
ostacolano il rilascio del permesso di soggiorno ai minori non
accompagnati al compimento dei 18 anni e quelle che condizionano i
fondi della cooperazione agli accordi sui rimpatri, le disposizioni
in materia di trattenimento ed espulsione, le norme relative alla
procedura d’asilo e quelle in materia di cittadinanza.
Auspichiamo infine che il Governo annulli immediatamente gli accordi con il Governo libico e che, fatti salvi gli interventi di natura umanitaria, non vengano rifinanziati quelli di supporto alle autorità libiche nella gestione e controllo dei flussi migratori. I migranti intercettati dalla cosiddetta Guardia Costiera libica e riportati forzatamente in Libia vengono infatti sistematicamente rinchiusi nei centri di detenzione, in condizioni disumane, e sono sottoposti a torture, stupri e violenze. Rinviare persone bisognose di protezione verso un Paese non sicuro, come dichiarato anche dall’UNHCR e dalla Commissione europea, viola la nostra Costituzione e il diritto internazionale ed è contrario ai valori fondamentali di umanità.
Le modifiche fin qui auspicate sono assolutamente necessarie, ma di
certo non sufficienti, per affrontare la complessa questione dei
flussi migratori. E’ evidente l’esigenza di una più generale
riforma della legislazione in materia di asilo (inclusa la
reintroduzione del secondo grado di giudizio di merito per le domande
d’asilo), immigrazione (prevedendo canali di ingresso regolari e
forme di regolarizzazione su base individuale dei cittadini stranieri
già presenti nel nostro Paese, come nella proposta di legge di
iniziativa popolare già all'esame della Camera) e cittadinanza (a
partire dal disegno di legge approvato alla Camera nel 2015).
Così come è imprescindibile che l’Italia reclami con forza, in
seno all’Unione europea, una revisione del Regolamento Dublino che
preveda una equa ripartizione di responsabilità tra tutti i Paesi
europei sulla base di criteri che tengano anche conto dei legami
significativi dei richiedenti asilo, l’attivazione di una missione
di ricerca e salvataggio europea in grado di fermare le morti in
mare, con la cooperazione di tutti gli Stati membri, nonché il
rilancio di una politica estera e di cooperazione allo sviluppo in
grado di promuovere la pace e i diritti umani e ridurre le
disuguaglianze nel mondo.
Riteniamo che, in attesa di tali più complessive riforme, l’abrogazione delle disposizioni dei decreti Sicurezza e Sicurezza-bis sopra citate e l’annullamento degli accordi con la Libia rappresentino un primo passo fondamentale affinché i salvataggi in mare non vengano più ostacolati, e le persone accolte in Italia siano inserite in percorsi di accoglienza integrata e diffusa che consentano una loro positiva inclusione nella società italiana.
sabato 7 settembre 2019
E SE VENISSE ABOLITO IL SACERDOZIO COSI' COME LO CONOSCIAMO?
Di fronte ai molti scandali sessuali che hanno come protagonisti i preti cattolici, James Carroll, noto giornalista americano, saggista, vaticanista – e soprattutto per 5 anni sacerdote, adesso sposato, in un articolo di Atlantic, rivista statunitense, presenta un punto di vista interessante e stimolante per una possibile discussione in cui cerca di analizzare i motivi della crisi che si trova a vivere la Chiesa, per giungere ad una drastica e indubbiamente provocatoria conclusione: “Sarebbe necessario abolire il sacerdozio cattolico come lo conosciamo oggi, cioè una condizione riservata ai maschi che devono teoricamente astenersi dai rapporti familiari e sessuali “.
Carroll, per dare forza e veridicità al suo ragionamento, racconta di sé e del periodo in cui esercitava il ministero cioè degli anni 70, in cui la Chiesa coraggiosamente faceva il più grande tentativo di modernizzazione: “ I miei cinque anni da sacerdote, che pure passai nell’ala più liberale della Chiesa, mi fecero assaggiare il fetido gusto della casta. Il clericalismo, con il suo culto della segretezza, la misoginia teorizzata dalla dottrina, la repressione sessuale che pratica e il suo potere gerarchico giustificato dalle minacce di finire all’inferno, sono alla base delle storture della Chiesa cattolica. L’ossessione dei membri del clero per il proprio status cancella anche i meriti dei sacerdoti “buoni”, e distorce il messaggio di amore disinteressato verso il prossimo che la Chiesa aveva avuto il compito di diffondere”.
Carroll sostiene il fatto che nei Vangeli non sia prescritto né il celibato né l’obbedienza cieca alla gerarchia, Molte delle cariche e dei ruoli che oggi diamo per scontati sono stati costruiti soltanto più tardi, secoli dopo la nascita delle prime comunità cristiane, che invece erano sostanzialmente egalitarie. Il celibato divenne la norma soltanto nel Medioevo:“A un certo punto il tratto esclusivamente maschile della Chiesa e la sua misoginia diventarono inseparabili dalla sua struttura. La colonna portante del clericalismo è semplice: le donne sono subalterne agli uomini. I fedeli comuni sono subalterni ai sacerdoti, che sono “ontologicamente” superiori perché appartengono alla Chiesa. Dato che il celibato rimuove eventuali legami familiari o altre obbligazioni, i sacerdoti sono stati incastrati in una gerarchia che replica il sistema feudale in uso nel Medioevo”.
Una struttura così verticale ed elitaria finisce inevitabilmente per tendere all’autoconservazione del proprio status e del potere acquisito, diventando anche impermeabile agli stimoli esterni: «Dovremmo sorprenderci del fatto che uomini abituati a considerarsi tanto potenti – quasi come alter Christus, un altro Gesù Cristo – possano smarrirsi nell’egocentrismo? O che abbiano difficoltà a distanziarsi da un sistema feudale che garantisce loro una comunità e le eventuali promozioni, per non parlare poi di uno status a cui i fedeli laici non potranno mai accedere? Oppure, ancora, che la Chiesa preveda la scomunica per ogni donna che celebri una Messa, e nessuna punizione del genere per un sacerdote pedofilo? Il clericalismo si autoalimenta e si sostiene da solo: fiorisce nella segretezza, e pensa solo a se stesso”.
La prassi dell’autoconservazione non si esaurirà però molto facilmente nella Chiesa. "Il futuro arriverà senza farsi notare, passo dopo passo, come fa sempre. Ma arriverà. Fra un secolo la Chiesa cattolica esisterà ancora. Se in passato fu appropriato, per la Chiesa, adottare strutture politiche del tempo – la Roma imperiale, l’Europa feudale – perché non dovrebbe assorbire i valori e la forma della democrazia liberale?”
La Preghiera del Mendicante
“Dammi mio Dio, ciò che ti resta,
Dammi ciò che non Ti viene domandato mai,
io non Ti chiedo il riposo
né la tranquillità,
né quella dell’anima
né quella del corpo.
Io non Ti chiedo ricchezza,
né il successo
tutto ciò mio Dio, Ti viene
tanto chiesto
che ormai non devi averne più.
Dammi ciò che gli altri rifiutano di avere da Te.
Io voglio la tormenta
e la mischia;
e che Tu me la dia, mio Dio,
definitivamente
che io sia sicuro di averle in ogni
momento,
Perché non sempre avrò il coraggio di chiederTele,
dà a me, quello che gli altri non vogliono
ma dammi anche l’Orgoglio,
la Forza e la Fede”.
____________________________________________________
da www.imgpress.it
Dammi ciò che non Ti viene domandato mai,
io non Ti chiedo il riposo
né la tranquillità,
né quella dell’anima
né quella del corpo.
Io non Ti chiedo ricchezza,
né il successo
tutto ciò mio Dio, Ti viene
tanto chiesto
che ormai non devi averne più.
Dammi ciò che gli altri rifiutano di avere da Te.
Io voglio la tormenta
e la mischia;
e che Tu me la dia, mio Dio,
definitivamente
che io sia sicuro di averle in ogni
momento,
Perché non sempre avrò il coraggio di chiederTele,
dà a me, quello che gli altri non vogliono
ma dammi anche l’Orgoglio,
la Forza e la Fede”.
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da www.imgpress.it
martedì 27 agosto 2019
FUOCHI, ALBERI E FUTURO
«L’altro giorno è passato sotto ai miei occhi un barcone di diverse decine di metri,
strabordante di tronchi tagliati e impilati. Quelli che dovrebbero controllare, al passaggio del carico,
si sono girati dall’altra parte. Ecco, succede così da decenni». Giuliano Frigeni, bergamasco di
nascita, vive in Brasile da 40 anni e da 20 è Vescovo della Diocesi di Parintins, nel cuore
dell’Amazzonia brasiliana. Missionario del Pime, impegnato con gli ultimi e anche con gli indios
che popolano la sua Diocesi, quasi ride dell’improvviso interesse del mondo per l’Amazzonia.
Perché solo ora questo interesse?
«Perché gli incendi si vedono, i fuochi fanno fumo, i satelliti fotografano. Ma nessuno vede quando
entrano nella foresta con camion e trattori enormi per abbattere e distruggere: perché prima delle
fiamme c’è sempre qualcuno che annienta, silenziosamente».
Di chi sono le responsabilità?
«Chi lo fa non pensa al disastro ecologico che sta creando, non pensa ai figli, non pensa ai propri
nipoti, non pensa al bene di questa terra meravigliosa e anche delicata. Arrivano da lontano, dal Sud
del Paese oppure dall’estero: hanno in mano milioni e milioni di dollari e vogliono terreno per
piantare la soia. Oggi tutto gira attorno alla soia. Questo è già successo in altri Stati del Brasile.
Prendiamo per esempio il Paraná: Londrina un tempo era ritenuta la capitale mondiale del caffè,
oggi non si vedono altro che campi di soja. Questo dramma va in scena da anni. Sapete però cosa
c’è di buono? Che la foresta tenta sempre di rinascere, ce la mette sempre tutta per prendersi
spazio».
Come lei, altri preti, missionari, vescovi e porporati si riuniranno a Roma, in ottobre, per il
Sinodo sull’Amazzonia convocato da papa Francesco.
«È un’occasione importante perché anche la chiesa ribadisca il valore del creato. Papa Francesco
l’ha già fatto con la sua Laudato Sii. Ma ci sono anche i roghi dell’anima. I roghi in Amazzonia si
vedono. Quello che non si vede è la crisi che sta attraversando questo Stato: qui non bruciano solo i
boschi, bruciano soprattutto i giovani, persi nell’alcol e nella droga. Stiamo toccando record
negativi di suicidi giovanili. Bisogna dare speranza, alla foresta e alle sue persone».
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intervista a Giuliano Frigeni a cura di Andrea Guerra
in “la Repubblica” del 27 agosto 2019
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intervista a Giuliano Frigeni a cura di Andrea Guerra
in “la Repubblica” del 27 agosto 2019
lunedì 19 agosto 2019
GLI ULTIMI
«Quello che sta avvenendo sulla Open Arms, è una provocazione impietosa e disumana». Lo
scrivono, in una nota congiunta, don Luigi Ciotti, presidente di Libera, e mons. Giovanni Ricchiuti,
vescovo di Altamura e presidente nazionale di Pax Christi.
«Non vogliamo intrometterci nelle valutazioni della Procura né nelle questioni partitiche, vogliamo
però ribadire che le persone si soccorrono e si accolgono. È questo il dovere della politica, ma è
anche il compito di un popolo che ha dimostrato tante volte la sua vocazione all’ospitalità»,
scrivono i due preti che la pensano in maniera opposta al parroco salviniano di Sora («ma quali
migranti in fuga, quelli arrivano con catenine d’oro e cellulari»!).
«Le inadempienze della politica – concludono Ciotti e Ricchiuti – non possono ricadere sulle spalle
degli ultimi e degli indifesi, usati oggi come strumenti di ricatto per bassi giochi di potere».
domenica 4 agosto 2019
UMANITA'
" Accettiamo pure le cosiddette conquiste sociali, e con il nostro insaziabile orgoglio approdiamo anche sulla Luna e su altri mondi, ma non dimentichiamo che il destino dell'uomo è quello di diventare sempre più umano."
(Walter Bonatti)
(Walter Bonatti)
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